Andrea Frediani.
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Roma caput mundi 2. L'ultimo Cesare.
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Parte 3.
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2016. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
  Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
  ad esclusivo uso dei privi della vista.
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21.
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Sessantamila uomini erano un bel numero. Sesto Martiniano contempl lo stato delle truppe che era riuscito a radunare a Lampsaco e lo trov soddisfacente. Si trattava, adesso, di capire quanti soldati si portasse ancora dietro Licinio, che si trovava ancora nel continente europeo, ma a una manciata di miglia da lui. Doveva trovare il modo di comunicare con l'imperatore. Ma soprattutto, doveva trovare il modo di comunicare con Minervina e Paolo: non avrebbe potuto affrontare ulteriori scontri con Costantino senza essere certo che la sua famiglia fosse al sicuro.
Certo, avrebbe potuto mandare un messaggio al sovrano a Bisanzio, e chiedergli che intenzioni avesse. Non poteva attendere impotente mentre, sulle coste opposte, si stavano verificando eventi forse decisivi. Sentiva dire che Costantino aveva dato inizio all'assedio terrestre della citt; che il figlio di Minervina, Crispo, tentava di forzare il blocco posto dalla flotta di Licinio nell'Ellesponto; che lo stesso Licinio non era in grado di esercitare il controllo sulle truppe sbandate a Bisanzio.
No, non poteva starsene con le mani in mano ad attendere gli ordini di un imperatore assediato. In fin dei conti, fino ad allora aveva svolto nel migliore dei modi tutti gli incarichi che Licinio gli aveva assegnato: aveva portato via da Adrianopoli la gran parte delle truppe rimaste sul campo di battaglia, lasciando nelle mani di Costantino poco pi di trentamila uomini, e le aveva traghettate in Asia, al di fuori della portata dell'inseguitore. Non era a Bisanzio che Licinio avrebbe arginato l'avanzata di Costantino, e doveva andare a farglielo capire: era sul suolo asiatico che, semmai, il suo imperatore si sarebbe preso la sua rivincita.
Fai preparare una liburna per salpare e scegli dieci soldati della guardia del corpo che vengano con me. Vado a Bisanzio a incontrare l'imperatore, comunic all'attendente.
Signore, pare che la flotta di Abanto abbia deciso di dare battaglia. Nell'Ellesponto stanno combattendo: potrebbe essere pericoloso, gli fece notare il soldato.
 l'imperatore, allora, a essere in pericolo. Bisogna portarlo via di l, rispose lui, esortandolo con un cenno della testa a fare come gli aveva ordinato. L'uomo non obiett oltre, e presto Sesto si ritrov in mare, per coprire il breve tratto della Propontide che lo separava da Bisanzio. Una volta nel mezzo del grande lago che separava il Mediterraneo dal Ponto Eusino, sent risuonare nelle orecchie gli inconfondibili rumori di una battaglia in lontananza, a conferma di quanto gli aveva detto il suo attendente. Sapeva che c'era una forte disparit numerica tra le due flotte, a favore di quella di Licinio, e si sent ragionevolmente sicuro che gli avversari non avrebbero sfondato, ma in quel momento la sua apprensione era completamente indirizzata a Minervina e Paolo. Doveva sperare che l'indicazione di Costanza fosse giusta, e che i due fossero giunti in tempo per evitare il dramma.
Giunto in porto, not un grande assembramento di persone lungo il molo. Tutti quei profughi testimoniavano la gravit del momento: gli abitanti della citt erano stretti tra la minaccia di un assedio da parte di Costantino, e quella del saccheggio a opera dei soldati sbandati. La situazione in citt era esplosiva come non lo era mai stata in secoli di storia, e proprio l, forse, si trovava la sua famiglia.
Osserv la massa di disperati in attesa di un imbarco e si chiese come avrebbe potuto trovare Minervina. Forse era tra quelli, forse era altrove, per strada alla merc di tutti, forse era ancora a quell'indirizzo che le aveva fornito. Ma aveva fiducia in Paolo, ed era certo che l'amico avrebbe fatto tutto il possibile per mettere in salvo lei e i bambini. Sbarc in un punto in cui la folla era meno numerosa. E una volta messo piede sulla banchina, si interrog sul da farsi. Sarebbe dovuto andare presso il palazzo del governatore, dove sicuramente aveva trovato asilo Licinio. Ma la tentazione di raggiungere prima l'indirizzo fornito da Costanza era troppo forte e non seppe resistere. Seguito dalla sua scorta, si incammin verso la strada decumana, e pi si addentr per le vie della citt pi fu assalito dalla preoccupazione. Gruppi di soldati senza alcun controllo irrompevano nelle case e ne uscivano con quello che avevano trovato per rifocillarsi. In giro si vedevano soltanto loro: la gente era troppo spaventata per uscire, a meno che non si fosse proposta di scappare al porto e sperare in un imbarco. Not qualche civile camminare rasente i muri, cercando di non farsi notare, in direzione del molo, con un sacco sulle spalle che doveva racchiudere i pochi averi che aveva scelto di portare con s. Si chiese perch Licinio non avesse imposto una sorta di legge marziale in citt: se aveva intenzione di affrontare un assedio, non poteva alienarsi la popolazione; al contrario, avrebbe dovuto fare di tutto per mantenerla dalla propria parte.
Si guard sempre intorno, senza sapere se augurarsi di incontrare Minervina e Paolo. Non c'era posto dove potessero ritenersi al sicuro, ormai.
Era l, davanti a lui, pi grossa, alta e potente della sua nave, ma senza la possibilit di speronarlo. L'imbarcazione di punta dello schieramento di Abanto era giunta a brevissima distanza da Crispo, eppure non riusciva pi ad avanzare. La nave era impigliata nella fitta rete costituita dalle imbarcazioni della sua stessa flotta, che si erano addensate l'una contro l'altra, nello spazio ristretto del canale tra il Mediterraneo e la Propontide, ancor pi ridotto per la presenza delle liburne di Crispo lungo la costa. A ogni istante, il figlio di Costantino si godeva lo spettacolo di una collisione tra vascelli nemici che, se non produceva danni evidenti allo scafo, spezzava remi in quantit, pregiudicandone la mobilit. E cos, senza alcun bisogno di speronare le navi avversarie, n di abbordarle, stava gi infliggendo danni significativi ad Abanto.
Non pot fare a meno di chiedersi se Prisco non stesse ormai rivalutando il proprio giudizio su di lui: i risultati della sua strategia erano ampiamente tangibili. Adesso, le navi nemiche si offrivano come vittime quasi inermi, come bersagli fissi, ai suoi tiratori, allo speronamento e all'abbordaggio. Il vantaggio tattico con cui iniziava la battaglia era un eccellente viatico per la vittoria finale. Era il momento di scatenare la furia degli arcieri. Fece suonare ancora una volta le trombe, e subito dopo, dalle sue liburne iniziarono a partire raffiche di saette, tutte convergenti verso il centro del canale, dove le navi di Abanto giacevano quasi immobili, senza possibilit di manovrare, n per caricare n per svincolarsi.
Aveva disposto che sulla met delle sue navi fossero caricati materiali incendiari, e presto saette di fuoco presero a tracciare lingue arancioni nel canale, come una ragnatela incandescente e sempre pi fitta, che legava e avvolgeva le imbarcazioni dei due schieramenti. Altre danzavano pi in alto con traiettoria spiovente, creando una cappa di fulmini proprio sopra allo schieramento nemico, prima di ricadere in verticale. Fuochi si accesero sui ponti e sulle torrette delle navi di Abanto, scatenando un brulicare di marinai in coperta per attingere all'acqua di mare per spegnerli. Ma poi i reparti di tiratori si organizzarono, e sulle navi in cui erano presenti iniziarono a reagire al tiro nemico.
Crispo sent sibilare intorno a s qualche dardo, e subito i suoi scudieri si chiusero su di lui. Il giovane riflett sul passo successivo. Aveva messo la flotta nemica in condizione di non nuocere, ma ancora non era in grado di sconfiggerla del tutto: se si fosse limitato a uno scambio di tiri degli arcieri, forse avrebbe danneggiato qualche vascello nemico nel corso del combattimento, ma prima o poi Abanto sarebbe riuscito a svincolarsi e la battaglia si sarebbe risolta in un nulla di fatto. E un nulla di fatto sarebbe stato, in realt, una vittoria nemica, perch avrebbe consentito agli uomini di Licinio di continuare a controllare la Propontide, impedendo a Costantino di completare il blocco traghettando le truppe in Asia.
Era il momento, dunque, di portare lo scontro a un altro livello, pi serrato, pi rischioso, pi drammatico. Era il momento di trasformarlo in un vero corpo a corpo. E sperare, aumentando la pressione sul nemico, di mandarlo ancor pi in confusione.
Sapeva gi cosa avrebbe pensato Prisco: la sua tattica non era riuscita completamente e adesso si buttava allo sbaraglio, ingaggiando una furiosa mischia con chi disponeva di pi navi. Sper solo che lo assecondasse: la flotta di Abanto doveva sentirsi attaccata da ogni lato, per sperare che andasse in confusione. Fece squillare di nuovo le trombe e ordin al suo capitano di puntare il rostro contro la fiancata della nave avversaria pi vicina. La sua ammiraglia inizi a muoversi in diagonale, per evitare la prua nemica, e la sua andatura and aumentando nello spazio di pochi istanti. Sul ponte dell'imbarcazione che aveva scelto di aggredire fu il panico: la nave era incastrata tra altre del suo stesso schieramento, e non poteva virare per evitare di essere colpita sulla pi vulnerabile fiancata.
Crispo strinse le dita all'impavesata per prepararsi all'urto, immaginandosi che sarebbe stato devastante e temendo di cadere in mare per il contraccolpo. Una freccia si conficc nello scudo di una delle sue guardie del corpo, un'altra tranci una sartia poco distante da lui. Grid di preparare la passerella per l'abbordaggio e ordin che venisse portata al suo fianco: voleva, doveva essere il primo a salire sul ponte nemico, una volta agganciato.
Solo cos, ne era consapevole, nessuno avrebbe osato dire che non era degno figlio di suo padre.
Cos'altro le rimaneva da fare, se non cercare quell'indirizzo che le aveva fornito il medico? Minervina si sent assalire dalla disperazione: il Signore la metteva ancora alla prova, con compiti sempre pi ardui. Quando credeva di aver risolto un problema, se ne presentava uno ancora pi complicato. Vagare per una citt in preda al caos da sola, senza protezione, per giunta con due bambini di cui uno ferito e sofferente, le parve un'impresa decisamente superiore alle sue possibilit. Chiese a un passante dove fosse l'indirizzo che doveva raggiungere, ma quello sembrava atterrito, e la ignor. Cerc di fermarne un altro, ma l'uomo si tenne alla larga da lei. Si allontan dal molo, dove la concitazione impediva alla gente di mostrarsi caritatevole, e si guard intorno alla ricerca di un aiuto.
Madre, sono stanco, si lament Martino, tirandola per la mano.
Sta' zitto tu, che sei capace solo di frignare. Non lo vedi che nostra madre non sa cosa fare?, intervenne la sorella prima che lei potesse rispondergli. Il bambino, mortificato, mise il broncio, ma anche Minervina si sent colpita nel suo amor proprio: non poteva dare ai figli l'impressione di non saper badare a loro.
Li abbracci e, guardandoli negli occhi, disse: Ascoltate, figli miei: ce la caveremo. Un po' con la protezione del Signore, un po' con coraggio e senso pratico, arriveremo in un posto sicuro e l aspetteremo di poter prendere il mare. Ci sono tanti cristiani, qui, che ci daranno una mano, vedrete. State tranquilli, soprattutto per rassicurare se stessa. Non rivel che le persone che li avevano imprigionati, forse, li stavano ancora cercando: osservando le bande di soldati che giravano per la citt, aveva l'impressione che non fossero le sole minacce alla loro sicurezza.
Quando finalmente riusc a bloccare una donna che le diede indicazioni sulla sua meta, si rilass per qualche istante. In fin dei conti, girava senza un carro o borse vistose, non era pi una donna giovane e appetibile e al suo fianco aveva due bambini: non riteneva, quindi, di essere una preda per eventuali razziatori. Si addentr nella citt, consapevole di dover fare un bel pezzo di strada per raggiungere la comunit cristiana che le era stata indicata: a Bisanzio come nel resto dell'Oriente, i suoi correligionari agivano ormai in clandestinit, come ai tempi delle persecuzioni.
Sgusci attraverso gruppi di soldati sbandati e di civili che tornavano mestamente alle loro case dopo aver dovuto rinunciare all'imbarco. Ogni sguardo degli altri nella sua direzione la faceva tremare, ma cerc di non darlo a vedere ai bambini, mantenendo un passo deciso. Pi volte, nel vedere i soldati, fu tentata di cambiare direzione, ma aveva paura di perdersi, e si costrinse a seguire rigidamente le indicazioni che aveva ricevuto. Alcune grida di terrore dall'interno delle abitazioni la fecero rabbrividire: il saccheggio era iniziato. Cerc di aumentare ancora il passo, ma Martino era stremato e, sebbene cercasse di non darlo a vedere, lo era anche la gemella.
Era allo stremo anche lei quando giunsero nei paraggi dell'edificio dove avrebbe dovuto trovare asilo. Si guard intorno per capire dove fosse, ma quando lo individu, a pochi passi di distanza, vide che dei soldati ne stavano abbattendo il portone a spallate. Quando il battente si scardin, fece capolino un uomo che disse: Cosa volete? Siete soldati dell'imperatore?.
Per tutta risposta, il legionario pi vicino gli diede un manrovescio. Levati di mezzo!, gli grid il capo della soldataglia. I tuoi vicini ci hanno detto di lasciarli stare e ci hanno suggerito di venire qui; dicono che siete cristiani e che qui celebrate le vostre funzioni. Quindi avrete un mucchio di quella roba d'oro, piena di monili e pietre preziose. Dicci subito dov', altrimenti tu e i tuoi amici fate una brutta fine!.
Io... Io non ho niente, mormor l'uomo, alle cui spalle comparve un altro individuo. Il soldato estrasse la spada dal fodero e, senza pensarci un istante, la infil con forza nell'addome di quello sulla soglia. Il poveretto si accasci al suolo con un rantolo, e Minervina non pot fare a meno di lanciare un urlo di orrore. Visto che fine ha fatto il tuo amico? Ti suggerisco di essere pi collaborativo, disse l'omicida all'altro. Ma intanto, i soldati in fondo al suo gruppo avevano sentito il grido della donna e si erano accorti della sua presenza. La guardarono in modo minaccioso, e uno fece per avvicinarsi a lei. Minervina fu indecisa se scappare, ma non ne aveva le forze, e meno ancora ne avevano i bambini.
Proprio allora le parve di veder passare Sesto. Credette di avere un'allucinazione, chiuse gli occhi, li riapr e lui era ancora l, a pochi passi da lei. Procedeva spedito in un'altra direzione, seguito da un drappello di soldati. Lo chiam, ma lui non parve sentirla. Lo vide procedere spedito verso un altro gruppo di soldati con le uniformi da guardie del corpo di Licinio, e proprio allora, tra i razziatori, ci fu chi grid: L'imperatore! L'imperatore  qui! Via! Via!. In un attimo, i legionari che si erano assiepati intorno all'edificio si dileguarono, e l'uomo ancora vivo sulla porta rimase in ginocchio a prestare soccorso all'amico.
Minervina fu tentata di dire ai bambini di aspettarla e di correre dietro a Sesto, ma aveva troppa paura di lasciarli soli ed esit. Era a un passo dalla casa dove avrebbe trovato ricovero, mentre quello che era stato il suo uomo era scomparso dietro l'angolo di un edificio, per riunirsi all'imperatore. Non poteva inseguirlo con i gemelli, e si rassegn all'idea di cercarlo in un secondo momento: se era anche lui in citt, non sarebbe stato difficile incontrarsi. Avanz finalmente verso la porta e offr all'uomo in ginocchio i medicamenti che le aveva dato il dottore per Martino, proponendogli di usarli sul suo amico.
L'urto tra le due navi lo fece sobbalzare fin quasi a catapultarlo oltre l'impavesata. Crispo serr i pugni sulla balaustra e ricadde pesantemente a terra, barcollando per qualche istante, stordito dal frastuono che lo aveva investito al momento dello speronamento. Not tanti soldati e marinai a terra intorno a s, e li esort a rialzarsi subito. La passerella, sfuggita di mano a chi la teneva, era scivolata verso poppa, e incit gli altri a riprenderla e posizionarla. Sentiva sotto di s cigolii e rumori delle travi che continuavano a spezzarsi e sgretolarsi, mentre il rostro di bronzo scavava impietoso nello scafo nemico. Osserv il ponte del vascello inclinarsi, e gli uomini in coperta perdere l'equilibrio e farsi prendere dal panico. La nave ondeggi paurosamente, e qualcuno fin in acqua, se volontariamente o meno, Crispo non avrebbe saputo dirlo. Ma poco dopo furono in molti a mettere mano alle scialuppe: la sorte della nave era segnata.
Resosi conto che era del tutto inutile abbordarla, blocc gli uomini con la passerella. Valut la distanza tra la propria nave e quella pi vicina alla sua preda, e decise che si poteva fare. Diede ordine al nocchiero di manovrare per staccarsi dall'imbarcazione speronata e virare verso quella a fianco, che era cos adiacente da aver impedito all'altra di spostarsi per evitare il rostro. I rematori presero a vogare all'indietro, ma il giovane si accorse che disincagliare la nave non era per nulla facile. Il rostro rimase all'interno della fiancata frantumata nonostante gli sforzi; allora il capitano ordin ad alcuni marinai di prendere le pertiche con cui si teneva una nave nemica a distanza e di spingere. Ma dall'imbarcazione che Crispo aveva intenzione di abbordare partirono raffiche di frecce, facendo almeno due vittime e costringendo gli altri ad accucciarsi dietro l'impavesata.
Il giovane si sent disorientato e, per un istante, fu assalito dal panico. Ma solo per un istante: ricord a se stesso ci che doveva dimostrare e di quanti uomini aveva la responsabilit, poi strapp una pertica di mano a un marinaio, chiam a s gli scudieri e si mise a spingere lo scafo nemico. Per sua fortuna, l'acqua smossa dal gran numero di navi in uno spazio ristretto faceva rollare di continuo i vascelli, impedendo agli arcieri di essere precisi. Nel vederlo, altri presero coraggio e lo imitarono, finch un pesante scossone non attest che il rostro si era sganciato.
Una volta libera, grazie alla spinta dei rematori la nave si spost subito verso il bersaglio, e Crispo volle la passerella in posizione. Quando giudic di essere alla distanza giusta, ordin di gettarla. Il manufatto fu issato e poi spinto in avanti, e la sua estremit pi lontana atterr appena oltre l'impavesata della nave nemica, frantumando parte della balaustra e agganciandosi al legno del ponte mediante l'uncino. Crispo si impose di non pensare a quello che stava facendo; affidandosi puramente all'istinto, strapp lo scudo a una delle sue guardie e sal sulla passerella, urlando ai suoi di seguirlo. Una volta sopra, non si volt indietro, ma lo scalpiccio alle sue spalle gli indic che non avevano esitato a stargli dietro.
Sul ponte nemico, i soldati erano ancora troppo sorpresi per allestire una linea di difesa; alcuni non avevano neppure sfoderato le armi, altri erano dalla parte opposta. Gli si fece sotto un legionario, che si ferm ad attenderlo al termine della passerella. Crispo si impose di eliminarlo al primo colpo, per dare ai suoi l'impressione di essere guidati da una forza della natura e infondere loro quell'esaltazione che li avrebbe resi superiori ai loro avversari. Valut in un istante la postura dell'antagonista e ne calcol i punti deboli, notando che teneva lo scudo troppo basso e la gamba destra troppo avanti. Fece un balzo e sferr un calcio allo stinco esposto del nemico, che si sbilanci portando la testa verso di lui. Crispo sferr un affondo in orizzontale che lo centr all'intersezione tra spalla e petto, poi fece leva con la spada per spostare il corpo dalla propria traiettoria e atterr sul ponte. Scrutando le espressioni degli altri soldati in procinto di affrontarlo, cap che si era gi guadagnato il loro rispetto: rimasero tutti esitanti, e solo dopo qualche istante di troppo iniziarono ad avanzare verso di lui. Ma quel tempo fu prezioso per permettere anche ai suoi compagni di affiancarlo, evitandogli cos di dover sostenere l'assalto di pi avversari contemporaneamente.
Crispo avanz di qualche passo per permettere anche a quanti stavano percorrendo la passerella di trovare spazio sulla nave abbordata, e gli altri si mantennero al suo fianco. Un attimo dopo fu mischia. Le spade si incrociarono, gli scudi cozzarono, mentre alle spalle del giovane condottiero continuavano ad affluire rinforzi, che resero la sua linea sempre pi larga e profonda. Adesso il giovane aveva la sensazione di trovarsi sulla terraferma e di combattere una normale battaglia tra fanti: gli era gi capitato nel recente passato, affiancando il padre contro i barbari lungo il Reno e il Danubio. Se non fosse stato per il continuo rollio, si sarebbe sentito in quello che percepiva come il suo ambiente naturale. Incalz l'antagonista diretto con sempre maggiore convinzione, galvanizzandosi all'idea di conquistare una nave con quell'apparente facilit.
Squarci il ginocchio del nemico, facendolo crollare a terra, e lo fin lanciando la spada in aria, afferrandola a mo' di pugnale e calandola sulla schiena della sua vittima. Ma subito ne spunt un altro, che sferr un colpo indirizzato al suo torace. Fece in tempo a pararlo con lo scudo, sentendo la violenta vibrazione dell'impatto ripercuotersi lungo tutto il braccio sinistro. Port a sua volta un fendente, ma l'antagonista lo par con lo scudo. Poi fu spostato da una spallata involontaria di un compagno che, incalzato da un nemico, aveva perso l'equilibrio. L'avversario approfitt del suo attimo di disorientamento per affondare ancora la spada, che gli lamb la coscia destra tranciandogli i pantaloni e provocandogli un bruciore intenso.
Vacill sulla gamba, ma solo per un istante. Quando l'altro fu certo di poter portare il colpo decisivo al busto, Crispo comp una torsione offrendo il fianco alla lama. L'arma lo manc di un soffio, ma il soldato, convinto di trovare opposizione, si sbilanci facendo un passo avanti con la guardia aperta; il principe non esit a calargli un fendente sulla schiena, che scav un solco profondo nella carne, provocando un'esplosione di sangue. Il giovane ne fu investito, e fu come se avesse ricevuto nuova linfa vitale; emise un urlo ferino e si sent invincibile. Poi si guard intorno: i suoi stavano assumendo il controllo della nave, e alcuni avversari avevano gi gettato le armi a terra e alzato le mani in segno di resa.
Era stato esaltante. Se solo tutti gli altri capitani avessero avuto il suo spirito di iniziativa, la battaglia sarebbe gi finita. Si mise a osservare lo scontro; fin dove si estendeva il suo sguardo, per, non vide alcun abbordaggio: solo navi di ambo gli schieramenti impegnate in schermaglie, con fitti lanci di frecce e movimenti minimi per offrire un minor bersaglio al nemico. I suoi comandanti si stavano limitando a fare pressione e ad attendere che le navi di Abanto si danneggiassero a vicenda.
A dispetto della sua impresa, sarebbe stata una faccenda molto lunga.
No. Non ora, si disse Sesto Martiniano vedendo incedere da lontano l'imperatore circondato dalle sue guardie del corpo. Non poteva farsi vedere da Licinio proprio mentre era in cerca di Minervina e Paolo...
Si volt per dare le spalle al sovrano e non farsi riconoscere, ma uno dei suoi compagni disse: Generale, guarda! Siamo proprio fortunati: c' l'imperatore!. Sesto soffoc a stento un gesto di stizza: avrebbe voluto che i suoi non lo notassero. Come avrebbe fatto a dire loro che non aveva tempo per vederlo?
Sesto Martiniano! Sei qui a Bisanzio.... La sua esitazione gli cost cara: Licinio lo aveva visto. Si volt nella sua direzione, rassegnato e furioso al tempo stesso. Si sforz di assumere un'espressione piacevolmente sorpresa e gli and incontro. Ave, mio signore.  davvero provvidenziale che io ti abbia incontrato poco dopo essere approdato qui in citt. Sono davvero felice che tu sia in buona salute, si sent in dovere di dire.
E lo stesso vale per noi, caro cesare, rispose l'imperatore, sottolineando il titolo. Non appena abbiamo saputo che eri a Lampsaco con tutte quelle truppe, abbiamo ufficializzato la tua nomina, sappilo. Siamo molto soddisfatti di come ti sei comportato ad Adrianopoli e per l'efficienza dimostrata anche in seguito.  grazie a te se abbiamo ancora un esercito in grado di affrontare nostro cognato. La morte di Senecione, di cui dobbiamo ancora capire le dinamiche,  stata una vera disgrazia, ma finch disporremo di un uomo del tuo valore, ci sentiremo rasserenati.
Mio signore, sono onorato della tua considerazione, replic Sesto, chinando il capo. Ho solo fatto il mio dovere. Ma pi lo sentiva parlare, pi acquisiva la consapevolezza di quanto poco il sovrano tenesse ai suoi collaboratori: aveva voluto fortemente Senecione come suo vice, eppure non sentiva l'esigenza di piangerne la morte. Di sicuro, sarebbe accaduto lo stesso con lui: agli occhi dell'imperatore, erano tutti utili ma non insostituibili.
Ma... a proposito del tuo dovere, non era quello di attendere i nostri ordini a Lampsaco?, lo incalz Licinio Solo le tue benemerenze ci impediscono di non sanzionare la tua condotta. Speriamo che tu abbia delle buone ragioni da esporre. Quindi come mai sei qui? Noi stavamo andando al porto a renderci conto personalmente della situazione sul fronte marittimo, per capire quante possibilit abbiamo di essere circondati e come sta andando la battaglia.
Sesto sospir. Non poteva certo dirgli della sua famiglia. Mio signore, ho creduto opportuno venire io stesso a Bisanzio per informarti che in Asia potrai trovare la tua rivincita, mentre qui sul continente europeo Costantino  in una situazione tattica e strategica di vantaggio, ormai, ribatt.
Era quello che cercavamo di capire, infatti, venendo al porto, rispose Licinio. Costantino sta gi fortificando la valle del Lico, e presto da l non potremo pi uscire, n potranno arrivarci vettovaglie. Ma finch possiamo valerci del mare per le comunicazioni, non c' molto da temere. E mi dicono che la sua flotta  piuttosto scarsa numericamente, e per giunta condotta dal suo giovane figlio bastardo, che non ha alcuna esperienza di comando, tanto meno navale. Crediamo di potercene andare quando vogliamo, e pi tardi sar, meglio sar per noi: Bisanzio ha una forte valenza strategica, e Costantino si logorer per assediarla senza costrutto.
Ma la situazione in mare  molto incerta. Io sono venuto per suggerirti di trasferirti subito in Asia, prima che peggiori. Non vorrei che rischiassi di rimanere intrappolato qui..., gli sugger, mentre Licinio riprendeva deciso la via del porto.
Come pu essere incerta se abbiamo una netta superiorit navale? E lo si vedr alla fine di questa giornata, visto che Abanto ha ingaggiato battaglia con quel bamboccio di Crispo, osserv Licinio. Noi abbiamo bisogno che Costantino fallisca nel suo tentativo di assediarci; solo cos il prestigio che ha acquisito con la vittoria di Adrianopoli verr compromesso, e la Tracia gli si rivolter contro. Dovr tornarsene in Occidente senza aver raccolto nulla. Se ce ne andiamo adesso, trasferendo tutte le nostre risorse in Asia, Bisanzio finir per cadere nelle sue mani e sar un altro grave colpo per il nostro, di prestigio; oltre che, naturalmente, la perdita di un prezioso baluardo contro la sua avanzata, che consegnerebbe definitivamente l'intera Europa nelle sue mani: non avremmo pi neppure una testa di ponte per recuperare i territori perduti....
La tua grande esperienza, mio signore, ti fa valutare con lucidit la situazione, e non posso che essere d'accordo con te, ammise Sesto. Ma il mare  davvero un'incognita, al momento. Se oggi perderemo, non avremo pi la possibilit di scegliere la nostra strategia. Qui in citt hai parecchie migliaia di uomini, che ci faranno comodo nel prossimo scontro in campo aperto: se fossi costretto a ripiegare precipitosamente, in conseguenza di una sconfitta sul fronte navale, chi pu dire quanti di loro riusciresti a portarti dietro?.
Nel frattempo, erano giunti di nuovo in prossimit del porto, e Sesto fremeva per la sua famiglia. Era giunto a un passo dallo scoprire, forse, se erano in salvo o meno, e adesso era di nuovo in alto mare. Sper che l'imperatore lo liberasse presto.
Nessuna eventualit  da escludere, al momento, prosegu nella discussione Licinio. Ma non vogliamo essere precipitosi e ritirarci ancor prima dell'esito della battaglia. Non farebbe buona impressione e intaccherebbe ulteriormente il nostro prestigio. Vorr dire che convocheremo una riunione dello stato maggiore al termine dello scontro. Ho fatto sapere ad Abanto che ci tenga costantemente informati.
Sesto non pot che assentire, e insieme rimasero in attesa di una staffetta, che giunse su un'imbarcazione in meno di mezz'ora. Il soldato consegn un messaggio all'imperatore, che lo lesse e guard Sesto. Discrete notizie. Avevamo ricevuto un messaggio, quando eravamo nel palazzo, che non era molto beneaugurante: lo scontro era iniziato con una manovra nemica che aveva circondato e immobilizzato la nostra nel canale. Ma le loro imbarcazioni sono talmente poche, rispetto alle nostre, che non sono riuscite a sopraffarci subito, e adesso c' una situazione di stallo, che va tutta a nostro vantaggio. Poi consegn il messaggio a Sesto, che lo lesse a sua volta.
Uhmm... Quindi Crispo non  cos sprovveduto..., obiett.
Probabilmente ha buoni ammiragli che lo consigliano. Abanto ci ha sempre parlato bene di Prisco, per esempio.
Sesto annu. Avrebbe voluto approfittare dell'attesa per cercare ancora Minervina e Paolo, e si mise a pensare a come svincolarsi, almeno per un po'. Ma l'imperatore interruppe subito i suoi pensieri. Adesso, utilizziamo il tempo che abbiamo a disposizione per fare il punto sulla situazione delle truppe, dichiar. Dicci di quelle di cui disponi a Lampsaco, quante unit, la percentuale di veterani e reclute, il loro approvvigionamento. E poi discuteremo di come ricondurre sotto il nostro comando tutti gli sbandati che sono arrivati qui a Bisanzio per conto loro, senza gli ufficiali. Dobbiamo ricondurli sotto il nostro controllo, e giacch sei qui, vorremmo che te ne occupassi tu.
Sesto fu assalito dallo sconforto. Quell'incontro era stato davvero intempestivo. Adesso aveva le mani legate, e difficilmente sarebbe riuscito a ritagliarsi del tempo per fare ci che pi gli premeva.
Era il cesare dell'imperatore, il secondo uomo pi potente dell'impero orientale. Ma era anche ostaggio di Licinio.
Il sole si era ormai trasformato in un semicerchio rosso fiammeggiante, incastonato nell'oscurit del cielo al tramonto. Crispo si volt, guard l'astro tramontare alle sue spalle e poi torn a volgere la sua attenzione a oriente, verso la giunzione tra Ellesponto e Propontide, dove stavano defluendo le navi nemiche. Il giovane condottiero era consapevole di potersi ritenere soddisfatto, e di avere conseguito un successo sufficiente a mettere a tacere i suoi scettici subalterni.
Eppure, sapeva altrettanto bene che quella vittoria, se di vittoria si poteva parlare, non era servita a nulla. Solo il calare delle tenebre aveva messo fine a un combattimento in stallo da molte ore. E se era stato un successo aver reso equilibrato uno scontro con forze numericamente tanto superiori, non aver assunto il controllo del fronte marittimo era da considerarsi un insuccesso. Nella migliore delle ipotesi, tutto era rimandato al giorno dopo, e le prospettive erano assai meno rosee: Abanto avrebbe potuto non combattere affatto, costringendolo ad attaccare il porto, oppure, avrebbe potuto dargli battaglia facendo tesoro dell'errore appena compiuto ed evitando di combattere nel canale; e infine, il principe era certo che l'avversario sarebbe ricorso anche alle navi lasciate nel porto o a guardia dei collegamenti col Ponto Eusino. Non importava quante navi Crispo fosse riuscito ad affondare o catturare, quel giorno: il nemico si sarebbe ripresentato ancora con una netta superiorit numerica.
Ciononostante, la battaglia appena conclusa era stata importante, per lui. Era stata la sua prima volta da comandante in capo, e aveva vinto, perfino a dispetto dei numeri. Aveva scoperto di che pasta era fatto, e soprattutto, di essere della stessa tempra del padre: valoroso, abile tattico e stratega, disposto a tutto e determinato, pur di prevalere sul nemico. Adesso sapeva di essere un vero condottiero, e comunque fossero andate le cose, qualunque decisione avesse preso dopo quella guerra, sapeva che Costantino aveva fatto la scelta giusta, puntando su di lui. Incroci lo sguardo dei soldati sulla sua ammiraglia e di quelli sulle imbarcazioni pi vicine, e nelle loro espressioni vide rispetto, ammirazione, e perfino gratitudine, per essere stato capace di condurli alla vittoria a dispetto delle circostanze. Forse non sarebbe servita a nulla, ma sarebbe servita a lui.
Cerchiamo di capire subito quante perdite abbiamo subito e quante ne abbiamo inflitte, chiese al suo attendente, curioso di conoscere l'entit del suo successo. Era ansioso di inviare un messaggio al padre, per informarlo il prima possibile dell'esito dello scontro: non voleva che all'imperatore arrivassero versioni distorte del combattimento, che i suoi ammiragli potevano avere interesse a far circolare, per riprendersi quel comando che ritenevano gli fosse stato illegittimamente sottratto.
Si rese conto che scalpitava. Scalpitava per dimostrarsi degno del padre e, al pari dei grandi condottieri della tradizione di Roma, per essere un trionfatore ricordato dai posteri. Aveva capito tante cose di s, quel giorno. Bramava la lotta, le sfide impossibili, si sentiva vivo quando si addentrava in una mischia e faceva valere la sua abilit di combattente, la sua potenza fisica, il talento per la tattica e la strategia. Era nato per quello, e rinunciarvi, tanto pi dopo aver dimostrato di valere tutto ci che sperava di essere, sarebbe stato peggio che morire. Eppure, Fausta voleva che rinunciasse a tutto. Per essere cosa, poi? Un uomo disprezzato dal padre e da tutti coloro che avevano creduto in lui? Un oscuro soldato, frustrato e deluso, destinato a essere ridicolizzato dai suoi ufficiali come un perdente, e forse, perfino a essere tolto di mezzo da un fratellastro potente che, una volta sul trono, avrebbe potuto vedere sempre in lui un potenziale rivale? Un fratellastro, poi, che poteva anche essere suo figlio, per giunta?
Era un destino orribile, quello che voleva riservargli Fausta. Ancora una volta, si maledisse per aver ceduto alle sue lusinghe fin da bambino. Se solo fosse stato pi grande, all'epoca, forse avrebbe compreso in tempo le implicazioni che quella relazione comportava, e si sarebbe guardato bene dal cedervi.
Ma ormai era fatta, e doveva trovare una soluzione: ignorare quella donna avrebbe significato morire, per mano del padre stesso. Ma assecondandola, sarebbe comunque morto, pi lentamente, in una lunga agonia durante la quale non avrebbe fatto altro che rimpiangere ci che sarebbe potuto essere e non era stato.
E in entrambi i casi, avrebbe deluso profondamente il padre, ovvero la persona al mondo di cui pi bramava la stima.
Cesare, ho raccolto i rapporti degli altri comandanti di settore, gli comunic l'attendente, una volta tornato sull'ammiraglia. Abbiamo subito, in tutto, la perdita di sette imbarcazioni.
Poche, tutto sommato, si disse Crispo. E quante ne abbiamo tolte al nemico?, lo incalz,
Il volto del soldato si illumin in un sorriso. Nel canale ci sono diciotto relitti e nelle nostre mani sono finite ventuno navi, mio signore, dichiar solennemente l'attendente.
Crispo emise un sospiro di sollievo. Almeno, per il momento, aveva qualcosa di lusinghiero da comunicare al padre, si disse, tornando nella propria cabina per redigere il messaggio.
Sesto Martiniano reput che fosse giunto il momento. Licinio non l'aveva lasciato un attimo senza incarichi, da quando si erano incontrati. Ma ora che aveva provveduto a radunare la gran parte dei soldati sbandati, e che era arrivata la notizia dell'esito inconcludente della battaglia navale, forse sarebbe riuscito a ritagliarsi qualche ora per cercare la sua famiglia. Era scesa l'oscurit da diverse ore, ormai, e forse Licinio lo avrebbe lasciato riposare: ma lui non aveva alcuna intenzione di dormire. Decise di entrare nel tablino del sovrano, per chiedergli di lasciarlo libero prima che gli desse nuovi ordini, e si avvicin al segretario per farsi annunciare. L'uomo si alz dal suo posto ed entr nella stanza, uscendone con un cenno di assenso. Mentre entrava, not con la coda dell'occhio che era appena arrivato nell'anticamera Abanto, il vecchio ammiraglio che non aveva fatto un gran figura quel giorno. Sesto non avrebbe voluto essere nei suoi panni: aveva sentito l'imperatore inveire contro il suo comandante navale, non appena era pervenuta la deludente notizia che lo riguardava.
Mio signore, c' Abanto, qui fuori. Suppongo che tu voglia parlare con lui. Ma non temere, ti libero subito della mia presenza, esord, quando Licinio alz la testa dai documenti che stava esaminando sullo scrittoio e gli fece cenno di accomodarsi.
Licinio sbatt un pugno sul tavolo. Quell'imbecille!, disse ad alta voce, col rischio di farsi sentire dall'interessato. No, non vogliamo parlarci affatto. Ci parlerai tu. E gli dirai che domani vogliamo una franca vittoria. A tale scopo, tu provvederai a fornirgli tutti i soldati necessari, tra quelli che abbiamo raccattato in citt. Tanto, Costantino non ci attaccher domani, e possiamo distoglierne un po' dalle difese per incrementare i combattenti sulle navi.
Ma signore.... Sesto era costernato.
Niente storie, cesare, lo interruppe l'imperatore. Ti occupi tu di queste grane, adesso. Sei il nostro vice. Non ci interessa con quale tattica vincer, domani, ma deve vincere. E tu, dovessi impiegare tutta la notte, devi distribuire le unit in modo razionale: domattina all'alba i soldati dovranno essere tutti imbarcati e vogliamo che tu soprintenda le operazioni di imbarco. Non ci fidiamo pi di Abanto.
Sesto fatic a soffocare un gesto di stizza, e dentro di s sent montare disperazione e rabbia. Anche la notte era andata. Dovette chinare il capo e annuire, anche per non mostrare l'espressione di frustrazione che immagin gli si fosse dipinta sul volto. Poi si affrett a uscire e, quando rivide Abanto, fu tentato di mettergli le mani addosso. L'imperatore ha detto che devi rivolgerti a me per ogni cosa, gli disse avvicinandolo, sforzandosi di mantenere un contegno appropriato.
Ma... Non  possibile, si lament l'ammiraglio, visibilmente disorientato. Io devo spiegargli come sono andate le cose. Voglio che le sappia direttamente da me.
Sesto non aveva tempo da perdere. Le conosce gi. E vuole che tu corra ai ripari, afferm secco.
Ma non c' molto da riparare. Abbiamo solo preso le misure al nemico. Domani andr meglio. Avr altre navi e... ho in mente una tattica di sicura efficacia..., si giustific il comandante.
Ecco, allora la dirai a me, e io ti fornir i soldati per metterla in atto.
Ma io devo parlare con l'imperatore!. Adesso Abanto appariva spazientito. La vergogna iniziale era scomparsa, e aveva recuperato l'abituale baldanza.
Ti ricordo che io sono il cesare, quindi stai parlando con un imperatore, specific Sesto, esibendo tutta l'autorit che il nuovo ruolo gli conferiva.
Abanto guard il segretario, sperando che gli facesse cenno di entrare da Licinio, ma l'uomo fece un cenno di diniego e torn alle sue occupazioni. L'ammiraglio fiss Sesto con perplessit, e infine chin il capo in segno di resa. Mio signore, perdonami, e permettimi di esporti il mio piano per spazzare via una volta per tutte la flotta di Costantino, dichiar con affettata deferenza.
Ma per quanto consapevole del disprezzo del vecchio ammiraglio nei suoi confronti, a Sesto piacque la sensazione di potere che quella resa gli dava. Un personaggio importante fin dai tempi di Diocleziano, che un tempo lo avrebbe guardato dall'alto in basso, era costretto a chiamarlo mio signore. Era straordinario.
Ma avrebbe barattato quella sensazione con la certezza di sapere la sua famiglia in salvo.

22.

Il vento  forte, cesare, disse l'attendente a Crispo, in piedi a prua della sua ammiraglia. Dobbiamo stare attenti a non finire contro la costa.
Stavano entrambi osservando i movimenti della flotta avversaria, che aveva appena iniziato a incunearsi nel canale, sospinta alle spalle dal vento proveniente da settentrione. Crispo aveva sperato per qualche istante che Abanto ripetesse la disposizione del giorno prima, ma a quanto pareva aveva tratto profitto dalla lezione subita il giorno precedente.
Qui nel canale dovremmo essere abbastanza al riparo, rispose Crispo. Il problema  che lo saranno anche loro, una volta dentro, aggiunse sconsolato, pentendosi subito dopo di aver manifestato cos apertamente il suo stato d'animo.
I soldati si aspettavano da lui che escogitasse qualcosa in grado di portarli nuovamente alla vittoria. Gli ammiragli lo attendevano alla prova del fuoco, e non vedevano l'ora di tramutare i complimenti che avevano dovuto fargli a denti stretti la sera prima in occhiate di disprezzo o di compatimento. Perfino il padre Costantino, nel suo messaggio di risposta, si aspettava che vincesse ancora. Sono certo, figlio mio, che saprai farti valere domani ancor pi di come hai fatto oggi. Se possibile, approfitta del loro stato confusionale e di loro il colpo definitivo, erano le parole con cui l'imperatore aveva concluso la sua missiva, e Crispo le aveva rilette fino a impararle a memoria.
Aveva trascorso la notte a riflettere su come sorprendere di nuovo l'avversario, ma era giunto alla conclusione che avrebbe potuto farlo solo se Abanto avesse ripetuto gli errori della prima battaglia. Aveva ideato una mezza dozzina di tattiche almeno, ma la verit era che dipendeva tutto dalle intenzioni del nemico: non era neppure certo che l'ammiraglio avversario avrebbe cercato lo scontro. Adesso poteva constatare che la battaglia ci sarebbe stata, e non davanti al porto, come il giovane temeva, ma sempre nel canale. Tuttavia, Abanto stava badando bene a non permettergli di paralizzarlo, e sembrava intenzionato a far entrare nell'Ellesponto le navi a scaglioni, una dietro l'altra, per lasciare loro la possibilit di manovrare.
Da quanto poteva vedere, una lunga fila di imbarcazioni si estendeva lungo la costa settentrionale della Propontide, pronta a irrompere nel canale. Ed erano tante: Abanto aveva facilmente rimpiazzato quelle perse il giorno precedente, e se anche Crispo fosse riuscito a debellare quelle in avanguardia, l'ammiraglio nemico avrebbe continuato a mandarne in prima linea in continuazione, con forze fresche a bordo, finch i suoi soldati non avessero avuto ragione degli stremati uomini di Crispo, costretti a combattere senza potersi avvicendare.
Nella migliore delle ipotesi, quindi, si poteva puntare solo a un altro risultato interlocutorio. A essere realistici, anzi, la vittoria era esclusa; e pi tempo passava senza assumere il controllo del mare, e pi l'azione navale si avvicinava all'insuccesso. Senza una vittoria, il blocco di Bisanzio non avrebbe mai funzionato, per quanti sforzi potesse fare Costantino sul fronte terrestre.
Crispo si mise quindi a riflettere su come evitare una disfatta. Si sarebbe considerato soddisfatto se ci fosse riuscito. Ma il vento che soffiava da nord favoriva la flotta avversaria, compromettendo la mobilit delle sue navi e favorendo quella delle loro, e questo rendeva tutto ancor pi complicato. Riusc solo a pensare di ritardare lo scontro, nella speranza che il vento calasse. Ma non poteva ripiegare, col rischio di essere pressato fino a finire fuori dal canale, in mare aperto e in pieno Mediterraneo, dove sarebbe stato una facile preda per il nemico. No, doveva creare una barriera all'imboccatura dell'Ellesponto, per impedire al nemico di entrarvi, almeno per qualche ora. Ci significava, forse, sacrificare qualche nave, ma solo cos avrebbe salvato la gran parte della sua flotta. Diede pertanto ordine di costituire un'avanguardia con venti navi, che avrebbero dovuto schierarsi in cinque linee da quattro imbarcazioni ciascuna: uno schieramento profondo che gli avversari avrebbero impiegato del tempo per sfondare. E poich Abanto non sembrava avere intenzione di far entrare troppi vascelli per volta nello stretto, era lecito sperare che non riuscisse ad aggirare troppo presto la sua unit.
La sua ammiraglia si trovava in prima linea, e i suoi ordini giunsero rapidamente ai capitani delle navi incaricate dell'azione. Crispo le osserv partire con un groppo alla gola, e la consapevolezza di mandare quei valorosi a morire.
Il suo stato d'animo era ben diverso da quello del giorno precedente. Ventiquattr'ore prima aveva paura, ma si sentiva galvanizzato ed eccitato dalla straordinaria avventura che si apprestava a vivere da protagonista assoluto. Adesso, si sentiva forte dell'esperienza acquisita e del successo conseguito, ma aveva gi perso l'incoscienza che lo aveva guidato nelle sue scelte tattiche, facendogli trascurare le eventuali incognite e permettendogli di assecondare la sua impetuosit. Al contrario, vedeva incognite a non finire, e questo condizionava la sua determinazione.
Pot solo augurarsi di aver scelto la tattica giusta. Osserv la flottiglia di navi procedere verso la confluenza tra canale e mare, e sent il cuore battergli sempre pi forte. Era essenziale che tenessero, e sper di averne scelte in numero sufficiente, di averle disposte nel modo giusto, e di aver optato per i capitani pi determinati e motivati. E sper di non farsi prendere dal panico: si stava rendendo conto che in guerra ogni giorno era diverso dall'altro. Questo suo padre non glielo aveva spiegato.
Arrivarono giusto in tempo per ostruire l'imbocco al primo convoglio nemico, che procedeva spedito grazie alla spinta del vento alle spalle. Subito dopo, vide sollevarsi sopra agli alberi una cappa scura, come una fitta rete che avvolgeva lo spazio sopra lo scontro: le frecce scagliate dai rispettivi arcieri avevano iniziato a guizzare tra i due schieramenti. Per il momento, andava bene cos: finch la battaglia si fosse mantenuta a distanza, i rischi di sfondamento sarebbero stati scongiurati, e sarebbe trascorso tempo sufficiente per permettere al vento di cambiare direzione o di affievolirsi. Fece accanitamente il tifo per i suoi tiratori, augurandosi che fossero pi precisi degli avversari, e sperando di averli provvisti di una quantit adeguata di frecce. Ma sapeva bene che il vento contrario li penalizzava, favorendo, invece, e di molto, il nemico.
Calcol che fosse trascorsa un'ora, dall'inizio dello scontro, quando vide le imbarcazioni nemiche fare il primo tentativo di passare. Una triacontere di Abanto manovr verso la costa per compiere un giro e piombare sulla fiancata della nave pi esterna. Ma in tal modo offr essa stessa il fianco, e un pi ampio bersaglio su cui si sfogarono gli arcieri e gli artiglieri sulle liburne di Crispo. Allora l'ammiraglio nemico tent un assalto frontale. Due navi concentrarono il tiro dei loro scorpioni, disposti sulle torrette, contro una sola imbarcazione disposta al centro dello schieramento del principe, indebolendone progressivamente le difese. In breve, non ci fu pi nessuno, sul ponte, a offrire resistenza. La nave nemica riprese allora ad avanzare, la prua ben diretta contro l'obiettivo. Crispo sent lo stomaco serrarsi in una morsa, ed ebbe uno sbandamento quando sent l'urto, il cui suono sinistro rimbalz tra le due coste del canale. La sua nave si inclin leggermente, poi vide le passerelle uncinate abbracciare nelle loro spire il ponte della preda. Uno sciame di soldati vi si rivers, e in un istante la coperta, che gli scorpioni avevano disseminato di cadaveri, si ripopol di armati.
Era l'inizio della fine. Crispo ne fu consapevole. Si era aperta una breccia nel suo schieramento, e la nave che ne era stata artefice avrebbe aperto la strada alle tante che la seguivano. Era solo questione di tempo. Fu tentato di dare l'ordine di ritirata, per salvare il resto dell'avanguardia. Poi di abbandonarla al suo destino, fuggendo col resto della flotta. E ancora, di raggiungerla e arginare la breccia con tutte le forze che aveva ancora a disposizione. Ma, se ne rese conto, erano tutte soluzioni temporanee, dettate dal panico. Doveva mantenersi saldo, invece, e sperare che i suoi capitani dell'avanguardia chiudessero la breccia, dandogli altro tempo. Ma continuavano ad agire controvento, e ci rendeva tutto pi difficile. Li osserv manovrare per convergere nello spazio compromesso dalla nave colpita e catturata. Ma nonostante vedesse i remi mulinare a un ritmo frenetico, le imbarcazioni procedevano senza slancio, frenate dal vento. Egli stesso aveva difficolt a osservare la scena: per tutta la mattina lo aveva avuto in faccia, e gli occhi non avevano fatto altro che lacrimare.
Ma all'improvviso, pensandoci, si rese conto che la sua vista non era pi nebulosa, e che non aveva pi bisogno di abbassare frequentemente le palpebre per far riposare gli occhi. E not anche che la frescura avvertita tutto il giorno sul petto lo investiva adesso sulla schiena. Abituato alle condizioni in cui aveva agito per gran parte della mattinata, impieg qualche istante a comprendere cosa fosse successo.
Era cambiato il vento.
Adesso spirava dal meridione, investendo il nemico. Strizz gli occhi e prov a vedere cosa accadeva immediatamente fuori dal canale, alle spalle della triacontere che era riuscita a sfondare.
Non c'era pi una colonna ordinata. Le imbarcazioni venivano sospinte verso la costa settentrionale della Propontide, perdendo contatto l'una con l'altra. E in breve, la triacontere si ritrov separata dal resto del proprio schieramento, e circondata dalle navi di Crispo. Le altre non solo non erano pi in grado di entrare nel canale, ma dovevano fare i conti con le onde e la corrente, che le sospingevano verso Bisanzio.
Forse la furia degli elementi avrebbe fatto il lavoro al posto suo. E anche se i suoi detrattori avrebbero parlato di un colpo di fortuna, e altri ancora di un aiuto da parte di qualche dio, lui sapeva che era merito della sua tattica attendista: aveva fatto bene a prendere tempo.
Non  possibile... Gli di ci vogliono male. Licinio era disperato come Sesto non lo aveva mai visto.
Di sicuro, os dire, qualcuno dir che il dio dei cristiani ti vuole male....
Colpa di Abanto, quell'idiota. Ha atteso troppo per attaccare. Avrebbe dovuto farlo finch aveva il vento a favore, continu a lamentarsi l'imperatore.
Sesto, al suo fianco, contempl lo sfacelo lungo le coste a occidente di Bisanzio. Era stato un vero disastro: il figlio di Costantino non aveva quasi avuto bisogno di combattere per annientare completamente la flotta di Licinio. Abanto aveva fatto pervenire un messaggio col quale informava il suo comandante supremo di essersi sottratto alla furia degli elementi raggiungendo le coste della Bitinia con sole quattro navi. Quattro navi! Significava che oltre centocinquanta imbarcazioni erano state spazzate via dalla furia del vento. E che, sommate alle perdite subite in battaglia il giorno prima, Licinio non aveva pi una flotta.
Ma era solo l'ultimo dei problemi dell'imperatore, adesso. Sesto si dovette trattenere per evitare di rinfacciargli il suo ammonimento di lasciare subito Bisanzio, prima che i trasferimenti via mare diventassero difficili. Ora che l'avversario aveva assunto in un sol colpo il controllo della Propontide, l'accerchiamento entro breve tempo era inevitabile.
Dobbiamo far presto, mio signore, si limit a dire, per distogliere Licinio dalle sue recriminazioni. Ma l'imperatore continuava a scrutare lo scempio, scuotendo la testa. C'erano relitti ovunque, oppure navi spiaggiate dove la costa era piatta e priva di scogli. Gli equipaggi sciamavano a riva in tutti i modi possibili: nuotando, aggrappandosi a detriti galleggianti, trascinandosi bagnati come pulcini, stremati, contusi e feriti sulle spiagge, talvolta aiutati dai pescatori dei dintorni della citt, o dai commilitoni pi intraprendenti. Le navi ancora integre giacevano impotenti a breve distanza dalla costa, arenate sui fondali bassi, con gli alberi spezzati e le torrette divelte. Altre, quelle dell'avanguardia che avevano gi iniziato a ingaggiare il nemico, si erano svuotate prima di finire contro gli scogli, e gli equipaggi si erano consegnati ai rispettivi avversari, al riparo dal vento nell'Ellesponto. Le poche imbarcazioni che erano riuscite a entrare nel canale erano rimaste isolate, e si doveva presumere che i loro equipaggi avessero fatto la stessa fine.
E dalla loro posizione, in cima a un promontorio, Sesto poteva perfino distinguere i cadaveri di cui era costellata l'acqua, sballottati dalla corrente contro gli scogli. Molti di essi erano i soldati che, durante la notte, il cesare si era prodigato a radunare per destinarli all'imminente battaglia navale; soldati che sarebbero stati preziosi, per Licinio, nelle successive operazioni terrestri.
Era la peggior disfatta militare cui avesse mai assistito nella sua lunga carriera. E non era stata causata dal nemico, ma dalla natura. O dagli di.
E se Licinio aveva gli di contro, non c'era nulla che si potesse fare. Mio signore, ti prego. Abbiamo perso tanti buoni soldati. Cerchiamo di conservare almeno quelli che sono rimasti in citt, prima che finiscano anche loro nelle mani di Costantino, insist.
Licinio sembr finalmente riscuotersi dal suo torpore. Ma... dobbiamo difendere la citt. Ora Costantino potr trasferire truppe in Asia e in breve saremo circondati. Non hai visto le torri mobili che sta costruendo? Ci servono uomini sugli spalti: dovremo sostenere un assedio, dichiar ancora frastornato.
Mio signore, insist Sesto. Capisco che tu consideri la perdita di Bisanzio un grave colpo al tuo prestigio, ma non  qui che vincerai. Abbiamo una parte dell'esercito qui e una parte a Lampsaco: riuniscile, e avrai di nuovo un'armata potente con cui affrontare tuo cognato ad armi pari.
Licinio riflett. Potrebbe essere gi troppo tardi, in ogni caso. Intercetteranno i nostri convogli per le coste della Bitinia, dichiar, sempre pi scorato.
Non se parti subito, obiett lui. In fin dei conti, non hanno una flotta cos grande da poter dominare subito l'intera Propontide. Parti, e portati dietro pi uomini possibile sui dromoni ancorati nel porto. Li disporremo tra Lampsaco e Calcedonia, a controllo di tutte le coste dove Costantino potrebbe sbarcare. Io star qui a coprirti la ritirata con una parte dei soldati, poi ti raggiunger portando via anche loro. Al massimo potremo perdere gli ultimi scaglioni..., spieg, sperando di apparire del tutto disinteressato. In realt, intendeva restare fino all'ultimo per prendersi tutto il tempo necessario a trovare la sua famiglia. Ormai, se Paolo non si era fatto vivo neppure quel giorno, qualcosa di brutto doveva essere successo.
Faremo come dici: presidieremo tutti i possibili punti di sbarco. Ma tu non rimani qui. Non se ne parla, lo blocc Licinio. Non vogliamo rischiare di perdere il nostro cesare. Faremo affidamento su di te nella prossima battaglia campale. Quindi verrai con noi, subito. E i soldati ci seguiranno immediatamente, tranne un ultimo contingente che rimarr a guardia degli spalti lungo le mura della valle del Lico, per ritardare l'entrata delle truppe nemiche.
E lo sguardo dell'imperatore non ammetteva repliche.
Minervina fu svegliata all'alba dal grande fermento proveniente dalle strade. Stava succedendo qualcosa. In quei giorni succedeva sempre qualcosa. E a giudicare dalle grida della gente, non doveva essere piacevole. Si rivest precipitosamente, lasciando che i figli continuassero a dormire: avevano affrontato gli avvenimenti pi drammatici della loro breve vita, in quel periodo, e la sera prima erano crollati sui letti, sprofondando in un sonno dal quale non sarebbero emersi tanto presto.
Chiese al suo ospite, gi sveglio a sua volta, cosa stesse accadendo. Gli disse che i soldati di Licinio se ne stavano andando e quindi, presumibilmente, anche l'imperatore.
E questo cosa vuol dire?, domand la donna, per la quale un evento del genere significava solo che Sesto sarebbe stato presto irraggiungibile.
Vuol dire, mia cara, che la citt rimane alla merc di Costantino, che presto sar il nostro nuovo imperatore, a meno che non sia sconfitto in ulteriori battaglie, le spieg l'uomo. Insomma, Licinio ci abbandona, e con lui il suo nuovo cesare, Sesto Martiniano. E non posso dire che sia una tragedia, per noi cristiani. Eviteremo anche i rigori dell'assedio, quindi, direi che si tratta di buone notizie. Spero solo che la guarnigione che ha lasciato non opponga troppa resistenza. Ma forse Costantino ci ignorer e tirer dritto per inseguire il cognato e togliere di mezzo quel tiranno una volta per tutte. E poi, dovremo solo pregare che ce la faccia: altrimenti, saremo costretti a rivedere Licinio o a subire un assedio, in un prossimo futuro.
Minervina focalizz la sua attenzione su Sesto. Sesto Martiniano? Il nuovo cesare?, chiese, stentando a credere alle proprie orecchie.
Gi. Il vecchio, Senecione,  morto ad Adrianopoli durante la battaglia persa da Licinio, spieg il suo ospite. E l'imperatore ha pensato bene di creare suo vice il capo delle sue guardie, che tra parentesi  un ex pretoriano... Riesci a pensare a qualcosa di peggio per noi cristiani? Un ex pretoriano non sar certo pi tenero, nei nostri confronti, di quanto lo sia Licinio....
Minervina era sconvolta. Sesto doveva essersi fatto molto onore ad Adrianopoli, se era salito tanto in alto. Oppure, si era ormai trasformato in una persona totalmente priva di scrupoli e disposta a tutto, pur di conseguire i suoi obiettivi. Ma in ogni caso, dovette ammettere che non aveva dimenticato la sua famiglia, neppure nei drammatici frangenti in Tracia.
Quindi non ci sono pi soldati, qui in citt, chiese; doveva assolutamente trovare il modo di raggiungere Sesto, e doveva sapere se le strade erano sicure.
S, ce ne sono ancora tanti, ma stanno sgombrando il campo per raggiungere l'Asia prima che lo faccia Costantino, tagliando loro la via di fuga. Confluiscono tutti verso il porto. Guarnigione a parte, come ti ho detto.
Minervina annu e gli chiese di vegliare sui suoi figli finch non fosse tornata. Sta' attenta, gli rispose l'uomo. I soldati che se ne vanno, di solito, non si sentono pi molto responsabili nei confronti della popolazione. E per le strade c' chi, come noi, gioisce per il prossimo arrivo di Costantino e inneggia a lui, e chi lo teme. E questi ultimi sono la maggior parte, perch sanno che favorir i cristiani, e magari far delle rappresaglie contro chi non lo .
La donna avvert un brivido lungo la schiena. Ma non poteva proprio rinunciare a fare un ultimo tentativo per contattare Sesto. Doveva fargli sapere come era andata e chiedergli cosa fare. Lui avrebbe messo in salvo la propria famiglia. Si precipit fuori di casa e si diresse verso il porto. Ancora una volta, era praticamente l'unica civile in giro. Tuttavia, i legionari ancora in circolazione sembravano non pensare ad altro che a raggiungere l'imbarco il prima possibile: nessuno voleva essere lasciato indietro a rischiare di subire le rappresaglie di Costantino. Pertanto, si sent relativamente al sicuro, e procedette spedita finch non giunse in vista del molo.
C'erano solo soldati, lungo la banchina. E i dromoni in procinto di partire si stavano riempiendo fino all'inverosimile. Come avrebbe potuto trovare Sesto? Si fece coraggio e decise di chiedere a qualcuno. Si avvicin a un legionario che sembrava meno affaccendato degli altri e gli chiese: Soldato, sai dove posso trovare il cesare Sesto Martiniano?.
Quello la squadr tra l'incuriosito e il divertito, poi rispose: Certo che lo so. Prova a salire con noi, se gli ufficiali ti autorizzano, e trasferisciti in Asia. Lo troverai l, da qualche parte....
...  gi partito?
Per primo, insieme all'imperatore, replic sprezzante il soldato. Questa  la gente per cui andiamo a morire....
Un soldato accanto a lui aveva sentito la loro conversazione. Licinio se ne va sempre per primo, e anche quelli pi coraggiosi, come si  sempre dimostrato Martiniano, finiscono per imitarlo, a furia di stargli vicino..., intervenne.
Minervina deglut, pi disorientata che mai. Non aveva proprio modo di fargli sapere nulla. E non poteva pi essere contenta, come sarebbe stata una volta, di rischiare di finire nelle mani di Costantino: adesso aveva con s i figli di Martiniano, il suo nemico.
Ancora una volta, si chiese cosa fare.
Costantino misur l'altezza del controvallo costruito dai suoi soldati a cavallo del fiume Lico, a breve distanza dalle mura di Bisanzio, e ne fu soddisfatto. Il cumulo di terra riportata e la palizzata che vi era stata posta sopra erano un ostacolo sufficiente a impedire ogni comunicazione dei difensori con l'entroterra tracico, anche laddove non avesse disposto truppe a presidio. Poi si spost nel settore dove i genieri stavano costruendo le tre elepoli da cui intendeva bersagliare i nemici sugli spalti, per sostenere un eventuale assalto. Una delle torri mobili aveva gi raggiunto l'altezza delle merlature delle mura cittadine, e non era ancora conclusa; l'imperatore aveva espresso il preciso volere che superassero in altezza gli spalti, fino a misurare quanto le torri lungo la cinta, per poter scaricare proietti da una posizione dominante.
Questa dotatela di un ariete. Potr servirci, disse a uno degli addetti, indicando quella nella fase iniziale di allestimento. Un soldato lo venne ad avvisare che stava arrivando il cesare Crispo con l'intero suo stato maggiore, e Costantino accolse la notizia con entusiasmo.
Non si era mai sentito tanto orgoglioso del figlio. E di se stesso, per aver puntato su di lui. Aveva atteso con ansia il momento in cui si sarebbero incontrati, per mostrare a tutti gli altri comandanti la considerazione che aveva di lui. In questo modo avrebbero iniziato ad accettarlo come il suo erede e collega naturale. Nel pomeriggio precedente, al termine del suo nuovo successo, Crispo gli aveva inviato un messaggio nel quale gli comunicava la sua intenzione di trascorrere il resto della giornata, e anche la notte se necessario, a rastrellare tutte le navi ancora integre del nemico all'interno della Propontide, per poterle utilizzare in occasione del trasferimento di truppe in Asia.
Non aveva potuto che approvare, ovviamente. Il giovane aveva dimostrato spirito di iniziativa, anticipando una richiesta che lui gli avrebbe fatto comunque e guadagnando quindi tempo prezioso. Adesso che aveva virtualmente perso il controllo del mare, Licinio si sarebbe affrettato a traghettare il suo esercito a oriente, per poi impedirgli di sbarcare. Bisognava far presto.
Osserv in silenzio il maestoso incedere di Crispo. Era nato per fare l'imperatore. Almeno di questo doveva ringraziare la madre. Il ragazzo sprigionava una vitalit e una personalit con cui tutti avrebbero dovuto fare i conti, in futuro. Era la sua replica esatta, e metterlo sul trono era davvero il solo modo per perpetuare la propria opera. Proprio come se gli di, o il dio dei cristiani, gli avessero offerto l'opportunit di vivere due volte. Solo Crispo gli dava l'impressione di avere la sua stessa forza, la determinazione e la convinzione necessarie per farsi carico di un compito cos titanico.
Eccolo, il trionfatore del mare!, lo accolse, anche per far capire a tutti chi riteneva responsabile del successo. Not infatti che gli altri ammiragli, a cominciare dal vecchio Prisco, cercavano senza molto successo di dissimulare il loro scetticismo, con espressioni affettate e forzate di giubilo. Grazie a te, figlio nostro, potremo circondare la citt!.
Aspetta a dirlo, mio signore, rispose Crispo, tenendo un comportamento misurato, che il padre apprezz molto. Tuo cognato ha iniziato a trasportare truppe dall'altra parte fin da stanotte. E sta proseguendo anche stamattina. Ci stiamo organizzando per impedirlo, ma raccoglieremo solo le briciole, purtroppo. Quando ha iniziato, non avevamo i mezzi per bloccarlo....
Uhmm, riflett Costantino, corrucciandosi. Quante navi da guerra sono rimaste al nemico?, chiese.
Solo quattro, mio signore, rispose deciso Crispo. Tra navi affondate, spiaggiate e catturate, ad Abanto ne sono rimaste solo quattro, con cui ha raggiunto le coste della Bitinia. I prigionieri ce lo hanno confermato.
Costantino si rasseren subito. Non fa niente, non fa niente, se Licinio sta trasportando l'esercito in Asia... In due giorni abbiamo comunque raccolto ben pi di quanto osassimo sperare in cos breve tempo, dichiar, soprattutto a beneficio degli altri comandanti, perch non si facessero strane idee. Li abbiamo gi bloccati sul fronte terrestre a occidente e abbiamo assunto il controllo della Propontide, privando il nemico dell'intera flotta di navi da guerra. Inoltre, Bisanzio  praticamente nelle nostre mani: se Licinio sta trasferendo l'esercito, vuol dire che lui se n' gi andato, e che non ha alcuna intenzione di difenderla. Quindi abbiamo guadagnato anche questo fondamentale nodo strategico. Ora non ci rimane che trasferirci anche noi in Asia con l'intero esercito e obbligarlo a dare battaglia.
Perdonami, mio signore, ma temo che non sar cos facile, intervenne Prisco. Abbiamo visto dove stanno sbarcando le truppe di Licinio: nei punti dove i fondali sono pi alti, ovviamente. E stanno provvedendo a presidiarli. Questo significa che....
Costantino, indispettito per essere stato colto in fallo da un suo subordinato, lo blocc con un gesto della mano. Lo sappiamo bene cosa significa, ammiraglio, disse. Significa che dovremo affrontare degli scontri, per sbarcare.
Ho paura che non riusciremo proprio a sbarcare, mio signore, insistette Prisco. Tra i soldati che ha raccolto e di cui dispone in Asia Licinio, e quelli che sta portando l, avr talmente tanti uomini a disposizione nei punti di approdo che sarebbe un suicidio anche solo provarci. Non possiamo vanificare quanto di buono abbiamo ottenuto in questi giorni che, come giustamente sottolineavi tu,  tantissimo, con un'azione cos forzata.
Costantino si sent frustrato. Non poteva negare che il vecchio ammiraglio avesse ragione. Aveva ottenuto tanto, ma non era in grado di procedere oltre, e al di l della Propontide, nonostante i continui insuccessi, Licinio continuava a farsi beffe di lui: il cognato aveva un esercito ancora potente e in grado di dargli grattacapi, ponendo a rischio anche la sua eventuale conquista di Bisanzio, e di conservare il suo impero praticamente intatto. Si mise a riflettere su come superare l'ostacolo, ma non gli parve di avere una soluzione.
Potremmo..., intervenne Crispo. Potremmo traghettare le nostre truppe senza utilizzare i dromoni, che hanno un pescaggio molto ampio, ma solo le liburne, che possono arrivare anche nei punti in cui i fondali sono pi bassi....
Costantino si illumin. Ma certo! Questa  la soluzione: sbarcheremo dove loro non si aspettano e non troveremo alcuna opposizione!, esclam entusiasta. Informatevi subito su quali sono queste zone!.
Ma... Con le liburne ci metteremo un'eternit: possiamo portare solo poche decine di soldati su ciascuna di esse..., obiett sempre Prisco.
Vorr dire che le stiperemo, replic deciso Costantino. Il tratto di mare che devono compiere  breve, e non rischieranno certo di andare a fondo. Ci metteremo di pi? Pazienza: abbiamo l'elemento sorpresa dalla nostra, e possiamo permettercelo. Diede una pacca sulle spalle di Crispo e aggiunse: Ecco un uomo che ha una soluzione per ogni circostanza: cos li vogliamo, i nostri generali... E anche i nostri eredi!.

23.

Sono sbarcati, cesare. In forze. Le parole della staffetta lasciarono sbalordito Sesto Martiniano, intento, nel suo campo vicino Lampsaco, ad addestrare le tante reclute che aveva dovuto richiamare per dare consistenza al suo esercito.
Non  possibile. Qui non si vede nessuno. Dove sarebbero sbarcati? Abbiamo presidiato tutti i possibili punti di approdo, chiese.
Al Promontorio sacro, davanti al Bosforo.
Ecco, allora  sicuramente un trucco. L le acque sono troppo basse per i dromoni. Avranno sbarcato un piccolo contingente per depistarci, concluse.
Signore, hanno usato liburne, triacontere e pentecontere. Imbarcazioni leggere, con cui si sono potuti avvicinare alla costa, specific il soldato. E sono riusciti a trasferire su questa sponda decine di migliaia di uomini. Ti assicuro che non si tratta di una colonna sporadica per distrarci. Tanto  vero che l'imperatore sta andando loro incontro e ti chiede di raggiungerlo, per unire le forze.
Li sta raggiungendo? Che significa?. Ma Sesto aveva gi capito il sinistro significato dell'azione di Licinio.
Mio signore, le sentinelle lungo il Bosforo avevano notato le operazioni di sbarco del nemico, spieg la staffetta, e avevano avvertito l'imperatore. Il nostro augusto ha pensato che Costantino avrebbe impiegato molto tempo per far sbarcare tutta un'armata, e ha mandato un'avanguardia a bloccare le operazioni; ma quando  arrivata, i nemici a terra erano gi di pi, ed  dovuta tornare indietro. Quindi adesso l'imperatore vuole riunire l'intero esercito e arginare l'avanzata avversaria, per evitare di regalare una vasta area di approvvigionamento al cognato.
Sesto ne fu sgomento. Licinio ragionava correttamente, di fronte a una situazione davvero imprevedibile. Ma non calcolava che il loro esercito non era pronto. Se fossero riusciti a riunire le due armate avrebbero avuto truppe per centotrentamila effettivi, ma solo una parte era costituita da soldati con una qualche esperienza di guerra. Nei giorni in cui era stato a Lampsaco aveva dovuto richiamare le riserve e le classi pi giovani, e contava di avere almeno un mese di tempo per addestrarle. Gettarle subito in una battaglia contro gli sperimentati barbari di Costantino significava non solo mandarle allo sbaraglio, ma anche compromettere la coesione dell'esercito e dei ranghi: avrebbero finito per costituire un impaccio, pi che un vantaggio. Sarebbe stato preferibile un esercito pi piccolo, ma meglio addestrato, come era solito fare Costantino.
Ma a quanto pareva, l'imperatore era gi in marcia verso settentrione. E non gli rimaneva che raggiungerlo. Fu tentato di lasciare a Lampsaco i soldati pi inesperti, ma poi avrebbe dovuto dare fin troppe spiegazioni a Licinio, e si rassegn all'idea di affrontare la marcia con una massa di sprovveduti. Aveva un cattivo presentimento per lo scontro imminente, che nasceva sotto i peggiori auspici; se fosse stato con Licinio, gli avrebbe sconsigliato di combattere, a costo di apparire codardo, e di limitarsi a fare terra bruciata dei territori asiatici di l a Nicomedia, per privare Costantino di ogni tipo di sostentamento e farlo arrivare stremato allo scontro finale.
Ma si rese conto che Licinio era anche ansioso di restaurare il proprio prestigio, pesantemente compromesso dalle ripetute sconfitte cui l'aveva sottoposto il rivale. E dunque, la battaglia doveva aver luogo a ogni costo; pertanto, doveva fare in modo che il suo imperatore, il difensore dei valori tradizionali contro la negazione di tutto ci che aveva reso grande Roma, la spuntasse una volta per tutte. Roma non aveva alternative a Licinio; senza di lui, l'Urbe sarebbe scomparsa nello spirito e un'altra entit ne avrebbe preso il posto. Convoc rapidamente una riunione del suo stato maggiore, comunicando le notizie a tutti i suoi ufficiali. E non ce ne fu uno che non esprimesse le sue stesse perplessit A dispetto delle sue personali convinzioni, tuttavia, dovette fugare i loro dubbi e dare sicurezza ai suoi subalterni, perch in quel momento rappresentava l'imperatore e la volont di Licinio era legge. Scrut le loro espressioni: sembrava gente che stava per andare verso la forca.
E gli venne in mente che, forse, la sua non era dissimile.
Sesto Martiniano cesare... Sesto Martiniano cesare... Costantino continuava a ripetersi quello che aveva saputo dai soldati di Licinio caduti nelle sue mani subito dopo lo sbarco in Asia; e ogni volta che quel nome gli risuonava nella testa, l'indignazione cresceva ulteriormente. Licinio non poteva recargli offesa maggiore: ma, nello stesso tempo, non poteva ostentare un bersaglio pi appetibile e, quindi, motivarlo di pi. Il cognato aveva voluto fargli un dispetto, probabilmente, eleggendo come successore l'ultimo erede spirituale di un corpo, quello dei pretoriani, che rappresentava la Roma del passato, segnata dalla corruzione e ostaggio del volere di quelle immorali guardie del corpo, che facevano e disfacevano sovrani a loro piacimento e in base al compenso pi alto.
Osserv le guardie palatine che lo seguivano da presso: erano quasi tutti barbari, e sulla loro fedelt avrebbe messo la mano sul fuoco. Sceglievano un capo e gli rimanevano fedeli tutta la vita, onorati di sacrificarsi per lui. Non c'era onore, invece, nei pretoriani: avevano il dovere di proteggere un imperatore, ma se qualcuno gli offriva di pi, non esitavano a cambiare partito e ad assassinare chi contava su di loro. Forse lo avrebbe fatto anche Martiniano, se gli si fosse presentata l'occasione. Martiniano rappresentava tutto ci che di marcio c'era stato a Roma, ci che ne aveva compromesso la potenza favorendone il declino. Andava non solo ucciso, ma soprattutto distrutto e umiliato, perch non rimanesse traccia del coraggio e del valore che aveva mostrato come avversario, dal Ponte Milvio fino ad allora. Se voleva costruire una nuova Roma, doveva sgretolare l'orgoglio di chi rappresentava quella vecchia, per non dover essere costretto ad affrontare ulteriori resistenze, ispirate dall'esempio di quell'uomo tenace e testardo: un morto che non si era mai accorto di esserlo, o che si rifiutava di riconoscersi tale.
Mio signore, Licinio si  attestato nei dintorni di Crisopoli, a nord di Calcedonia. La comunicazione dell'esploratore reduce dalla ricognizione gli ricord che il suo rivale era il cognato. Ultimamente tendeva a dimenticarselo sempre pi spesso. Da quello scontro incompiuto a Cibalis, quella per Martiniano era diventata un'ossessione.
Quanti ne ha con lui? C' anche il cesare Martiniano?, non pot fare a meno di chiedergli.
Non dovrebbero essere pi di quarantamila soldati. Quindi  solo l'avanguardia. Ma non sappiamo chi la comanda, rispose il soldato.
Costantino riflett. Quindi, non possiamo sapere quanto  grande l'esercito nemico al completo, disse. Di certo Licinio sta radunando tutti i contingenti che aveva disseminato lungo la costa per impedire il nostro sbarco.
L'esploratore annu.
La conclusione poteva essere una sola. Pi aspettiamo, pi uomini ci troveremo ad affrontare, dunque, dichiar. Attaccheremo subito, finch siamo in netta superiorit numerica. Con ottantamila uomini, non avremo difficolt a spazzare via un'armata che ne ha solo la met.
Costantino ebbe un moto di soddisfazione. Chiunque fosse al comando di quell'avanguardia, era destinato a soccombere: e chiunque fosse rimasto al comando delle truppe residue, poi, non avrebbe avuto a disposizione forze sufficienti per contrastarlo. Dopo tutte le perdite che aveva subito nelle battaglie precedenti, Licinio doveva aver raschiato il fondo del barile: un'altra sconfitta, e le sole persone che avrebbe potuto opporgli sarebbero stati i suoi schiavi e i suoi cortigiani. Ed era anche certo che si trattasse in massima parte di gente inesperta: attaccare subito era anche la tattica migliore per instillare il panico nelle truppe nemiche, e provocare una rotta che gli avrebbe aperto la strada per Nicomedia.
Padre, ti chiedo l'onore di comandare la cavalleria in tua vece, dichiar Crispo, che cavalcava al suo fianco.
L'imperatore lo guard orgoglioso. Aveva chiesto al giovane di soprintendere alle operazioni di approvvigionamento dal mare, rimanendo con la flotta che procedeva lungo la costa parallelamente alla colonna in marcia; ma il figlio gli aveva risposto di voler essere sempre in prima linea, e non aveva avuto il cuore di dirgli di no. Eppure, adesso temeva che gli accadesse qualcosa in battaglia: sapeva quanto si esponesse al pericolo, proprio come lui da giovane, e quanti rischi corresse. E riteneva che avesse fatto gi abbastanza per conquistarsi la stima e la fiducia dei suoi subalterni. Non c'era bisogno che si esponesse ancora e non aveva pi nulla da dimostrare, almeno a lui. Ora, la sua priorit era conservarlo in vita per affiancarlo al trono e fare in modo che gli succedesse.
Ma proprio perch il figlio gli somigliava tanto, sapeva che relegarlo nelle retrovie sarebbe stato come rinchiuderlo in prigione; doveva solo sperare che chiunque vegliasse su di loro avesse deciso di risparmiarlo, come aveva fatto con lui tante volte in passato.
Pensiamo che si possa fare, rispose dopo aver a lungo esitato. Vediamo prima la disposizione delle truppe di Licinio, poi decideremo la tattica da adottare. Ma quando arrivarono all'altezza delle posizioni nemiche, cap subito che non c'era davvero tempo da perdere. Licinio o il suo cesare si erano trincerati dietro un vallo che partiva dalla citt di Crisopoli e arrivava fino al mare. Non era alto, valut, e probabilmente era ancora incompleto; ma nel terreno antistante, oltre a un fossato, not una serie di ostacoli, soprattutto rami e pali appuntiti conficcati nel terreno. Probabilmente, c'erano anche delle buche, con altri pali aguzzi sul fondo.
Non era un grande sbarramento, ma era chiaramente concepito per frustrare un assalto immediato del nemico, e dare il tempo alle altre truppe di raggiungere la prima linea.
Difficile caricare con la cavalleria, se queste sono le condizioni, disse Crispo, mostrando di aver colto subito il nocciolo del problema.
Eppure dobbiamo farlo, consider Costantino. Dobbiamo trovare il modo di farlo. Altrimenti lo sbarramento crescer, e cos il numero dei difensori subito dietro. E ci troveremo tra due fuochi: Licinio davanti e Bisanzio alle spalle; una situazione spiacevole. Adesso abbiamo delle possibilit, perch dietro quella linea non c' ancora tanta gente, e alcuni settori saranno scarsamente presidiati. Pi in l, o se falliamo oggi, saremo in un netto svantaggio strategico. Gli stava venendo in mente qualche idea, ma attese che fosse il figlio a dare suggerimenti. Voleva avere conferma che, oltre al valore, Crispo disponesse anche di acume tattico.
Abbiamo la flotta. Traghettiamo le truppe al di l dello sbarramento e li prendiamo alle spalle?, propose il giovane.
Sarebbe efficace, se non dovessimo attaccare oggi stesso, replic. Ma per portarne dall'altra parte un numero sufficiente avremmo bisogno di un giorno intero, almeno, rispose. E attese ancora.
Se la loro linea difensiva  debole, allora forse dovremmo concentrare l'assalto su un solo settore, attaccando in colonna, tent ancora Crispo.
Costantino lo guard orgoglioso. Proprio cos, dichiar compiaciuto. E magari potremmo farlo in quello pi vicino al mare, piazzando gli arcieri sulle imbarcazioni. Li bersaglierebbero sul fianco, mentre noi li investiamo di fronte.
E per quanto riguarda il terreno davanti al vallo? Come evitiamo che gli ostacoli indeboliscano il nostro assalto?, chiese Crispo.
Cosa suggerisci?, continu a stimolarlo Costantino.
Il giovane riflett qualche istante. Un'idea ce l'avrei. Ma dovremo sacrificare un paio di liburne, disse infine con un sorriso.
E Costantino pens che nulla avrebbe potuto renderlo pi felice quanto combattere con un figlio cos capace al proprio fianco, e vincere una guerra insieme.
Sono gi al contatto, signore, disse il ricognitore. Sesto fece un gesto di stizza e si mise a riflettere. Non aveva uomini all'altezza, e i legionari pi inesperti e meno addestrati non avevano retto il ritmo frenetico che aveva impresso alla marcia della sua armata, per raggiungere Crisopoli in tempo utile. Cos, si era formata una lunga colonna lungo la costa, con i reparti sfilacciati e le reclute incapaci di reggere il passo dei veterani. Le unit si erano quindi frantumate, gli ufficiali avevano perso il controllo di met dei loro effettivi e una buona parte dell'esercito sarebbe stata inutilizzabile, se la battaglia avesse avuto luogo quel giorno stesso.
Come pareva che dovesse accadere.
Vuoi dire che stanno ingaggiando battaglia?, chiese.
S, signore, spieg il soldato. Costantino  stato molto rapido a organizzare le sue truppe. Credevamo volesse farle riposare per la notte, anche perch  giunto in vista delle nostre posizioni a giorno inoltrato. Invece le ha subito schierate a battaglia e, quando sono venuto via dalla prima linea, sembrava proprio che stesse per attaccare.
Sesto si disse che doveva prendere una decisione: sacrificare una parte della sua lunga colonna per far giungere al contatto in tempo almeno i veterani. Fino a quel momento, aveva cercato di tener conto dei pi lenti e impacciati, arginando la foga dei pi solerti; ma adesso che sapeva di dover combattere subito, non aveva senso portare sul campo di battaglia gente che vi sarebbe arrivata stremata.
Di' agli ufficiali della prima met della colonna di accelerare il passo. Gli altri, che vengano quando saranno in grado, ordin al cavaliere che gli aveva portato notizie dalla prima linea. Poi torna dall'imperatore e riferiscigli che prover ad arrivare in tempo, ma solo con una parte degli effettivi.
La staffetta annu e part al galoppo lungo la colonna. Sesto sent accentuarsi quella sensazione di disastro incombente che aveva provato fin dalle prime avvisaglie di quella campagna. Se fosse stato un uomo dello stampo di Senecione, si disse, avrebbe abbandonato Licinio al suo destino, fatto marcia indietro e raggiunto Nicomedia, barricandosi in citt, radunando altre truppe e proclamandosi imperatore dopo l'inevitabile sconfitta del suo comandante. E magari Costanza lo avrebbe anche appoggiato, sposandolo e legittimandolo anche agli occhi del fratello.
Per un istante, fu tentato da quello scenario: poteva essere una sorta di rivalsa per tutti i torti che aveva subito nella sua vita. Ma doveva conservare libert di azione per capire cosa ne fosse stato di Minervina e i suoi figli, e farsi imperatore non era il modo pi appropriato per mantenere un basso profilo.
E poi, non aveva mai tradito nessuno che contasse su di lui, in vita sua. Nessuno, neppure gli di e le tradizioni con cui era cresciuto. E neppure Minervina, nel profondo del suo cuore, nonostante Costanza.
Spron il cavallo e, a testa alta e petto in fuori, galopp verso l'imperatore e la loro prevedibile rovina.
Crispo scrut ancora una volta le linee nemiche, contemplando le centinaia di elmi e copricapi che affioravano oltre l'approssimativa palizzata allestita dagli uomini di Licinio; poi valut che la distanza tra le imbarcazioni stipate di arcieri e il vallo avversario fosse corretta, gett una nuova occhiata ai tavolati che aveva fatto costruire con il legno ricavato dalle liburne demolite, e infine consider per l'ennesima volta la disposizione delle proprie truppe, che aveva incolonnato in una lunga coda.
Non doveva lasciare nulla al caso: tutte le componenti dovevano funzionare a dovere, se voleva ottenere l'immediato scardinamento delle difese nemiche che aveva promesso al padre. Valut un'ultima volta l'estensione totale delle tavole messe in fila, controllando che fosse pari a quella della fronte del suo schieramento, quindi lev il braccio. Esit ancora qualche istante per abbassarlo, guardando ora i trombettieri che avrebbero dovuto trasmettere il suo ordine d'attacco alla truppa, ora il padre, che se ne stava su uno sperone roccioso a contemplare la scena con la riserva e il suo stato maggiore. Vide l'imperatore annuire fiducioso, e si sent rinvigorito. Abbass il braccio, le trombe squillarono, e gli uomini addetti a spingere in avanti le tavole iniziarono ad avanzare. Alle loro spalle, si accodarono solerti i legionari della prima fila e poi, a seguire, tutti gli altri, con gli scudi sollevati in alto. Una lunga e stretta teoria di soldati si incammin lungo la costa a passo sostenuto ma non troppo, per mantenere la coesione della formazione ed evitare che fuoriuscisse dai margini della barriera di legno costruita per la loro protezione.
Giunto in prossimit della zona costellata di ostacoli, diede ordine di rallentare il passo. Con un secondo comando, le navi che costeggiavano il campo di battaglia presero vita: sui ponti si sollevarono tutti gli arcieri che aveva fatto mantenere sdraiati perch il nemico non si avvedesse della loro presenza. Le loro frecce iniziarono a piovere sulle postazioni di Licinio nello stesso istante in cui i dardi provenienti da queste ultime presero a investire gli attaccanti. Ma come previsto dal giovane, mentre i dardi degli arcieri di Licinio si infrangevano contro la barriera di legno, quelli scagliati dalle navi si dimostrarono fin da subito letali. Urla di dolore si sollevarono oltre il vallo, mentre Crispo, prossimo alla prima fila, pot udire il crepitante ticchettio delle frecce destinate ai suoi soldati.
Talvolta qualche tiro spiovente coglieva nel segno, insinuandosi negli interstizi del tetto di scudi costituito dai legionari delle file posteriori. Ma nel complesso, la fila pot permettersi di non rallentare, almeno fino a quando non fu Crispo a dare l'ordine di farlo. Era in quel momento che i tavolati avrebbero svolto la loro funzione pi preziosa. Entrati nella zona minata, i soldati dovevano stare attenti a dove mettevano i piedi, ed erano costretti a muoversi in modo circospetto, pericolosamente esposti al tiro nemico ad alzo zero. Ma grazie alle tavole e al lavoro degli arcieri sulle navi, dalle file nemiche arriv una reazione assai blanda, che permise agli attaccanti di avanzare ancora, a dispetto degli ostacoli.
Crispo si accorse che Licinio, o chi per lui, doveva aver diramato l'ordine di volgere l'attenzione agli arcieri sulle navi, perch il crepitio delle frecce sulle tavole cess improvvisamente. Forse voleva neutralizzare i tiratori dal mare, prima di dedicarsi di nuovo alla fanteria pesante. Ma ci diede a Crispo l'opportunit di avvicinare il vallo senza ulteriori pericoli, e le uniche perdite che il suo schieramento dovette subire furono quelle causate dalla disattenzione di qualche soldato, che metteva un piede in fallo, cadendo in una buca e finendo infilzato dal palo sul fondo.
Crispo arriv cos davanti al fossato con quasi tutti i suoi uomini. A quel punto, diede un nuovo ordine, che le trombe comunicarono all'intera linea. Gli uomini della prima fila gettarono a terra le tavole con cui si erano riparati, trasformandole in ponteggi con cui superare il fossato. Quindi, davanti all'espressione impotente e attonita dei difensori che affioravano dalla palizzata, vi si gettarono sopra aprendo la strada ai commilitoni alle spalle. In pochi istanti, prima ancora che i nemici si riavessero dallo stupore, centinaia di uomini si riversarono sul terrapieno e iniziarono a scalarlo.
Affiancato dai due scudieri, il giovane fu tra i primi a varcare il fossato. Si gett sul terrapieno e in quattro balzi fu sulla palizzata. Solo allora i difensori iniziarono a reagire, protendendo gli scudi e le lance oltre i pali per ricacciare gi gli avversari. Ma erano ostacolati dai numerosi cadaveri e dai feriti che giacevano ai loro piedi, e che spesso erano costretti a calpestare, perdendo l'equilibrio. Le loro lance, quindi, andavano quasi sempre a vuoto, e Crispo pot avvantaggiarsene subito, evitandone una e scagliandosi con tutta la forza contro la barriera, su cui fece piombare il peso del suo scudo. I pali, frettolosamente infissi nella terra riportata, si inclinarono in avanti, finendo per diventare degli spuntoni pronti a infilzare lo stomaco dei nemici, che furono costretti a indietreggiare. Il giovane ebbe quindi l'opportunit di prendere a calci quanto rimaneva della palizzata e divellere i rami di fronte a lui. Adesso aveva la strada spianata ed era anche in una posizione di vantaggio, potendo aggredire dall'alto i suoi diretti avversari. Gli bast dare un'occhiata sui fianchi per vedere che i suoi soldati si stavano comportando nello stesso modo: immaginando la cedevolezza del vallo, aveva dato loro istruzioni di abbattere la palizzata per prima cosa.
L'uomo di fronte a lui, indietreggiando, and a inciampare in un cadavere trafitto da due frecce, e cadde all'indietro. Crispo si trov la strada aperta senza aver sferrato un solo colpo. Si affrett a ridiscendere il terrapieno dalla parte opposta a quella da cui era salito e si ritrov alle spalle della prima linea. Il soldato che si prese il suo primo affondo vide la punta della spada di Crispo fuoriuscire dal proprio stomaco. Il giovane liber l'arma e la rivolse contro un avversario proveniente dalla seconda fila, con cui incroci la propria lama, da cui pendevano ancora i filamenti delle viscere della sua prima vittima.
Scintille si sprigionarono dall'impatto dei due metalli. Ma la sua lama guizzava pi velocemente di quella del nemico, e in breve pot infilarla nella glottide del soldato, che spalanc bocca e occhi, barcoll e poi croll ai suoi piedi. Dietro di lui ce n'erano tanti altri, che si gettarono contro Crispo. Ma ormai anche molti attaccanti avevano affiancato il condottiero, e altrettanti premevano alle sue spalle, dopo aver scardinato quanto restava della palizzata.
Era la mischia, adesso. Il corpo a corpo che sperava di raggiungere in breve tempo. Era il momento della seconda fase dell'attacco. Attese ancora un po', incrociando le lame con gli avversari pi vicini, e poi vide l'uomo con cui duellava finire investito dal compagno sul lato verso il mare. In breve, tutto lo schieramento nemico ondeggi paurosamente verso l'entroterra, e Crispo si ritrov a duellare con un avversario diverso dal precedente.
La fase due era iniziata come previsto. Gli arcieri erano sbarcati, avevano riposto gli archi ed estratto le spade, e si erano gettati sul fianco nemico, che adesso si trovava aggredito davanti e di lato.
Presto, si disse soddisfatto, sarebbe scattata anche la fase tre, e gli uomini di Licinio sarebbero stati definitivamente travolti.

24.

Un soldato, privo di scudo e con un'espressione di terrore dipinta sul viso, correva verso di lui. Poi ne vide un altro. E un altro ancora. Alle loro spalle, altri legionari sembravano non pensare ad altro che a fuggire.
Pessimo segno.
Sesto temette di essere arrivato troppo tardi. O, pi facilmente, che il crollo dell'armata di Licinio fosse avvenuto troppo presto. Alcuni fuggitivi, nel veder avanzare il suo esercito, si arrestarono, esitanti. Qualcuno si affrett a tornare in prima linea per la vergogna, qualcun altro si ferm ad aspettare il suo arrivo, ma altri ancora si diressero di corsa verso l'entroterra, temendo una punizione. Il cesare url agli ufficiali di far mettere in coda chiunque incontrassero: non voleva che il panico di quei codardi contagiasse i suoi ranghi, n che i loro movimenti incoerenti minassero la compattezza delle sue file. Doveva arrivare con uno schieramento coeso al contatto col nemico, se voleva avere qualche speranza di essere d'aiuto a Licinio.
Quando giunse in vista dello scontro, cap perch le truppe di Licinio si stessero sfaldando. Gli bast una rapida occhiata per capire che erano tatticamente spacciate. Costantino le aveva strette in una morsa, schiacciandole sulla fronte, nonostante il vallo che avevano eretto, e dal mare, con un attacco anfibio. E poich verso l'entroterra c'erano le mura di Crisopoli, l'unica direzione in cui i difensori potessero andare per sottrarsi alla tenaglia, senza trovare ostacoli come la citt, era quella da cui proveniva lui.
Comprese subito la portata del problema. Pi gente ripiegava, in buon ordine o meno, e pi difficile era avanzare a ranghi compatti per ricreare uno schieramento coerente. Cerc di capire dove si trovasse l'imperatore. In teoria, doveva essere sulla destra, la posizione consueta per un comandante in capo, quindi a ridosso della citt. Ma non vedeva pi formazioni compatte e distinzioni tra unit: solo un brulicare incoerente di armati, probabilmente di ambo gli schieramenti. Tuttavia, credette di aver individuato Licinio in un gruppetto di cavalieri sopra un'altura ai margini di Crisopoli. Si mise a pensare al modo migliore per impiegare i cinquantamila uomini che, per il momento, era riuscito a portare con s. Erano gi di pi di quelli di cui aveva potuto fruire l'imperatore fino a quel momento e, se bene utilizzati, avrebbero potuto cambiare l'andamento dello scontro.
Decise di creare una disposizione uguale a quella del nemico. Chiam il principale generale subalterno e gli disse: Distacca met dell'esercito sulla sinistra, lungo la costa, mettendo in testa la cavalleria pesante. Dobbiamo assolutamente ricacciare in mare le truppe da sbarco; ne assumer il comando e poi, sull'abbrivio, proseguir in avanti e far a Costantino lo stesso scherzo che ha fatto a noi: lo attaccher sul fianco. Il resto dell'armata la condurrai tu al contrattacco frontale, inglobando nei tuoi ranghi gli altri soldati che si sono attardati lungo la strada, fino a creare una barriera impenetrabile.
Dovette attendere poco, prima di veder formare una colonna di assalto. Cavalc lungo lo schieramento finch non giunse in testa, a breve distanza dal baricentro dello scontro. Vide le truppe leggere nemiche occupare tutto il tratto dalla riva al margine dello schieramento di Licinio, sempre pi compresso verso l'entroterra. Presto, se non fosse intervenuto, si sarebbero ricongiunte a quelle che premevano sulla fronte, circondando le truppe dell'imperatore. Lev il braccio, lanci un urlo di incoraggiamento inneggiando a Licinio, a Marte e Giove, e part al galoppo insieme agli altri cavalieri. Copr in un attimo il breve tratto che lo separava dal nemico, che si era accorto della sua presenza ma, impegnato con gli avversari lungo il vallo, non aveva modo di cambiare la disposizione per affrontarlo. In ogni caso, erano solo truppe leggere, prive di mezzi per contrastare la cavalleria pesante.
Piomb sul fianco avversario senza trovare opposizione. Travolse con gli zoccoli del cavallo chiunque gli si parasse davanti. Non c'erano corazze contro cui scontrarsi, lance da cui guardarsi, falangi da superare: solo uomini indifesi e spauriti, perfettamente consci di non poter far altro che soccombere alla terribile forza d'urto di una carica di cavalleria. Penetr nel loro schieramento con facilit disarmante, avanzando in profondit con grande rapidit. Le truppe di Licinio si trovarono tra due fuochi, pressate sulla fronte e da tergo. Alcuni soldati provarono ad arrendersi, gettando le armi a terra e alzando le braccia, ma la ressa era tale che gli avversari pi prossimi non se ne accorsero, vedendo in loro solo dei nemici pi facili da uccidere di altri. In pochi istanti ebbe luogo una strage inaudita. Sesto non ebbe bisogno di sferrare molti fendenti per uccidere: il suo semplice passaggio nel cuore dello schieramento nemico provocava un morto dietro l'altro, tra i soldati che, nel tentativo di sottrarsi al suo impatto, si spingevano e si calpestavano l'un l'altro, o finivano sotto gli zoccoli di un altro cavaliere.
Si ritrov dall'altra parte della colonna anfibia in un tempo sorprendentemente breve. I soldati si tuffavano in mare per evitare la cattura, ovunque si trovassero: chi era su una riva, correva in acqua e cercava di raggiungere a nuoto le navi attraccate poco distanti, chi era su uno sperone roccioso si gettava, talvolta sfracellandosi, sugli scogli sottostanti. Gett un'occhiata e vide il mare costellato di cadaveri, e di soldati che vi si aggrappavano per non farsi travolgere dai flutti e sbattere contro le rocce affioranti sulla superficie.
Su quel versante, la situazione sembrava essersi stabilizzata; lui e la sua colonna erano padroni del settore. Osserv quello che accadeva al centro. Le truppe condotte dal suo subalterno stavano avanzando a passo cadenzato, mantenendo una formazione a falange. Sembrava che il ripiegamento di Licinio fosse stato arginato, adesso. Stava avvenendo la fusione tra i due tronconi dell'esercito, che ora disponeva di una maggiore profondit. Ebbe un brivido di soddisfazione: in poco tempo pareva aver capovolto la situazione tattica. Ora era Costantino a essere in svantaggio, e Sesto era ben deciso ad approfittarne. Non doveva lasciargli scampo: aveva l'occasione di stringerlo in una morsa a sua volta, tra il mare e Crisopoli, contando sulla sua superiorit numerica, al momento schiacciante. Lo stup che Costantino avesse dato battaglia con un'armata relativamente modesta: evidentemente, non era riuscito a traghettare tutte le sue truppe in Asia, ma aveva voluto provare lo stesso ad approfittare del fattore sorpresa, contando di eliminare subito Licinio prima che affluissero rinforzi da ambo le parti. Ma aveva fatto male i conti.
Attese che la sua cavalleria superasse al completo le truppe leggere nemiche e si disponesse con la fronte rivolta verso l'entroterra, per preparare una nuova carica, stavolta contro le truppe pesanti. Ma mentre stava decidendo se assalirle di fianco o da tergo, not delle sagome umane affiorare dalla sommit del Promontorio sacro. In breve, quelle figure si moltiplicarono fino a divenire un'armata. E sulla destra not il labaro, l'odiosa insegna di Cristo, che accompagnava sempre la posizione dell'imperatore venduto ai nemici dello Stato.
Una doppia riserva. Costantino aveva preparato una seconda riserva, oltre a quella che aveva fatto procedere dal mare. Aveva davvero trasferito tutte le sue truppe in Asia. E subito dopo, le vide avanzare a passo veloce, sfruttando l'abbrivio offerto dal pendio.
E quando i suoi cavalieri si furono schierati verso l'interno, non seppe se mantenerli in quella posizione e farli avanzare contro il fianco nemico, o farli ridisporre con la fronte verso la nuova armata di Costantino.
Oppure, se farli volgere verso sud e dare l'ordine di fuga.
Si accorse che, al centro, molte unit del suo esercito avevano gi optato per la terza ipotesi.
Costantino sent di non poter essere da meno del figlio. Crispo aveva condotto l'avanguardia all'assalto delle posizioni nemiche occupando sempre la prima fila, e a lui spettava fare altrettanto. Lo esaltava quella gara di abilit e coraggio con il suo erede, e spingeva la sua eccitazione per il combattimento a livelli fino ad allora mai raggiunti. Guard sfilare le sue truppe dal Promontorio sacro verso il cuore dello scontro, poi diede di sprone e mosse alla volta della prima fila, che vedeva la cavalleria ai lati e le legioni al centro.
Osserv la disposizione tattica del nemico. Lungo la costa, grazie all'arrivo dei rinforzi Licinio aveva assunto il controllo, predisponendo un contrattacco dopo aver spazzato via le truppe leggere provenienti dal mare. E ora il cognato minacciava di aggredire sul fianco Crispo. Al centro, per il momento, c'era un perfetto equilibrio, ma la superiorit numerica del rivale era destinata a far prevalere il cognato, se lui non fosse intervenuto subito. Tuttavia, anche l'attacco sul fianco andava arginato, se voleva evitare di essere preso da tergo mentre avanzava. Fece quindi arrivare agli ufficiali l'ordine di aprire a ventaglio le truppe, allargando progressivamente lo schieramento per poter investire tutto l'arco di quello nemico.
Poi gli venne in mente che doveva esserci Sesto Martiniano a capo di uno dei due settori. O aveva condotto l'avanguardia e adesso si valeva dell'aiuto di Licinio coi rinforzi, o era a capo dei rinforzi ed era arrivato a sostegno dell'imperatore. L'ex pretoriano si era rivelato un avversario formidabile, ben pi temibile del cognato, ed era lui che doveva colpire per primo. Ma no, si disse, a chi voleva darla a bere? Era lui che voleva colpire per primo. Lo considerava il suo vero antagonista, ormai, e desiderava sfidarlo: se solo la guerra si fosse potuta risolvere in un duello tra loro due, sarebbe stato ben contento di proporlo.
Mentre avanzava, cerc di capire dove si trovasse Martiniano. Conosceva le insegne di Licinio, che ormai ostentava la sua fedelt agli di tradizionali e presentava i simboli di Giove; quando le vide nei pressi di Crisopoli, ne dedusse che il cognato comandava l'avanguardia. Pertanto, Martiniano doveva essere a capo dei rinforzi. Strizz gli occhi e osserv le truppe nemiche arrivate da poco sul campo di battaglia, per cercare di individuarlo. Si convinse che fosse l: il contrattacco dei rinforzi era stato talmente efficace che solo quell'uomo diabolico poteva esserne stato l'artefice.
Si spost sempre pi a destra e raggiunse l'ala, intenzionato a condurre la carica sul fianco delle truppe di cavalleria lungo la costa. Scrutava i nemici pi vicini per capire quale fosse Martiniano; se aveva imparato a conoscerlo, anche quell'uomo, come lui, amava essere alla testa dei suoi soldati. Ma nella confusione che si era creata lungo il mare, non capiva quale fosse la testa dello schieramento avversario. Avanz ancora al galoppo, giungendo quasi a contatto con la linea di Crispo. E fu allora che vide la colonna nemica caricare il centro del suo schieramento appena oltre il vallo ormai divelto e incunearsi tra le truppe del figlio. Presto i suoi obiettivi si confusero con i soldati di Crispo, andando a incrementare la mischia gi in atto da tempo.
L'imperatore fece un gesto di stizza e si sent impotente, quando individu un'insegna raffigurante Ercole e, accanto a essa, un gruppo di cavalieri capeggiati da uno con l'elmo crestato, che costituiva effettivamente la punta pi avanzata del cuneo; Ercole era stato il semidio cui si erano consacrati Massimiano e Massenzio, ai cui ordini l'ex pretoriano aveva militato. Non poteva essere che lui, ma ormai era fuori dalla sua portata. Avrebbe dovuto travolgere decine degli uomini di Crispo per raggiungerlo.
Crispo.
Gli venne in mente che il figlio era sulla direttrice di avanzata del cesare. Martiniano doveva aver deciso di sfuggire al suo assalto tagliando in due lo schieramento, forse per prepararsi la fuga, forse solo per dare tempo a Licinio di fuggire col resto dell'esercito. In ogni caso, l'ex pretoriano si faceva strada tra le schiere avversarie e, presto o tardi, avrebbe incrociato Crispo. E Costantino, per la prima volta, ebbe paura. Aveva lasciato che il figlio combattesse in prima fila perch dentro di s, in fondo, sapeva che il giovane era della sua stessa pasta e se la sarebbe cavata. Ma non aveva preso in considerazione Martiniano. Se c'era un uomo che poteva mettere davvero a repentaglio la vita di suo figlio, era quel demone.
Cerc con lo sguardo il suo cesare, ma Crispo si era spinto cos al centro della mischia che era impossibile, ormai, distinguerlo dagli altri soldati: il fango, il sangue e il sudore avevano reso i combattenti simili l'uno all'altro, da lontano. Non gli rimase che incitare i suoi a proseguire la carica, per poter aggredire da tergo la colonna nemica e costringerla a guardarsi le spalle, sperando di impedirle di raggiungere l'ala opposta dello schieramento e tagliarlo in due.
E sperando che Martiniano non trovasse Crispo sulla sua strada.
Sesto sper di aver fatto la scelta giusta. Tra le varie possibilit che aveva preso in considerazione per far fronte all'intervento della seconda riserva nemica, aveva optato per il taglio dello schieramento avversario. Aveva quindi dato ordine ai suoi di compattarsi e di compiere un'azione di sfondamento contro il fianco nemico, con il triplo obiettivo di sottrarsi all'attacco frontale dei rinforzi provenienti dal Promontorio sacro, di tagliare in due lo schieramento di Costantino e arginarne l'avanzata, e di dare cos il tempo a Licinio, eventualmente, di ripiegare.
La sua cavalleria, priva dello spazio per acquisire velocit, era tuttavia piombata quasi da ferma sulla fanteria pesante dell'avversario, e avanzava a fatica tra i ranghi dei soldati, gi impegnati nel corpo a corpo con i legionari di Licinio. Sesto, sempre alla testa della formazione, si rese conto che sulla sua direttrice si trovavano anche molti commilitoni: gli scudi che si opponevano ai suoi fendenti non erano solo quelli con il Chi Rho, il simbolo di Cristo, ma anche quelli delle unit appartenenti al suo esercito. In quel caso, frenava il braccio all'ultimo istante, ma era comunque costretto a farsi strada spronando il cavallo, travolgendo chiunque, amico o nemico, gli impedisse di giungere all'ala opposta. Il suo preciso dovere era di contenere il contrattacco nemico e di preservare la vita dell'imperatore, e non poteva preoccuparsi della sorte dei pur valorosi soldati che combattevano in prima fila.
Il suo cavallo vacill scavalcando il corpo di un uomo travolto dalla mischia, e Sesto non seppe dire a quale schieramento appartenesse. Il cesare si inclin pericolosamente sulla sella, fino a pendere quasi in orizzontale su un lato. Una lancia gli sfior il viso, graffiandolo sulla guancia. L'improvviso bruciore gli fece strizzare gli occhi, e fu solo l'istinto che gli permise di parare con la lama un nuovo affondo non appena sollev le palpebre. Recuper stabilit sulla sella e riprese a sferrare fendenti, mentre il legionario che cercava di colpirlo gli saltava intorno per tenersi fuori dalla portata dei suoi affondi. Sesto tir le redini e costrinse il cavallo a virare, spostandosi cos sul lato sinistro dell'avversario, dalla parte dello scudo e lontano dalla lancia. Poi diede di sprone e spinse la bestia in avanti. Il petto del cavallo si abbatt sul soldato, sbilanciandolo. Il legionario ruot su se stesso e offr di nuovo a Sesto il fianco destro, ma con la guardia aperta e l'arma indirizzata verso l'alto. Il cesare vibr il fendente, che cal sul polso dell'antagonista, troncandogli di netto la mano con la lancia.
Il moncone rivers un violento getto di sangue verso la bestia, che ne fu imbrattata, poi l'uomo cadde a terra rotolandosi nel fango e urlando di dolore. Sesto prosegu la sua avanzata, badando soprattutto ad aprirsi la strada con la pressione della sua spinta, cercando di tenere lontani i legionari con il vigore e la frequenza dei suoi fendenti, senza perdere tempo a ingaggiare duelli. Ma poi si vide venire incontro un alto ufficiale affiancato da due scudieri, e cap di avere a che fare con un pezzo grosso, che non gli avrebbe ceduto facilmente il passo.
Not che era giovane. Troppo giovane per il ruolo che ricopriva, ma assai robusto. O era un raccomandato di ferro, o un guerriero formidabile che aveva fatto una rapida carriera grazie alla sua abilit. Be', si disse, lo avrebbe scoperto presto: l'ufficiale lo attacc senza alcuna soggezione, accantonando ogni esitazione che un uomo a piedi poteva nutrire nei confronti di uno a cavallo.
Sesto gli cavalc contro, intenzionato a passargli letteralmente sopra. Il giovane si mantenne sulla traiettoria e il cesare pens che fosse destinato all'impatto; ma all'ultimo momento quello diede una spallata a uno dei due scudieri, si spost con una rapidit impressionante e lo aggred sul lato sinistro, scegliendo alla perfezione il momento in cui far calare la propria spada sulla spalla dell'avversario, mentre il cesare gli si affiancava.
Ma Sesto fu altrettanto pronto. Decenni di carriera avevano acuito i suoi sensi, permettendogli di compensare il declino causato dall'et, e riusc a porre la propria spada tra s e la lama dell'antagonista. Ma la violenza del colpo lo fece vacillare, e dovette stringere le cosce ai fianchi del cavallo e tirare le redini per non cadere di sella. Arriv un nuovo fendente, e stavolta colp uno dei corni della sella stessa, sfiorandogli l'inguine. Sesto reag con un calcio, che centr al petto l'ufficiale, sbilanciandolo. Ebbe cos il tempo di recuperare stabilit e di passare al contrattacco, facendo ruotare il cavallo per poter incrociare le spade con l'avversario senza dover torcere il busto.
Il giovane gli si gett di nuovo addosso con la stessa, veemente irruenza di un istante prima, e le lame si baciarono producendo scintille, una, due, pi volte. L'ufficiale lo martellava, lui rispondeva colpo su colpo, ma non poteva permettersi di perdere tempo, e prov a passare oltre. Ma l'avversario gli si metteva sempre davanti, impedendo al cavallo di prendere lo slancio. Sesto tir ancora un volta le redini per spostare il muso della bestia verso destra e, fintando di assecondare col proprio corpo il movimento del cavallo, indusse l'antagonista a fare un passo in avanti. Poi sporse il busto a sinistra e affond la spada. Le due lame si intrecciarono e il cesare, con un violento movimento del braccio, fece forza scalzando la spada dalla mano dell'ufficiale, che si ritrov disarmato. L'altro si sbilanci per il contraccolpo, offrendosi con la guardia completamente aperta al suo affondo.
Principe!, grid spaventato uno degli scudieri che contornavano il giovane.
Sesto stava per portare il fendente al corpo, ma si blocc col braccio a mezz'aria. Quella parola lo aveva gelato. Lo fiss in viso e vide gli occhi di Minervina.
Crispo, il figlio che la sua donna aveva avuto da Costantino.
Non poteva uccidere il figlio di Minervina.
Lo guard ancora, in un istante sospeso che parve durare un'eternit, mentre il giovane, pietrificato, sembrava rassegnato al proprio destino. Poi Sesto scosse la testa, diede di sprone e pass oltre, approfittando dello spazio che si era creato tra i soldati pi vicini, rapiti dal duello tra i due comandanti. Continu ad aprirsi la strada levando e abbassando il braccio quasi meccanicamente, turbato da quell'incontro. I legionari che gli si paravano davanti erano diventati ombre, sagome indistinguibili l'una dall'altra, meri ostacoli da rimuovere: il suo pensiero andava sempre al principe, la cui vita aveva avuto nelle proprie mani.
Quando si volt, si rese conto che, allungando il suo schieramento per tagliare l'intera fronte nemica, lo aveva reso sempre pi sottile: i suoi uomini facevano fatica ad avanzare, e molti rimanevano risucchiati nella mischia. E la seconda riserva nemica, ormai giunta nel cuore dell'azione, aveva facile gioco nel travolgerli. In breve, non avrebbe avuto pi molti soldati da opporre alla pressione avversaria. Forz ancora l'avanzata, per giungere dall'imperatore prima che la fragile diga che aveva creato crollasse. E quando arriv all'ala opposta, a ridosso delle mura della citt, vide finalmente Licinio su un modesto rilievo. Cavalc deciso nella sua direzione, badando bene a farsi seguire da tutti i cavalieri che erano ancora in grado di evadere dalla calca, e lo raggiunse sulla sommit dell'altura.
Mio signore, affrettati a ripiegare. Il tracollo  inevitabile!, gli grid, prima ancora di giungere a pochi passi da lui.
Licinio sembrava stordito. Lo guard senza reagire.
Signore, ripiega, te ne prego!, insist, urlandogli praticamente in faccia dopo aver fermato il cavallo fin quasi a sfiorare quello dell'imperatore.
 tutto perduto... perduto..., mormor con sguardo assente Licinio.
No, se ripieghi subito!, grid ancora.
Sesto si rivolse al comandante delle guardie del corpo, che era subentrato a lui quando era stato promosso cesare. Portalo via di qui. E non ti fermare fino a Nicomedia.  un ordine, gli intim.
L'ufficiale lo guard esitante, poi fiss Licinio, che non parve accorgersi di lui. L'imperatore continu a piagnucolare, mormorando parole sempre pi inintelligibili, e solo allora il comandante fece un cenno a una delle guardie, che afferr le redini del cavallo di Licinio, lo fece voltare e lo condusse a ridiscendere il pendio, in direzione sud.
Sesto annu e si volt a guardare il campo di battaglia. Molti, nel suo schieramento, stavano fuggendo. E lo sbarramento che aveva allestito era prossimo a sgretolarsi. Scosse la testa e si chiese se era valsa la pena sacrificare tutti quegli uomini per salvare un imperatore che sembrava aver perso la ragione. Sospir e pens che non poteva far altro: era il suo imperatore e, soprattutto, era l'unico argine allo strapotere di Costantino.
Si disse che doveva rimanere sul campo solo il tempo sufficiente a garantire un vantaggio a Licinio. Poi sarebbe potuto andare via anche lui. Anzi, sarebbe dovuto andare via anche lui. Se Licinio non era pi in grado di opporsi al rivale, ne avrebbe preso il testimone.
Era il cesare, e toccava a lui portare avanti la lotta, se l'imperatore non fosse pi stato in condizione di farlo.
Ma perch non l'aveva ucciso? Crispo continuava a farsi questa domanda, anche dopo aver raccolto la propria spada e ripreso a combattere per scardinare gli ultimi scampoli di resistenza dello sbarramento nemico. In base alle insegne che lo contornavano, quell'individuo era il cesare Sesto Martiniano, l'uomo spietato e feroce che gli aveva descritto il padre, il nemico del progresso, l'assassino di suo zio Bassiano, il vero volto della conservazione e il braccio armato di Licinio. Nessuno nell'impero, a giudicare dalle parole dell'imperatore, era pi pericoloso di lui. Era stato uno dei pochi pretoriani superstiti del Ponte Milvio, e gi per Massenzio era stato un eroe.
Lo aveva visto avanzare con determinazione tra le file avversarie, schiacciare chiunque gli si opponesse senza esitazione, sferrare fendenti perfino ai suoi stessi uomini, usare la spada come pochi erano capaci di fare... eppure, di fronte a lui, aveva esitato e, quando lo aveva avuto in pugno, lo aveva risparmiato. Il padre gli aveva confessato che, sul campo di battaglia di Cibalis, otto anni prima, loro due si erano scontrati in una singolar tenzone, e poco c'era mancato che Martiniano prevalesse: solo la confusione del combattimento aveva impedito che il duello giungesse alla fine. Costantino aveva candidamente dichiarato che quella era stata l'occasione in cui era stato pi vicino alla morte.
Eppure, lui era stato risparmiato. Continu a combattere con quell'interrogativo in testa, e si ripropose di porlo anche al padre, non appena lo avesse incontrato.
Nonostante i suoi dubbi, tuttavia, gli parve che la battaglia avesse preso una piega favorevole, per la causa dell'imperatore. La strategia in tre fasi che avevano elaborato si era dimostrata vincente, al punto di vanificare l'intervento dello stesso Martiniano, che in un primo momento era riuscito a spezzare la tenaglia, investendo le truppe leggere provenienti dal mare. Adesso, in molti settori gli uomini di Licinio sembravano allo sbando, e sempre pi frequentemente incontrava soldati che, invece di affrontarlo, se la davano a gambe ignorando gli ordini e le esortazioni dei propri ufficiali.
Riusc ad avanzare di decine di passi in breve tempo, mentre la linea nemica cedeva sempre pi vistosamente. Quando vide perfino un ufficiale alzare le braccia in segno di resa, seppe che era finita. Erano uomini di esperienza, i graduati, e sapevano che perfino fuggire era inutile, ormai. Chiunque ci provasse, almeno nelle prime file, si sarebbe trovato la strada sbarrata dalla cavalleria di Costantino, che aveva sgominato le ali nemiche e stava avvolgendo l'intero schieramento, riducendolo a un corridoio sempre pi stretto dove gli uomini si assembravano, ostacolandosi a vicenda. Presto, le due ali si sarebbero ricongiunte, tagliando la strada a chiunque fosse finito nella loro morsa. E poteva solo sperare che nella tenaglia finisse anche Licinio, per concludere una volta per tutte quella guerra.
Eppure, dall'altra parte temeva la conclusione del conflitto, perch allora avrebbe anche dovuto porre termine al suo travaglio interiore sulla decisione da prendere. In un recesso del suo animo, sperava che Licinio fosse riuscito a scappare; solo cos avrebbe potuto tirare alle lunghe e rimandare la sua decisione sulla eventuale rinuncia a essere associato all'impero. La scarsa propensione alla lotta delle truppe nemiche, che badavano solo a salvare la pelle, ormai, lo induceva a credere che l'imperatore avversario non fosse pi sul campo di battaglia: se fosse morto o scappato, non poteva saperlo, al momento. Si ritrov, ancora una volta, a sperare nella seconda ipotesi, sebbene fosse convinto che il padre avrebbe preferito di gran lunga la prima.
Ormai era un rastrellamento, pi che una battaglia. Le sacche di resistenza si erano ridotte da un momento all'altro: anche chi fino a un attimo prima era sembrato disposto a combattere a oltranza, adesso si guardava intorno e, vedendo l'atteggiamento rinunciatario dei commilitoni, si affrettava ad arrendersi. I suoi soldati non dovevano far altro che raccogliere le armi gettate ai propri piedi e mettere in fila in prigionieri, per poi portarli dietro le loro linee verso il Promontorio sacro. Non era roba da principi. Crispo decise di spostarsi verso Crisopoli, dove era stato visto per l'ultima volta Licinio con il suo stato maggiore e le guardie del corpo. Doveva sapere. Al termine di quella giornata, nonostante il valore di cui aveva dato prova, nonostante le sue motivazioni e le sue ambizioni, nonostante l'affetto che provava per il padre, avrebbe potuto essere costretto a gettare tutto alle ortiche. E allora, nonostante la vittoria, avrebbe potuto essere morto.
Not che la collina occupata da Licinio era stata abbandonata. C'erano solo soldati del suo esercito che sembravano intenti a raccogliere qualcosa. Ne raggiunse le pendici e le risal, arrivando alla sommit. I legionari stavano facendo bottino di armi, mappe e suppellettili.
L'imperatore Licinio?, chiese al soldato pi vicino.
L'uomo sembr accorgersi solo allora della sua presenza, lo riconobbe e, imbarazzato, lasci cadere il bicchiere finemente intarsiato che aveva in mano mettendosi sull'attenti. Licinio... ehm... cesare... Noi pensavamo che la battaglia fosse ormai finita e....
Ti ho chiesto dov' Licinio, ribad seccamente.
 scappato, mio signore. Come fa sempre, rispose il soldato, apparentemente sollevato per non essere stato redarguito. Ha lasciato il suo cesare Martiniano a coprirgli la ritirata ed  andato via. E anche Martiniano  fuori dalla nostra portata, ormai. Ha tenuto il centro per un po', assicurando una linea di sbarramento, poi se n' andato anche lui, e solo allora il ripiegamento nemico si  trasformato in una rotta. Ma come hai visto, quasi tutti i soldati impegnati da Licinio sono finiti nelle nostre mani!.
Crispo osserv il campo di battaglia e constat che il legionario aveva ragione. La morsa della cavalleria si era ormai chiusa, e quasi tutti i fanti e i cavalieri nemici vi erano finiti dentro. C'erano buone possibilit che fosse la pi grande vittoria di Costantino: a giudicare dalle truppe impegnate dal nemico e da quello che vedeva con i suoi stessi occhi, potevano essere anche centomila i soldati caduti o prigionieri. L'esercito avversario non esisteva pi, e se non si trattava di una vittoria definitiva, era solo perch augusto e cesare avversari erano scappati. Ma neanche l'imperatore pi potente del mondo avrebbe mai potuto ricostituire un'armata di proporzioni sufficienti a contrastare Costantino, dopo una disfatta di quella portata.
Eppure, Licinio rimaneva vivo e vegeto, e questo costituiva, almeno per il momento, anche la sua salvezza, si disse con un sospiro di sollievo.

25.

Non  pi in s, Costanza. E Costantino  alle porte. Dobbiamo fare qualcosa, ti dico. Non possiamo aspettare che circondi la citt e consegnarci a lui!, implor Sesto. Tutti i componenti dello stato maggiore e della corte imperiale di Licinio, riuniti nella sala delle udienze del palazzo imperiale di Nicomedia, lo guardarono, poi fissarono l'imperatrice, attendendo che almeno lei manifestasse qualche segnale di reazione.
Licinio era l'unico assente, tra i personaggi di rango della parte orientale dell'impero, in quella riunione precipitosamente convocata da Sesto per stabilire il da farsi. Era stato il primo provvedimento che il cesare aveva emesso non appena aveva raggiunto la capitale, subito dopo aver constatato che l'imperatore non era pi in grado di esercitare il comando. Aveva ancora bene impressa nella mente l'espressione vacua di Licinio quando aveva fatto irruzione nei suoi appartamenti, dopo essere scampato alla rotta di Crisopoli. Lo aveva esortato a scappare ancor pi a oriente, ai confini della Siria, nell'impero partico se necessario, per darsi tempo e ricostituire il proprio potere, distrutto da quell'ultima battaglia, ma l'imperatore non lo aveva ascoltato. Sembrava perfino non capire le sue parole, come se la sua mente non avesse retto a quell'ultima, devastante disfatta.
Sesto aveva interpellato i medici, che non gli avevano lasciato molte speranze. Pareva che sul campo di battaglia, quando l'imperatore aveva realizzato di essere stato sconfitto senza appello, fosse avvenuto qualcosa nella sua mente. Una specie di terremoto nervoso che aveva influito sulle sue capacit intellettive e motorie. Era come se il suo cervello non riuscisse pi a trasmettere correttamente gli impulsi al resto del corpo. Era pi che sconforto, era un vero e proprio colpo apoplettico dal quale, dicevano, non si sarebbe ripreso facilmente. Col tempo, forse avrebbe recuperato parte delle facolt fisiche e mentali, ma pi Sesto lo osservava, e pi si rendeva conto di avere di fronte un uomo invecchiato di dieci anni in un istante. Licinio aveva gi superato i sessant'anni e difficilmente, si era detto, sarebbe stato meglio.
Mia signora, il cesare ha ragione, intervenne uno dei generali subalterni di Licinio. Al disastro di Crisopoli sono scampati solo i soldati che non hanno combattuto. Circa trentamila, se non sbaglio.
Proprio cos. Ne abbiamo persi centomila; gli ultimi validi che avevamo, conferm Sesto. Ho potuto riportare indietro solo le reclute che si erano dimostrate troppo lente e inesperte per tenere il passo dei veterani. Le ho raccattate lungo la strada mentre ripiegavo: non hanno mai combattuto, e lo stesso si potrebbe dire di qualunque soldato riuscissimo a racimolare adesso.
Ne abbiamo a sufficienza per presidiare le mura, in caso di assedio?, chiese un cortigiano.
Forse. Ma ripeto: sulla loro affidabilit non giurerei, rispose Sesto. Il morale del nemico  alto, e ora che Bisanzio sar caduta nelle sue mani, ha anche linee di rifornimento assicurate, nonostante sia molto lontano da casa. E dopo questa sconfitta, non credo si possa pi contare sui governatori provinciali: si affretteranno a schierarsi dalla parte del pi forte, se non ci dimostriamo decisi.
E cosa volete che faccia?, chiese infine Costanza, che sembrava frastornata per le tante notizie negative da cui era stata investita, dal momento stesso in cui era entrata in quella sala. Sesto la guard con compatimento. Non aveva avuto neppure il tempo di parlarle a quattr'occhi del suo ruolo tutt'altro che limpido nella vicenda di Senecione e dei suoi figli. Era arrivato a Nicomedia con l'intenzione di metterla di fronte alle sue responsabilit, rimproverandola per le molte iniziative che aveva preso senza consultarlo; ma in fin dei conti aveva anche agito per salvare i gemelli, e se lui non c'era riuscito non poteva dare la colpa a lei, ma al precipitare degli eventi.
E comunque, adesso c'erano decisioni molto pi urgenti da prendere. Per le recriminazioni, ci sarebbe stato tempo in seguito.
Mia signora, in questo momento c' un vuoto di potere, spieg un cortigiano. E c' un nemico alle porte. Dobbiamo darci una struttura di governo, se l'imperatore non  in grado di esercitare le sue prerogative. Sesto non aveva avuto bisogno di comprarsi nessuno: non c'era un ministro o un generale che non si rendesse conto della situazione, e sperava di dover evitare di compiere un colpo di Stato. Se anche lo avessero eletto augusto, era consapevole di non poter provvedere a un'adeguata difesa, al momento, contro la pressione di Costantino; era anche disposto a lasciare il governo nominale a ci che era ormai il fantasma di Licinio, scappando insieme a lui in territori in cui prendere tempo e pensare a una riscossa.
Tieni presente che tuo figlio stesso  in pericolo, mia signora, specific un altro ministro. E dall'espressione che fece la donna, Sesto cap che si trattava dell'argomento determinante, il solo capace di destarla dal suo apparente stato di confusione. Le fece tenerezza. L'aveva sempre vista risoluta, ma in quel momento sembrava solo una madre spaurita e una donna terrorizzata dalla certezza di perdere il ruolo preminente che aveva ricoperto fino ad allora.
Posso andare a trattare con mio fratello. Mi ascolter, fin per dire, dopo qualche istante di riflessione.
E cosa gli dirai, mia signora?, le chiese Sesto, incuriosito dalla sua improvvisa iniziativa.
Non so. Interceder per mio marito e mio figlio. E chieder che lasci questa parte di impero a Liciniano, che in fin dei conti  suo nipote..., rispose lei.
Ma  necessario un tutore, per tuo figlio, mia signora.  ancora troppo giovane. E abbiamo gi un cesare che pu svolgere questa funzione. In caso contrario, senza un uomo forte al governo, Costantino si sentirebbe in diritto di inglobare anche l'Asia nei suoi possedimenti, e di considerare Liciniano un semplice governatore di diocesi. Fu un generale a specificarlo, ma tutti i presenti si dimostrarono d'accordo, annuendo con convinzione. Sesto tir un sospiro di sollievo. Era quello che riteneva necessario fare, per impedire che la tradizione di Roma e tutto ci che i grandi dell'antichit avevano creato andasse perso, cancellato dall'invadenza della barbarie e dalla mentalit ipocritamente buonista della nuova classe dirigente cristiana. Gente come Osio avrebbe spazzato via, non appena avesse avuto mano libera ovunque, tutto ci per cui lui aveva combattuto in quasi quarant'anni di carriera.
Non credo che tuo fratello sar contento di lasciare il potere a un ex pretoriano, si sent per in dovere di specificare Sesto. Quindi dovrai sforzarti di celare la nostra debolezza. Anzi, dovrai fargli credere che abbiamo ancora molte risorse a disposizione. Altrimenti tuo figlio non avr mai l'eredit che gli spetta come figlio di un imperatore.
Costanza sembr rifletterci su, poi annu. Sta bene, allora. Andr da mio fratello e negozier. Datemi tutti gli elementi, disse infine.
Sesto ebbe la sensazione che il suo destino fosse di nuovo nelle mani di quella donna, come era accaduto quando Costanza gli aveva detto di voler pensare lei a Senecione.
E non era andata tanto bene.
A quanto pare, figlio mio, tua zia Costanza viene a farci visita. Ti chiediamo di andare alle porte dell'accampamento a riceverla, e di scortarla qui con tutti gli onori. Avr sicuramente molte cose interessanti da dirci... e da proporci, disse Costantino, ricevendo Crispo nel proprio quartier generale. Forse facciamo ancora in tempo a evitare un nuovo assedio.
Me lo auguro, mio signore, rispose deferente il giovane. Anche se non vedo con quali uomini Licinio potrebbe difendere la citt.
Anche noi dubitiamo delle sue risorse, in effetti, ne convenne l'imperatore. Ma finora ha dimostrato capacit di riscossa insospettate, e vorremmo evitare brutti scherzi, se possibile.  nostro interesse che questa guerra finisca qui, una volta per tutte. Non sappiamo quante grane potrebbe darci, per esempio, una qualche forma di guerriglia, se nostro cognato decidesse di darsi alla macchia. Sarebbe sempre il punto di riferimento di coloro che non vogliono il cambiamento, e questi territori non sarebbero mai sicuri. Temiamo soprattutto il cesare Martiniano: potrebbe darci filo da torcere.  quell'uomo che dobbiamo eliminare a tutti i costi e quanto prima, se vogliamo che Licinio sia veramente indifeso.
Crispo si schiar la voce e parve imbarazzato. Padre, a questo proposito, devo dirti una cosa....
Costantino attese, incuriosito, ma il figlio tacque ancora, guardando il pavimento.
Ebbene?, lo incalz.
Sappi che... l'ho incontrato, sul campo di battaglia di Crisopoli.
L'hai incontrato? Che significa?
Ci siamo affrontati. Proprio come mi hai raccontato di aver fatto tu a Cibalis, tanto tempo fa.
Costantino lo guard con diffidenza. E che aspettavi a dircelo? Sono passati tre giorni dal combattimento. Se sei ancora vivo e in salute, vuole dire che gli hai dato una bella lezione, perlomeno..., disse.
Be', io volevo dirtelo subito. Ma poi me ne sono vergognato. Non  molto lusinghiero, n per me n per te, quello che devo dirti. Ma poi ho concluso che prima o poi lo saresti venuto a sapere dalla truppa, quindi....
Ma insomma, cos' successo?, insist l'imperatore, spazientito.
Ebbene, mi ha sconfitto. Ma mi ha anche risparmiato.
Che vuoi dire? Che non ha fatto in tempo ad ammazzarti? Non ti preoccupare: quell'uomo  un demone, e anche noi ce la siamo vista brutta. Se la calca non ci avesse separati, a Cibalis, non sappiamo se adesso saremmo qui a parlarti.
No, padre. Lui mi ha risparmiato. Mi ha disarmato, e invece di affondare la spada, come ha fatto con tutti quelli prima e dopo di me, dopo aver sentito che qualcuno mi chiamava principe ha spronato il cavallo ed  passato oltre.
Costantino rimase disorientato. Non... non capiamo, mormor. Che sapesse di essere destinato alla sconfitta e abbia cercato la nostra piet? Non ne avr, mai!, dichiar.
Non credo fosse questo. Non mi pare il tipo d'uomo che si arrende, se  ancora qui a combattere tanti anni dopo Ponte Milvio, obiett Crispo.
Hai ragione, riflett Costantino, ma in quel momento entr un attendente, che annunci l'arrivo dell'imperatrice. Il sovrano fece cenno al figlio di andare, rassegnandosi ad accantonare per il momento la questione. Rimase ad attendere la sorellastra con grande curiosit: non la vedeva da oltre dieci anni; da quando l'aveva consegnata, poco pi che bambina, nelle mani di colui che, fin da giovane, aveva sempre considerato il suo rivale principale nella corsa al potere.
Quando Costanza entr, Costantino fece fatica a riconoscere la donna sensuale e regale che si trovava davanti. Si alz ad abbracciarla e la salut con entusiasmo. Nostro padre sarebbe fiero di ci che sei diventata: sei una vera imperatrice.
Ti ringrazio, fratello. Evidentemente, siamo una stirpe destinata a regnare, fu la sua risposta che lo convinse di avere a che fare con una donna determinata e consapevole del proprio ruolo, e non con una femmina spaventata e travolta dagli eventi.
Decise di passare alle faccende pratiche e subito le chiese: Sei qui in veste di moglie di Licinio o di sorella di Costantino?
Sono qui in veste di madre di Liciniano, rispose lei altera, guardandolo negli occhi.
La risposta che avrebbe dovuto dare un'imperatrice. Gli piacque. Ma poteva anche non essere una replica positiva per i suoi interessi. Dipendeva da cosa era disposta a fare, per il proprio figlio. Glielo chiese.
Qualsiasi cosa, ribatt lei, senza un attimo di esitazione.
Costantino sorrise. Forse, si disse, si sarebbero intesi facilmente.
Sesto and a riposare con sensazioni ambivalenti. Da un lato, poteva considerarsi soddisfatto dei risultati della negoziazione di Costanza; dall'altro, si rendeva conto che le cose erano andate inaspettatamente lisce e Costantino, che pure aveva il coltello dalla parte del manico, era stato fin troppo condiscendente. E inoltre, se anche aveva ottenuto ci che cercava, non aveva pi saputo nulla della sua famiglia e di Paolo; e con Bisanzio ormai fuori dalla sua giurisdizione, difficilmente ne avrebbe avuta qualche notizia.
Eppure, doveva andare oltre i problemi personali e gioire: almeno una parte dell'impero di Roma, per il momento, sarebbe rimasta immune dallo stupro alle tradizioni che stava compiendo Costantino, permettendo alla cricca di preti cristiani che gli era intorno di sminuire la gloria dell'Urbe.
Si volt verso Costanza e vide che era sveglia anche lei e lo guardava con intensit. Pensavo dormissi, le disse con dolcezza. Ormai  parecchio che abbiamo spento la lampada. Gli torn in mente la veemenza con cui lei aveva fatto l'amore, non appena era entrata nel suo letto: le aveva ricordato quasi la Minervina dei tempi migliori, per la forza della passione che era stata capace di sprigionare.
Non  una notte in cui si possa dormire, questa, rispose lei, sorridendogli con altrettanta tenerezza. Sono successe tante cose....
 vero, ammise. E suppongo di non averti ancora ringraziato come si deve per avermi non solo salvato la pelle, ma anche permesso di farmi elevare al ruolo di augusto, come tutore di tuo figlio.
Costanza si strinse nelle spalle. Avrei fatto qualunque cosa per mio figlio. E poi, siete stati bravi voi a darmi molti elementi per far temere a mio fratello che sarebbe stata dura, per lui, prolungare la guerra, dichiar. Suppongo che Costantino non abbia avuto molta scelta e abbia optato per il male minore: in fin dei conti, deve aver calcolato che tu sei anziano, e che presto sul trono ci sar un suo nipote diretto. E Costantino tiene molto alla famiglia....
Ma dubito che pensi che io mi dimostrer condiscendente come lo fu Licinio ai tempi del loro accordo contro Massenzio. Non sar il suo governatore, sent il dovere di precisare. Lo sa che non sopporto i cristiani. Non li perseguiter, perch non sono un macellaio, ma con me non avranno un trattamento di favore come nella sua parte di impero.
Non credo che se lo aspetti, infatti, fu il laconico commento della donna, che lasci il suo interlocutore alquanto perplesso, mettendolo addirittura in apprensione.
Sesto avrebbe voluto dirle che considerava il suo nuovo ruolo di reggente dell'Oriente come un punto di partenza; non si reputava un elemento di transizione, n alla fine della sua carriera. Adesso che era il pi potente difensore dei valori tradizionali, avrebbe fatto in modo che non solo sopravvivessero all'invadenza del cristianesimo, ma che rifiorissero: intendeva porre le basi perch in futuro l'Oriente rappresentasse il baricentro da cui i conservatori sarebbero ripartiti alla riscossa, per riconquistare, un passo alla volta, la preminenza che meritavano. Lo giur a se stesso: se non aveva pi la possibilit di trasmettere i suoi insegnamenti ai propri figli, di cui ignorava la sorte, avrebbe concentrato tutti i suoi sforzi su Liciniano, perch il ragazzo, una volta sul trono, usasse il suo potere per ripristinare la Roma dei loro avi, quella caratterizzata dalla vera pietas, dal rispetto per gli di e per le istituzioni pi vetuste, che aveva conquistato il mondo ed esportato ovunque la sua civilt. Avrebbe voluto confidarsi con lei, ma a suo tempo: l'avrebbe convinta in seguito a sostenerlo nel suo programma di restaurazione; adesso gli premeva di pi ottenere il suo aiuto per faccende ancor pi impellenti.
Spero che troverai un modo per farti autorizzare da tuo fratello a condurre indagini per trovare la mia famiglia a Bisanzio, oppure ovunque sia finita, le disse. Io non posso certo farlo, n si deve sapere che i gemelli sono i miei figli: se li scovasse nei suoi territori, li userebbe come ostaggi per farmi fare quello che vuole.
Costanza annu. Lo far, puoi starne certo. Preme anche a me che tu sia felice. E mi dispiace di essere stata la causa indiretta della loro scomparsa, comment.
Sesto la abbracci. Non riusciva ad avercela con lei. In fin dei conti, era pur sempre un'imperatrice, e aveva dovuto agire nel proprio interesse, per la protezione del figlio contro le mire di Senecione; ma non poteva negare che avesse anche cercato, in ogni circostanza, di essergli leale e di proteggerlo. Se adesso lui era l'augusto d'Oriente e l'ultima vera risorsa di cui disponesse Roma, la vera Roma, lo doveva a lei; e non da quel giorno. E non poteva dimenticare che Costanza gli era stata vicina nei momenti pi bui e umilianti del suo rapporto con Minervina, quando l'ostentato disinteresse della donna avrebbe potuto farlo precipitare nella pi profonda delle depressioni.
Strinse a s l'amante, ringraziando gli di di averla conosciuta: una ragazza cos giovane e cos potente, ancora interessata, dopo tanto tempo, a un vecchio come lui. Tra le tante disgrazie che gli erano capitate nella vita, gli di gli avevano offerto una compensazione, e non da poco. Osio gli aveva ucciso il padre e sposato la donna che amava, Costantino gli aveva tolto l'amore di Minervina e cambiato il mondo cos come lo conosceva, i figli erano scomparsi, Minervina lo aveva tradito ogni volta che aveva riposto la sua fiducia in lei, dapprima con Costantino, poi con quella religione per pazzi. E adesso, nel momento pi importante della sua carriera, si trovava accanto una donna giovane e bella, che gli avrebbe reso meno amaro il tramonto della sua vita. Si ripropose di offrire un sacrificio a Venere, il giorno seguente, e si lasci andare al tepore di Costanza, lasciandosi trascinare in un dolce dormiveglia, deliziato dal contatto con la sua pelle.
Era ancora piena notte quando dei rumori per strada lo svegliarono. Costanza non era nel letto. Si alz e si avvicin alla finestra, di cui spost gli scuri, cercando di vedere cosa accadeva fuori. La debole luce delle torce non gli consent di notare nulla, ma ud distintamente il clangore di armi e grida di dolore. Si sporse oltre il davanzale, facendosi investire dalla frescura dell'aria notturna, e all'angolo della strada vide passare due sagome, l'una all'inseguimento dell'altra. Il luccichio che emanavano gli permise di capire che si trattava di soldati in armatura: il metallo rifletteva la debole luce delle stelle.
Cap che qualcosa di grave stava accadendo e fece per recarsi nel tablino a prendere gli indumenti per uscire, ma avvert una puntura al costato. Gli bast volgere appena l'occhio per accorgersi che una punta di coltello incideva la sua pelle.
Sta' fermo. Li aspettiamo qui. La voce, glaciale, di Costanza.
Cosa sta accadendo?, le chiese, sgomento.
Te l'ho detto: avrei fatto qualunque cosa per mio figlio. E mio fratello non mi ha lasciato scelta.
Sesto attese che gli dicesse il resto. E allora?
Sono i suoi uomini, quelli. I miei hanno aperto loro le porte e gli hanno appena consegnato Nicomedia, continu lei.
In cambio della vita di tuo figlio?
No. Nicomedia e le diocesi orientali per lasciare vivo Licinio e permettermi di essere ancora imperatrice. Per la vita di mio figlio, ha voluto in cambio la tua, replic Costanza, senza traccia di commozione nella sua voce.
Minervina varc la porta principale di Nicomedia ed ebbe subito l'impressione che tutto fosse cambiato. Sulle torri e alla base delle mura non c'erano legionari, ma ausiliari barbari, inquietanti nelle loro figure imponenti e i capelli biondi e fluenti, annodati sulla sommit del capo, le barbe dorate e i pantaloni abbondanti. E una volta all'interno, vide che il tempio pi vicino all'entrata, dedicato a Giove, il protettore di Diocleziano, che di Nicomedia aveva fatto per primo la sua capitale, era gi un cantiere; le colonne davanti alla facciata erano state demolite, e al loro posto stava sorgendo un muro, per trasformare l'edificio in una chiesa.
Costantino aveva vinto la sua ultradecennale guerra con Licinio da appena una ventina di giorni, e gi se ne vedevano gli effetti: la sede del nemico di Cristo doveva trasformarsi in un posto dove i cristiani, finalmente, potessero sentirsi a casa loro, come ormai avveniva in ogni citt dell'Occidente. Dio aveva infine punito chi lo aveva osteggiato, e adesso non c'era pi nessuno che potesse insidiare la sola fede capace di ridare fiducia al genere umano, provato da secoli di lotte, crisi, odi e povert. Tutti avrebbero vissuto in armonia, adesso che la Chiesa era libera di predicare il suo apostolato, fino alla fine dei tempi.
Strinse i suoi due gemelli, guardando con tenerezza il buco al posto dell'orecchio di Martino, ormai in parte nascosto dai capelli, e fu felice per loro: avrebbero vissuto in un mondo senza odio. Poi disse al guidatore del carro di dirigersi al palazzo imperiale: forse l avrebbe finalmente potuto mettersi in contatto con Sesto, rassicurarlo sui bambini e informarlo della triste morte del suo amico.
I cristiani che le avevano dato asilo le avevano suggerito di rimanere a Bisanzio, presso la loro casa, finch le acque non si fossero calmate. Anche dopo che Costantino aveva espugnato Nicomedia con un colpo di mano favorito da un partito a lui favorevole in citt, sembrava fosse pericoloso girare senza scorta per le campagne e per le strade: e Minervina, che aveva lasciato tutti i suoi averi nella capitale, non aveva soldi per ingaggiare gladiatori o soldati in pensione. Si diceva infatti che fossero ancora molti i legionari sbandati che si aggiravano nei territori orientali, approfittando del vuoto di potere che si era creato in alcune regioni durante il cambio di amministrazione. Costantino stava sostituendo i vari governatori e decurioni con uomini di sua fiducia, che ancora non avevano raggiunto le loro sedi di assegnazione, e molti reparti di quello che era stato l'esercito di Licinio non erano rientrati nelle loro caserme dopo la disfatta di Crisopoli e la caduta di Nicomedia.
Alla fine, si era unita a una carovana di abitanti dei territori della Siria, che come lei si erano trovati a Bisanzio durante la guerra e non erano pi potuti uscirne fino al termine del conflitto, sebbene la guarnigione della citt avesse aperto le porte agli uomini del conquistatore subito dopo la caduta della capitale.
Non andiamo a casa, madre?, le chiese Martina, impaziente come sempre.
Non prima di aver preso contatti con vostro padre, spieg lei. Costantino, nella sua grande magnanimit, ha risparmiato la famiglia imperiale, quindi spero di trovarlo al palazzo, o comunque di venire a sapere dove si trova adesso. Forse lo hanno fatto tornare a capo delle guardie del corpo di Licinio, dato che ha difeso cos bene il suo imperatore....
Io non credo, mamma, intervenne Martino. Se  un bravo soldato, perch Costantino dovrebbe assegnarlo a un uomo che ha sconfitto? Se  tanto fedele a Licinio, questo lo rende un pericolo, per il vincitore. Tanto pi se  un nemico di Cristo.
Minervina fu colpita e stupita dal ragionamento maturo del figlio, ma si strinse nelle spalle e si disse che lo avrebbe scoperto presto. Quando giunse davanti all'ingresso del palazzo, scese dal carro e si avvicin a una delle guardie. Chiedo scusa, sapete dove posso trovare il cesare..., si accorse di aver fatto una gaffe e si corresse, l'ex cesare Sesto Martiniano?.
La sentinella la guard sgranando gli occhi, poi guard il commilitone dall'altra parte dell'ingresso, e i due soldati scoppiarono a ridere insieme.
Minervina si sent a disagio. Era stata cos inopportuna? Si ricord di essere stata un'imperatrice e assunse un tono altero. Vi ho chiesto un'informazione.  buona norma rispondere con zelo a una nobildonna.
In quel momento, sulla soglia comparve una donna in abbigliamento regale, contornata da alcuni cortigiani e seguita da guardie del corpo. Era insieme a un bambino dell'et dei suoi gemelli e, non appena fece qualche passo in avanti verso l'ingresso, Minervina si rese conto che si trattava di Costanza, la moglie di Licinio. Forse lei era pi informata delle guardie, si disse, e attese che le passasse vicino.
Mia signora, sono Minervina, la madre dei figli di Sesto Martiniano. Hai sue notizie?, la chiam, senza troppe speranze che l'imperatrice, o colei che era stata tale, si degnasse di ascoltarla.
Sorprendentemente, invece, Costanza si gir verso di lei e si ferm a fissarla, mentre tutti gli altri componenti del suo gruppo tiravano dritto. Poi mosse qualche passo nella sua direzione, facendo segno alle guardie di attenderla e ai cortigiani di andare oltre. Minervina si sent studiata e le restitu lo sguardo, ricordando a se stessa, ancora una volta, che era stata imperatrice anche lei e non doveva avere soggezione. Costanza era una donna molto bella e giovane, e si chiese se Sesto ne fosse stato attratto.
Costanza gett un'occhiata alle sue spalle, verso il carro con i gemelli. Quelli sono i vostri figli?, chiese.
Minervina annu. S, e cercano il loro padre, specific.
Costanza serr le labbra e volse lo sguardo altrove, emettendo un profondo sospiro. Signora, mi duole dirti che non lo troveranno.
Non  qui?, le chiese, sentendo lo stomaco stringersi in una morsa.
No. N qui n altrove, temo, rispose laconica Costanza.
Che vuoi dire?
 stato consegnato all'imperatore mio fratello. A quest'ora, certamente  stato giustiziato. Mi rincresce molto: era un brav'uomo.
Minervina perse ogni punto di riferimento visivo. Tutto prese a girare intorno a lei, e sent le forze mancarle all'improvviso. Si accorse di essere sostenuta da dietro, mentre udiva la donna dirle: Posso fare qualcosa per te... per voi? Vorrei fare qualcosa... Fammi sapere di cosa hai bisogno.... Si rese conto che il guidatore la stava portando sul carro per farla sedere.
Una volta salita, sent il bisogno di scoppiare in un pianto dirotto, ma si rese conto che non poteva farlo davanti ai bambini. Vide Costanza farle un cenno di saluto e riunirsi al suo gruppo, mentre Martina le chiedeva: Cosa  successo, madre?.
Si forz a rispondere, ma non pot evitare di singhiozzare. Vostro padre... Non  qui.
...  ancora vivo?, chiese Martino.
Non se la sent di dire la verit. Io... credo di s. Ma lo hanno portato via.
Via dove?, la incalz Martina.
In Occidente.
Io volevo vederlo..., mormor la gemella.
Io no, invece. Se  morto,  la giusta punizione che gli ha inflitto il Signore, dichiar il bambino, corrucciato.
Non dire cos. Minervina gli accarezz la nuca. Tuo padre  un brav'uomo... che non  stato illuminato da Cristo, tutto qui.
Se non  stato illuminato da Cristo,  perch Cristo non ha visto in lui niente che valesse la pena salvare, replic il gemello.
Minervina, a volte, era terrorizzata dalla mente logica di Martino che, unita a un animo ferreo e determinato nella dedizione a Cristo, lo rendeva impossibile da contrastare quando si faceva una convinzione. Comunic al guidatore del carro l'indirizzo di casa e rimase in silenzio a pensare a Sesto, e a tutto quello che li aveva legati e divisi. Erano un'infinit di elementi, su entrambi i versanti di quella montagna che avevano dovuto scalare un'infinit di volte, per venirsi incontro. Ma era stato amore, amore vero, ed era convinta di non aver mentito quando gli aveva detto, tempo prima, che un giorno, quando si fosse sentita pronta, si sarebbe riunita a lui. Ma a quanto pareva, il Signore aveva stabilito altrimenti: aveva deciso che non dovessero essere mai felici insieme.
Si chiese come sarebbe stata la sua vita, la loro vita, senza di lui. Era vero che da anni si comportava come se non ci fosse pi, e non erano pi stati davvero insieme, ma si accorgeva che in qualche modo la sua presenza l'aveva sempre rassicurata, e aveva dato quasi per scontato che Sesto vegliasse su di loro. Come in effetti era accaduto, con la storia del rapimento. Adesso, nonostante la sua fede, nonostante gli amici cristiani, nonostante il carisma di Ario, si sent perduta senza di lui. Era come un angelo custode, e solo all'ultimo se n'era resa conto.
Ma i suoi pensieri furono bruscamente interrotti quando giunse davanti alla porta di casa e la trov sbarrata, con due assi inchiodate. Si guard intorno e vide passare nei pressi lo schiavo di un nobile che abitava nella domus accanto. Tu! Sai perch la mia casa  chiusa?, gli chiese.
Domina, io so solo che tutte le propriet di Sesto Martiniano sono state confiscate..., rispose l'uomo, allargando le braccia.
Minervina si port le mani al viso e si sent assalire da un moto di disperazione. Non aveva pi nulla, adesso. Era sola con i suoi due bambini e, per la prima volta, senza nessuno che la proteggesse. Alletto, Osio, Sesto, Costantino e ancora Sesto... Aveva sempre avuto qualcuno che provvedeva a lei, anche quando trascorreva il suo tempo ad applicare i concetti della carit cristiana con i suoi correligionari. Ora aveva solo loro... E Osio, che avrebbe sicuramente fatto in modo di aiutarla. Ma Osio era lontano, ed era troppo vicino a Costantino perch lei potesse permettersi di farsi vedere alla corte imperiale d'Occidente.
Restava solo Silvestro, a Roma. Era stato il suo mentore, quando si era fatta cristiana, era un uomo di buon cuore e adesso era uno dei personaggi pi potenti e influenti della cristianit. Lui l'avrebbe aiutata a riprendersi.
Al resto avrebbe pensato il Signore. Non poteva pretendere da lei pi di quanto l'avesse gi costretta ad affrontare.

26.

Osio entr pieno di orgoglio nel tablino dell'imperatore. Da quando Costantino aveva sconfitto definitivamente Licinio, inglobando i suoi territori e diventando il padrone assoluto dell'impero, aveva lavorato senza sosta per dare stabilit al suo potere e coesione alla nuova religione; e adesso, dopo sei mesi, tutto era pronto. Poteva finalmente dare l'annuncio a lungo atteso, e ritagliarsi la sua fetta di palcoscenico nella storia.
Mio signore, sono lieto di comunicarti che possiamo convocare il concilio, esord compiaciuto. I lavori di preparazione sono conclusi e, se lo autorizzi, invier a tutti i vescovi delle sedi metropolitane dell'impero una copia dei fascicoli con le nostre proposte. Sei ancora dell'idea di tenerlo a Nicea?.
Costantino accanton i documenti amministrativi che stava visionando sul tavolo, per far posto alla pila che lo schiavo di Osio teneva in braccio, e gli fece cenno di accomodarsi davanti a lui. S,  la sede ideale, conferm l'imperatore. Deve essere una citt vicina a Nicomedia, la vecchia capitale d'Oriente, per cancellare ogni reminiscenza del periodo in cui vi erano insediati imperatori che hanno perseguitato il cristianesimo, da Diocleziano a Licinio. E deve esserlo altrettanto a Bisanzio, che sar la nuova capitale.
Costantinopoli, vorrai dire....
Certo, Costantinopoli. Ci sarebbe piaciuto convocare il concilio l, ma la citt adesso  un cantiere, e non prevediamo che il grosso dei lavori si concluda prima di quattro, cinque anni. L'imperatore storse la bocca. Stavamo giusto dando un'occhiata alla quantit di appalti che abbiamo assegnato per la costruzione delle chiese. Certo che ne hai fatte fare parecchie....
Osio temette che si trattasse di un rimprovero, e si affrett a giustificarsi; Costantino si era sempre fidato di lui e gli aveva dato sempre ampie deleghe nella gestione dei donativi per le comunit cristiane. E Bisanzio aveva rappresentato per lui una gigantesca opportunit di arricchimento. Mio signore, non appena si  saputo in giro che Bisanzio sarebbe divenuta la tua sede principale, le comunit cristiane in tutto l'Oriente hanno fatto a gara per avere una loro rappresentanza in citt, si affann a spiegare. E i pi ricchi tra gli abitanti hanno pensato bene di acquisire benemerenze facendosi ricordare per la loro generosit e legando il proprio nome a nuovi edifici sacri. Inoltre, sono convinto che, se vogliamo contrastare l'influenza dei vescovati di Alessandria, Gerusalemme e Antiochia, dobbiamo dotarla di strutture in grado di attirare fedeli: altrimenti, il vescovo della citt sar sempre in inferiorit rispetto agli altri tre.
Gi. Parrebbe strano che il vescovo della nostra citt prenda ordini dagli altri vescovi. Roma a parte, ovviamente: Roma deve rimanere preminente, per contrastare l'attaccamento agli di tradizionali.
Naturalmente, convenne Osio. Sto anche provvedendo alla ricerca di reliquie, per fare della futura Costantinopoli una meta di pellegrinaggio in grado di contrastare Gerusalemme. Tua madre Elena ha intenzione di andare personalmente in Galilea e ripercorrere i luoghi dove ha vissuto il Redentore. Siamo d'accordo che far di tutto per portare a casa copiose testimonianze della vita di Cristo e degli apostoli.
Molto bene. Ma veniamo al concilio, lo interruppe Costantino. Anche oggi  arrivata notizia di disordini tra ariani e ortodossi ad Alessandria. Non se ne pu pi, di queste lotte tra fazioni: abbiamo scelto il cristianesimo perch ci hai assicurato che avrebbe dato pi coesione al nostro impero, e invece questi qui litigano per un nonnulla. Abbiamo perso il conto delle varianti della loro dottrina: ariani, donatisti, meleziani, e poi traditori e apostati, seguaci di un vangelo piuttosto che un altro... Sostenitori della Pasqua in un determinato mese che se la prendono con quelli che la celebrano in un altro... e solo gli di sanno quante altre questioni... se le danno di santa ragione per le strade, per delle sottigliezze teologiche che la gente comune non capisce... che io non capisco, e probabilmente neppure la maggior parte di quelli che sono disposti a morire per esse... Ma come diavolo facciamo a sapere se Cristo preesisteva al Padre? O se era divino o meno? Sono domande oziose!.
Osio cerc di nascondere la propria irritazione per il commento di Costantino; avevano creduto entrambi al valore aggregante del cristianesimo: non aveva avuto alcun bisogno di convincerlo. E ci credeva ancora: bastava solo indicare una linea comune e vincolante, e perseguire quelle che non vi si conformavano. Ed era a questo che aveva lavorato, negli ultimi mesi. Nessuno ci aveva mai pensato, prima, e non c'era da stupirsi se ogni comunit si era data regole proprie. Ma evit di comunicare i suoi pensieri all'imperatore: doveva fornire soluzioni, non giustificazioni, per rimanere indispensabile ai suoi occhi.
La commissione cui ho assegnato il compito di elaborare una dottrina unitaria metter a tacere una volta per tutte le speculazioni di Ario, lo rassicur. Il primo articolo che i convenuti dovranno approvare spiegher che Dio  unico attraverso una Trinit, formata da Dio stesso, dal Figlio, fatto uomo come Ges Cristo, e dallo Spirito Santo. Sono tre persone distinte, ma della stessa sostanza: consustanziali, diremo. Non siamo politeisti, noi.
Cos sembrano tre di, per..., osserv Costantino, perplesso.
Il dibattito verter proprio su questo, presumo. Ma diremo che Dio  in tre persone, in realt, precis Osio.
Ma non era pi semplice affermare che c' Dio, e poi c' suo Figlio, come Giove che  padre di tutti gli di, e poi lo Spirito Santo?.
Osio si sforz di non mostrare compatimento. Nonostante la sua buona volont, Costantino rimaneva con una mentalit conservatrice e politeista. Come ho detto, ribad, siamo monoteisti. Se facessimo come dici, avremmo un pantheon e il cristianesimo perderebbe la sua compattezza. E offrirebbe il destro a gente come Ario, pronta a mettere in dubbio la divinit di Cristo, sui cui insegnamenti si fonda tutta la nostra religione.
Costantino annu, ma sembrava poco convinto. Tuttavia Osio non si sent di biasimarlo: anche lui, che si era fatto uomo di Chiesa non per vocazione ma per convenienza, faticava a comprendere certe disquisizioni teologiche in cui si lanciavano alcuni vescovi pi ferrati e dotti di altri, o solo pi invasati.
E per quanto riguarda la questione dei testi sacri?, chiese l'imperatore.
In questo caso, dubito che riusciremo a stabilire un canone univoco fin d'ora, mise le mani avanti Osio. I testi sono veramente tanti, e ciascuna comunit ritiene che il proprio sia ispirato direttamente da Dio. E in alcuni casi, le differenza tra l'uno e l'altro sono veramente minime. Ma noi dobbiamo scegliere quelli che ci sono pi utili, ovviamente; ovvero, quelli che ci assicurano pi coesione, e una maggiore comprensibilit per chi cristiano non lo  ancora; e poi, quelli che non mettono troppo in cattiva luce i romani: sarebbe ben strano adottare la religione di uno che l'impero ha ammazzato; o di uno che parla male dei dominatori... E naturalmente, ho dato direttive molto rigide in tal senso.
Difficile non mettere in cattiva luce i romani: lo hanno crocifisso, e questo non si pu mettere in dubbio..., obiett Costantino con un sorriso.
Non proprio, se mi permetti, azzard Osio. Capisco che tu non abbia il tempo di leggere tutta quella roba, ma ti assicuro che ci sono testi che danno pi rilevanza alle dispute tra fazioni ebraiche in Palestina ai tempi di Tiberio imperatore. Il sinedrio era contro Ges Cristo, lo si evince chiaramente dai libri. Il procuratore di allora, Ponzio Pilato, si sarebbe limitato a rispettare la volont dei giudei pi potenti. In alcuni testi appare evidente la sua volont di salvarLo, e in qualcuno  il popolo ebraico, alla fine, a scegliere di condannare Lui piuttosto che un ladro di nome Barabba. Si tratta di testi per la gran parte tradotti in greco dall'aramaico: qualche piccolo intervento qua e l per corroborare questa ipotesi, e i tuoi predecessori saranno esenti da ogni responsabilit. Se anche Cristo si  ribellato all'occupazione romana, in futuro passer per un contestatore della religione ebraica, e per questo i Suoi conterranei gliel'hanno fatta pagare.
La colpa della Sua morte ricadr per intero sui giudei, quindi....
Proprio cos. D'altra parte, sono sempre stati dei piantagrane: quanto ci ha messo Roma, per sconfiggerli definitivamente? Pi ancora di quanto abbia fatto con gli iberici..., gli ricord Osio. E comunque, nel canone inseriremo certamente le lettere di Paolo, che era cittadino romano: egli invoca la conversione dei gentili ed esorta gli stessi giudei a essere rispettosi nei confronti di Roma. E possiamo valerci delle sue invettive nei loro confronti, per giustificare le nostre esortazioni a contrastarli. Nella prima lettera ai tessalonicesi, Paolo parla dei giudei affermando che hanno anche ucciso il Signore Ges e i Profeti, e hanno perseguitato pure noi; essi sono odiosi a Dio e nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani, perch possono salvarsi, per colmare cos in ogni modo la misura dei loro peccati. Ma  giunta su di loro l'ira per la fine. Le fazioni ebraiche si odiavano tra loro, anche pi di quanto si odino attualmente quelle cristiane che dobbiamo riconciliare col sinodo. Paolo ce l'aveva con gli ebrei che non gli permettevano di predicare.
Ma se era giudeo pure lui....
Gi, ma apparteneva alla fazione pi aperta alla conciliazione, spieg ancora Osio. Per questo abbiamo fatto in modo di evitare i testi provenienti dalle fazioni pi ortodosse, che facevano capo a quello che sembra essere il fratello di Cristo, quel Giacomo che la comunit di Gerusalemme ancora considera come il primo vescovo della cristianit, invece di Pietro. Giacomo e i suoi seguaci consideravano il cristianesimo un fatto solamente giudaico, da non spartire con i non circoncisi, detestava Paolo e a sua volta era detestato dagli altri ebrei, che infatti lo hanno lapidato. Non solo Giacomo non ci serve, ma ci danneggia, quindi cercheremo anche di cancellarne la presenza laddove  citato, nei testi che abbiamo individuato. Una volta definiti i testi canonici che vogliamo far accettare, ne faremo fare tante copie e le faremo distribuire ai partecipanti a Nicea, perch li riportino alle loro rispettive comunit, cos saranno le nostre versioni a far fede, da allora in poi.
Ma come si concilia il nostro programma con l'asserzione cristiana che il mondo sta per finire, i morti risorgeranno e il Signore ritorner a dividere i buoni dai cattivi?, chiese l'imperatore, probabilmente pi per punzecchiarlo che per reale interesse verso una faccenda manifestatamente infondata.
Osio non pot trattenere un sorriso di sufficienza. Lo credeva e lo predicava gi Paolo ai suoi tempi, ovvero quasi tre secoli fa, che il mondo sarebbe finito da un giorno all'altro, asser. Ormai la fine dei tempi e il ritorno di Cristo sono stati annunciati cos tante volte che nessuno nota pi l'evidente incongruenza con il fatto che tutto continua ad andare avanti come se niente fosse. Il bello della fede  che non va spiegata razionalmente, e che si pu dire serenamente che nessuno conosce i disegni del Signore....
Dovremo presiedere noi il concilio, vero?, chiese l'imperatore, un po' in apprensione. E Osio poteva capirlo: si sarebbe trovato nel mezzo di discussioni dogmatiche di cui non avrebbe capito nulla; il rischio di fare figure barbine era molto alto. Ma era proprio questo su cui il vescovo contava: ostentando le evidenti carenze dell'imperatore in fatto di speculazioni teologiche e di conoscenza dei testi sacri, avrebbe convogliato su di s tutte le attenzioni, ponendosi come il vero punto di riferimento della cristianit.
Ma all'imperatore disse altro. Naturalmente, mio signore. La tua presenza nelle aule conciliari mostrer al mondo intero che nulla, nell'impero, pu prescindere dal tuo governo, e che sei stato tu a voler porre fine alle dispute dottrinali. La gente deve avere l'impressione che sia tu il capo supremo della Chiesa cristiana; e i vescovi non devono pensare di essere indipendenti: non a caso, viaggeranno a spese dello Stato, per raggiungere la Bitinia, e il sinodo si terr nel tuo palazzo imperiale, con la scusa che le chiese sono troppo piccole per ospitare le centinaia di prelati che inviteremo. Sar lo Stato a nutrirli e ospitarli per tutto il tempo necessario, fino alla chiusura dei lavori; e se qualcuno si lamenter per la mancata indipendenza della Chiesa, quando sarai tu a deliberare le decisioni definitive, avremo modo di far notare che il consiglio si  svolto interamente grazie ai tuoi buoni uffici.
Costantino annu, pensieroso. E quell'altra questione? Hai preparato la lettera?.
Osio la sfil dalla pila di documenti che aveva portato all'attenzione dell'imperatore, la apr e gliela porse. Costantino le diede una rapida scorsa e annu ancora. Bene, comment. Vogliamo dare clamore alla faccenda. Proprio perch, come dici tu, si deve dimostrare che nulla sfugge al nostro governo, vogliamo che la denuncia e l'esecuzione avvengano durante il concilio.
Hai pienamente ragione, mio signore, ne convenne Osio, che poi aggiunse: Tuttavia, avrei una certa idea in proposito, che potrebbe coinvolgere il nostro ospite.... Era certo che Costantino avrebbe accolto la sua idea, e gi si pregustava il divertimento.
La porta si apr e Fausta irruppe nella stanza. Pareva una furia, i bei tratti del viso deformati dal risentimento a lungo covato, gli occhi pesantemente truccati iniettati di sangue, le dita tese e semiaperte, quasi fosse pronta a ghermirlo.
Crispo si aspettava che sarebbe accaduto, prima o poi, e si rassegn al confronto.
Ho atteso che lo facessi, ma non l'hai fatto, sibil l'imperatrice. Anzi, hai lasciato che tuo padre ti portasse sempre pi in alto.
Il giovane sospir, senza invitarla a sedere. Lei rimase in piedi, davanti al suo scrittoio, dove Crispo aveva ammassato le carte che il padre gli aveva passato per saggiare le sue qualit di amministratore. Devo... devo trovare il momento giusto, si giustific. Non  ora: sta convocando un concilio che metter ordine nella struttura e nella dottrina del credo cristiano, e non si possono provocare crisi istituzionali. No, non  il momento.
Ah s? E magari vuoi aspettare che crepi, cos il potere ti sar trasmesso in modo formale..., lo incalz lei.
Ma no..., si difese. Devo trovare un modo per deluderlo e indurlo a cambiare idea. Hai visto bene che non ha ancora confermato la mia nomina ad augusto e non mi ha assegnato l'Oriente, che formalmente  ancora di pertinenza di Liciniano, sotto la reggenza sua e di Costanza. Vuole prima mettere ordine nello Stato. Poi, quando ratificher la nomina, ci rinuncer a favore dei tuoi... dei nostri figli.
Gli occhi di Fausta si accesero d'odio. E intanto tu consolidi il tuo potere, finch non ti si potr pi scalzare... Pensi che io sia cos ingenua? Ti ho dato qualche mese di tempo, dalla fine della guerra e da quando ha annunciato pubblicamente la tua designazione ad augusto, per rinunciare. Mi aspettavo che rifiutassi, e invece ti sei guardato bene dal farlo, protest la donna
I soldati lo volevano... Di fatto sono stato acclamato imperatore sul campo. Proprio come Costantino era stato acclamato augusto dai suoi soldati alla morte del padre in Britannia, vent'anni prima; e questo lo riempiva di orgoglio: significava che si era conquistato sul campo quel ruolo, come tanti altri imperatori prima di lui. Se l'era davvero meritato, e non avrebbe consentito a quella donnetta intrigante di toglierglielo.
E tu dovevi rifiutare! Questi erano gli accordi!, esclam stizzita Fausta.
Non avevamo alcun accordo, precis lui. Tu me l'hai chiesto, anzi, l'hai preteso, e io ti ho detto che ci avrei pensato. E ci sto ancora pensando.
Io te l'ho ordinato, Crispo, non chiesto, precis lei, acidamente. Sai cosa pu succedere, se non rinunci.
E io ti ho fatto notare che finiresti per rimetterci anche tu, replic lui, ostentando una sicurezza che non possedeva. Non  un caso se non hai ancora parlato. Sai bene il rischio che corri. E probabilmente non parlerai mai.
Fausta fece un ghigno sprezzante, che gett una luce ancor pi sinistra sul suo volto. Ah!  per questo che non hai rispettato i patti! Pensi di passarla liscia? Con chi credi di avere a che fare?, insistette.
Con una donna ragionevole che sa di avere troppo da perdere, disse, pur non pensandolo davvero. Ma la sua unica speranza era che Fausta non fosse tanto irrazionale da far prevalere il suo desiderio di potere e di vendetta.
La donna lo guard con un'espressione di sfida. Stai facendo una scommessa molto pericolosa, ragazzo. La posta in gioco  parecchio alta, e non puoi sapere fino a che punto posso spingermi per ottenerla, ribatt. Sei davvero disposto a correre il rischio?.
Crispo le restitu lo sguardo. S, rispose. Sono disposto a combattere per ci che non solo mi spetta di diritto, ma che mi sono anche conquistato con pieno merito sul campo.
Sta bene, allora, replic ancora lei, per nulla turbata. Sei sicuro di voler vivere ogni tuo giorno con una simile minaccia che ti pende sulla testa? Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, per te; ogni giorno ti sveglierai senza sapere se arriverai a sera senza essere giustiziato, se ti croller il mondo addosso e perderai in un attimo tutto quello che ti sei conquistato nel corso degli anni. Potresti essere augusto per anni o solo per un giorno: ma in ogni caso, non ti godrai pi una singola ora nel ruolo cui tieni tanto da privarne i tuoi stessi figli!, dichiar, prima di voltarsi e sparire oltre la soglia.
Crispo ebbe un brivido lungo la schiena. Forse Fausta stava facendo la voce grossa perch sapeva di non poterlo colpire senza andare a fondo anche lei. Forse erano tutte minacce a vuoto. Eppure, non poteva stare tranquillo: la donna aveva ragione Dopo la guerra e l'annuncio del padre, aveva preso tempo, sperando di trovare un modo per evitare il crollo verticale delle sue ambizioni e, soprattutto, di dover deludere l'imperatore, che aveva ostentato con tutti il proprio orgoglio per ci che il figlio aveva dimostrato durante il conflitto. Aveva lasciato che Costantino lo designasse augusto in mezzo ai soldati, che lo avevano acclamato con unanime entusiasmo, e poi davanti alla cittadinanza di Arelate, nel corso delle celebrazioni per la sua vittoria. E nella seconda occasione, aveva cercato di ignorare gli sguardi torvi e minacciosi dell'imperatrice, seduta accanto al consorte, con i cinque figli al proprio fianco, cercando di convincersi che non avrebbe mai davvero osato danneggiarlo.
Il padre, ormai, lo coinvolgeva sempre pi spesso nelle attivit di governo, preparandolo a essere un imperatore coscienzioso e attento all'amministrazione dell'impero, alla sicurezza delle frontiere, al benessere delle province, al buon funzionamento delle vie di comunicazione, all'approvvigionamento granario e al commercio, al bilanciamento tra le componenti della societ e tra le varie religioni, al potenziamento dell'esercito con l'immissione sempre pi massiccia di reclute da oltreconfine. Stava imparando a essere un sovrano giusto e illuminato, lungimirante, e si stava convincendo di essere la persona giusta per continuare l'opera di rinnovamento e riforma messa in atto dal padre. Ogni altra soluzione sarebbe stata pi precaria, improvvisata, un'incognita che l'impero appena risorto dalle guerre civili e dalle persecuzioni, dalle invasioni e dalle ripetute crisi economiche, non poteva permettersi.
Era un compito che spettava a lui, e a lui solo. E non vi avrebbe rinunciato: sarebbe stata una forma di codardia. Sper solo che il dio che aveva vegliato su Costantino facesse altrettanto con l'erede che aveva scelto.
Osio pregust l'enorme soddisfazione che stava per togliersi. Discese lentamente i gradini che portavano alle segrete del palazzo e, una volta varcata la soglia di quell'inferno dei vivi, fu investito da un fetore che gli pizzic le narici e gli fece lacrimare gli occhi. I carcerieri si affrettarono a mettersi sull'attenti e a far sparire i soldi e gli astragali con cui stavano giocando per ingannare il tempo. Osio fece finta di non vedere e disse loro di voler fare visita al prigioniero pi illustre. Non c'era bisogno di dirne il nome: sapevano benissimo a chi si riferiva. Annuirono con un inchino deferente e lo portarono da lui.
Percorse un oscuro corridoio, debolmente illuminato dalla torcia che il carceriere teneva in mano, lasciando una scia di fumo e fuliggine che fece tossire pi volte il prelato. Ma Osio non diede troppo peso al proprio disagio, ampiamente compensato dalla gratificazione che avrebbe provato di l a poco.
Si ritrov di fronte a una pesante porta con uno spioncino quadrato grande quanto una testa e chiuso da una grata. Il suo accompagnatore gett un'occhiata all'interno, buss forte e poi infil le chiavi nella serratura. La porta si apr con un inquietante cigolio; probabilmente non l'avevano pi aperta da mesi, e anche questo lo fece fremere di soddisfazione. Il carceriere lo precedette varcando la soglia, poi gli fece cenno di entrare.
Osio contempl il prigioniero e vide uno spettro, accucciato sul pagliericcio e avvolto da un odore che faceva apparire delicato quello percepito quando era entrato nei sotterranei del palazzo. E non riusc a impedirsi di sorridere, quando incroci lo sguardo spento di quell'uomo macilento che era stato un guerriero possente, capace di rubargli l'amore e il rispetto di Minervina.
Allora, Sesto Martiniano, come te la passi?, lo canzon, accovacciandosi davanti a lui.
L'ex pretoriano lo fiss, e solo allora Osio si rese conto che fino a quel momento non lo aveva riconosciuto. D'altra parte anche lui avrebbe avuto difficolt, se non avesse saputo che quella cella era occupata da Sesto. Non vedeva l'amante di sua moglie da molti anni, e non era stata solo l'et a invecchiarlo, ma anche quei mesi di privazioni: barba e capelli si erano allungati e incanutiti, e gli stracci che aveva addosso sembravano fin troppo abbondanti per un corpo che aveva perso la robustezza e la tonicit di un tempo.
Sei venuto per umiliarmi, Osio?, chiese Martiniano con una voce roca e stentata.
Francamente s, giacch me lo chiedi, rispose senza esitare.
Ma perch non mi avete ancora giustiziato?
Ogni cosa a suo tempo, non temere, gli rispose, intenzionato a tenerlo ancora sulle spine. La semplice morte non  sufficiente a compensare tutti i tuoi crimini.
Sesto sbuff, permettendosi un sorriso di scherno. Ai tuoi occhi, l'unico vero crimine che ho commesso  stato di rubarti la moglie. Ma lo ha fatto anche Costantino, se  per questo: eppure lo servi, disse.
 diverso: tu me l'hai rubata, mentre a lui l'ho ceduta, ricevendone molto in cambio, precis.
Sesto fece una smorfia. Stronzate. Tu non l'hai mai avuta. Potrai anche averle voluto bene, e adesso che sei vescovo potrai anche professare i princpi della bont cristiana, ma rimani lo spietato assassino che ha ucciso mio padre e il suo. Ricordo ancora quella scena di quarant'anni fa, come fosse ieri.
Quel traditore? Se lo meritava. Come te lo meriti tu, adesso.
Non lo era, e lo hai sempre saputo; come non lo sono io. Siete voi i traditori, tu e Costantino, che avete cancellato tutti i valori fondanti di Roma, trasformandola in qualcosa di irriconoscibile, protest il soldato.
Noi l'abbiamo salvata. La gente ottusa come te non se ne rende conto.
Ma perch non la fai finita? Fammi uccidere e basta. Non voglio pi vivere in questo schifo di mondo che ha creato Costantino, per giunta senza Minervina, che probabilmente  morta, tagli corto Martiniano.
E chi ti dice che sia morta?
Non ho avuto pi notizie di lei, dei nostri figli e dell'uomo che le avevo assegnato perch la proteggesse. Ed era in un brutto guaio.
Osio annu. Ebbene, hai sempre desiderato vendetta per la morte di tuo padre, dichiar. E io perch mi hai tolto Minervina. Solo l'amore comune per lei ci ha permesso di stipulare tregue, nel corso degli anni, ma ti posso assicurare che molto di quello che hai patito quando eri pretoriano lo devi a me: sono stato io il responsabile, quando sei stato degradato, o quando Minervina ti ha scaricato per Costantino. Ho fatto in modo che ti disprezzasse, raccontandole un mucchio di bugie:  talmente ingenua, come sai, che crede a qualsiasi cosa. E poi, dopo il Ponte Milvio ho permesso che fuggisse con te solo perch, con quello che mi attendeva alla corte di Costantino, mi serviva qualcuno che si occupasse di lei: un utile idiota che l'amasse senza correre il rischio che lei lo ricambiasse. Perch sta' pur certo che sei stato solo un ripiego per Minervina, dopo Costantino. E adesso, ho la tua vita nelle mie mani: chi di noi  riuscito a spuntarla e a vendicarsi, dunque?.
Sesto fiss il muro, sconsolato, poi guard il suo interlocutore con disprezzo. E adesso cosa vuoi da me? Che ti faccia i complimenti per quanto sei stato abile? Che ammetta la mia sconfitta?, disse.
No. Voglio che tu svolga un ultimo compito, precis. Era venuto il momento di informarlo. Sinceramente, non so perch Costantino non ti ha giustiziato subito. Non ha mai voluto che si parlasse di te, da quando sei caduto nostro prigioniero, e non so spiegarmene il motivo. Sembra che abbia soggezione, quasi paura, di te. Per, questo mi ha offerto l'occasione di fargli una proposta, che ha accettato.
Sesto lo guard, disorientato e incuriosito. Ebbene?
Dunque, l'imperatore aveva mostrato clemenza nei confronti di suo cognato e suo nipote, che nonostante le loro malefatte ha risparmiato, lasciandoli a vivere una vita tranquilla a Calcedonia, naturalmente sotto stretta sorveglianza, spieg. Ma  stata intercettata una lettera di Licinio, che attesta come quell'uomo non si sia veramente rassegnato alla perdita del potere e stia tramando per rovesciare l'imperatore....
Immagino quanto sia veritiera questa lettera, conoscendovi..., lo interruppe Martiniano.
Osio fece finta di non aver sentito e prosegu. Licinio e suo figlio saranno giustiziati come traditori, dunque. E vogliamo che accada al culmine del concilio che si terr a maggio a Nicea, e che sancir la definitiva affermazione di Costantino e della Chiesa cristiana da lui protetta.
E io che c'entro?, chiese sprezzante l'ex pretoriano.
Sarai il boia, caro Martiniano. Dopodich, verrai giustiziato.
Tu sei pazzo..., sbuff Martiniano, che trov perfino la forza di ridacchiare.
Niente affatto. Mi piace l'idea che sia tu a giustiziare l'imperatore che hai difeso per tanti anni. E piace anche a Costantino mostrare a tutti come il simbolo della bieca conservazione, ci che sei per molti, elimini il sovrano che si  opposto al progresso e la sua genia, gli spieg. Sar un modo per cancellare le ultime resistenze dei pi tenaci sostenitori della tradizione, che si oppongono al processo di rinnovamento dell'imperatore.
Martiniano scosse la testa in segno di rifiuto. Perch mai dovrei farlo? Mi giustizierete lo stesso, come hai detto. E anche se non lo faceste, non vi asseconderei mai e poi mai, in nulla: figuriamoci in questo....
Perch dovresti farlo?, rispose, pregustando ogni parola che si accingeva a pronunciare. Per salvare i tuoi figli, naturalmente.
Sesto lo guard incredulo.
Credi davvero che io non abbia cercato di sapere che fine avesse fatto Minervina, dopo la guerra? L'ho rintracciata, e la protegger. Ma dei tuoi figli non mi interessa nulla. A meno che tu non faccia quanto ti ho chiesto..., precis, godendosi l'espressione smarrita del suo prigioniero.

27.

Nulla. Osio non gli aveva detto altro, se non che la sua famiglia era viva. Ma poteva anche darsi che avesse mentito, solo per indurlo a fare ci che voleva, svergognandolo pubblicamente davanti a tutti coloro per i quali aveva combattuto, e mandandolo nella tomba con il marchio di infamia per aver ucciso il suo imperatore.
Sesto rimase a riflettere a lungo nel suo sordido giaciglio, dopo la visita del vescovo. D'altra parte, non aveva nient'altro da fare. Da mesi attendeva ogni giorno che lo venissero a prelevare per giustiziarlo, e pi il tempo passava, pi si stupiva della sua sorte rimasta in sospeso. Osio era stata la prima persona che gli avesse comunicato qualcosa sul suo destino. Da quando era stato rinchiuso in prigione, nessuno era venuto mai a trovarlo, e stava perfino rassegnandosi all'idea che sarebbe morto di solitudine e di stenti in quella cupa penombra, in mezzo al suo vomito e ai suoi escrementi, ai topi e ai ragni, dopo aver perso la cognizione del tempo e il rispetto di se stesso. Forse, si diceva, era quella la pena che Costantino aveva stabilito per lui: per fiaccare il suo spirito indomito, poteva aver deciso di lasciarlo spegnere lentamente, finch non si fosse ridotto a una larva umana, tormentandosi per i tanti errori commessi nella vita, consumato da innumerevoli rimpianti.
Adesso, se non altro, sapeva almeno in parte cosa volevano da lui. Se solo avesse avuto la certezza che Osio non mentiva... Quell'uomo era capace di qualunque nefandezza, eppure aveva voluto bene a Minervina, per quanto fosse capace di fare un individuo tanto anaffettivo: lei non era mai riuscita a vedere l'abisso oscuro del suo animo, anzi ne aveva avuto sempre un'opinione lusinghiera; e forse Osio le era legato per questo.
Quindi era plausibile che il vescovo si fosse informato sulla sua sorte. E perfino che si stesse prendendo cura di lei. Ed era altrettanto plausibile, al contrario, che non si facesse scrupoli riguardo ai suoi figli, nel caso in cui lo avesse contrariato. Ma come poteva rinnegare in punto di morte tutto ci per cui aveva combattuto una vita intera?
Hai visite, sent dire al di l della porta, intravedendo il volto truce del carceriere nello spioncino. Gli venne da sorridere: mesi e mesi isolato dal mondo, seppellito vivo, e adesso pareva che tutti si ricordassero di lui. La porta si apr e sulla soglia comparve un giovane robusto che Sesto riconobbe solo dopo che la torcia del soldato ebbe messo in evidenza il suo volto. Era Crispo, e appena dietro di lui c'erano tre marmocchi, bambini che dovevano avere tra i cinque e i dieci anni. Sesto non ebbe difficolt a capire chi fossero.
I fratellastri del figlio di Minervina.
Sarebbe questo qui, Crispo?, chiese il pi grande dei bambini, scrutandolo con un'espressione di disgusto.
Non mi sembra un eroe, disse un altro. Alcune guardie attendevano appena fuori la porta, mentre i tre rampolli imperiali si mantenevano sulla soglia, non osando avvicinarsi a lui.
Volevano vederti. Era molto tempo che lo chiedevano a mio padre, che oggi ha acconsentito, gli spieg Crispo. Mi sono offerto di accompagnarli.
Perch?, gli chiese Sesto.
Ti vogliono vedere perch hanno sentito molto parlare di te. Sei un guerriero temibile, si dice, e un eroe per tutti coloro che non apprezzano l'opera di mio padre, spieg il giovane.
 vero che hai massacrato da solo un'intera guarnigione a Ravenna, tanti anni fa?, disse un bambino.
Hai sgominato un'intera legione da solo al Ponte Milvio, dicono..., aggiunse un altro.
Io ho sentito dire che hai incendiato un villaggio e bruciato vivi tutti gli abitanti, specific il terzo.
Sesto sorrise amaramente. A quanto pareva, erano fiorite un sacco di leggende sul suo conto. Ma non ne era troppo lusingato.
Principi, non dovete credere a tutto quello che si dice in giro, si limit a dire sorridendo.
Sei un demone?, chiese il ragazzino pi piccolo, che lo guardava spaventato, tendendo a nascondersi dietro le cosce massicce di Crispo.
Non  un demone, Costante, che sciocchezze dici?  un uomo, in carne e ossa. Un valente guerriero che ha scelto la parte sbagliata, si degn di spiegare il cesare.
Eppure sembra un demone... Guarda quant' brutto e vecchio..., disse un altro.
Uno cos vecchio non pu essere un grande guerriero, comment il terzo.
Ho sentito abbastanza sciocchezze, per oggi: andate via, vi raggiunger!, dichiar perentorio Crispo, spingendo fuori i ragazzini.
Rimasero soli, Sesto e il principe, e l'ex pretoriano scrut il visitatore cercando di nuovo in lui tracce di Minervina. Ma la luce fioca non gli permetteva di vedere altro che una sagoma massiccia tanto simile a quella di Costantino.
Perch sei venuto, in realt?, chiese a Crispo.
Il giovane continu a fissarlo. Ti ho visto sul campo di battaglia. Non sono solo leggende, quelle su di te: sei davvero una furia imbattibile, rispose.
Dovrei sentirmi lusingato?, osserv beffardo.
Anche mio padre me l'ha detto. Stavi per ucciderlo, in un duello.
Pu darsi. Gli di hanno voluto altrimenti.
Ma quando hai incontrato me, non sono stati gli di a stabilire il mio destino. Sei stato tu.  stata tua la decisione di risparmiarmi....
Sesto tacque.
Non credo sia stato per ingraziarti mio padre. Non sei proprio il tipo.
Ancora silenzio.
Perch l'hai fatto, dunque?, lo incalz il giovane.
Sesto si chiese se fosse giusto dirglielo. Ma poi pens che non avrebbe fatto alcuna differenza. Io... ho amato molto tua madre, mormor. Prima, e dopo tuo padre. Lei mi ha lasciato per lui.
Il giovane sgran gli occhi. Sesto immagin che dovesse essere devastante, per lui, sentir parlare di sua madre, alla quale era stato strappato quando non aveva neppure quattro anni. A corte, probabilmente, Costantino e l'imperatrice avevano imposto un velo di silenzio su di lei, e per Crispo, Minervina era stata un fantasma per tutta la vita.
E... dov', adesso?, chiese, la voce rotta dall'emozione.
Non lo so. Non so neppure se  viva, rispose. Poi gli venne in mente che poteva tormentare Osio, come il vescovo aveva fatto con lui. Lo sa Osio, comunque; o almeno afferma di saperlo. Chiediglielo: era suo marito.
Principe, il mio segretario mi ha detto che l'imperatore ha fatto consegnare a te la documentazione sull'approvvigionamento granario per Roma, disse Osio appena ebbe varcata la soglia del tablino di Crispo. Solo allora si accorse di aver trascurato le formalit, ovvero il saluto e l'autorizzazione del giovane a parlare. Ma era talmente furioso da essersi dimenticato per un istante il protocollo.
Non a caso, Crispo lo guard in tralice, visibilmente infastidito. E allora?, si limit a rispondere, senza fargli cenno di accomodarsi.
Ebbene..., cerc di tornare sui suoi passi. Mi scuso per questa irruzione, mio signore, ma si tratta di procedure cui ho sempre pensato io, e forse vorrai il mio parere su come trattare con i fornitori. Si stupiranno che non sia pi io il loro referente. Soprattutto, continuava a dirsi, non avrebbero saputo come ripartire le quote di grano, parte delle quali venivano taciute e inviate clandestinamente per permettergli di rivenderle sul mercato nero. Non appena aveva saputo della decisione dell'imperatore, si era affrettato a scrivere ai suoi uomini di fiducia in Africa, perch continuassero a tenere celata una parte della produzione; altrimenti si sarebbe notata la differenza e l'ammanco sarebbe venuto alla luce.
Non vedo il problema, rispose il giovane stringendosi nelle spalle. Mi sembra tutto molto semplice e non credo di dovermi porre troppe domande. Basta esaminare i documenti. Credimi, vescovo, mio padre mi sta assegnando questioni anche pi complesse: se devo prepararmi a fare l'imperatore,  bene che io conosca tutte le sfaccettature dell'amministrazione.
Be', un imperatore non ha tempo per questioni tanto banali, come dici tu, prov a spiegare. Lo stesso Costantino ha preso l'abitudine di delegare a uomini di sua fiducia la gran parte delle faccende che non meritano la sua attenzione e di concentrarsi sui problemi pi importanti. E mi sembra l'atteggiamento pi razionale e pi saggio.
Pu darsi, convenne Crispo. E questo avverr di sicuro, un giorno. Ma per poter delegare devo prima conoscere tutti gli aspetti dell'amministrazione. Quando avr imparato, potr permettermi di farlo, e tu sarai senz'altro il mio pi prezioso consigliere. Se mio padre ti ha scelto come tale, di sicuro ha agito per il meglio e per il bene dell'impero.
Ti ringrazio, mio signore, ma... siamo in un momento delicato, in cui stiamo applicando finalmente le riforme che tuo padre si proponeva, e c' bisogno di tutte le risorse disponibili per ripartirsi i compiti, che sono cos tanti....
Infatti imparer presto a delegare. Ma adesso mio padre vuole cos:  stato lui a passarmi i documenti, non glieli ho chiesti io. Quindi, dammi il tempo di imparare. Non voglio, con questo, sminuire la tua importanza, che rimane fondamentale. Abbi solo un po' di pazienza.
Osio fren a stento la sua stizza, ma si rese conto che in Crispo c'era parecchio della determinazione del padre, e sarebbe stato inutile insistere. Chin il capo e si accinse a uscire, preoccupato: quel giovane si stava rivelando in gamba. Troppo in gamba: Costantino si era accorto delle sue doti e, dopo averlo addirittura designato augusto senza neppure averlo consultato, non gli lesinava incarichi e onori, mettendo in ombra qualunque altro collaboratore di cui si fosse valso fino ad allora. E lui per primo.
Andava male. Aveva sempre puntato a essere il secondo uomo dell'impero, e adesso che Licinio era stato tolto di mezzo, scopriva di aver trovato un rivale ancor pi valido. Doveva forse rassegnarsi a essere sempre il terzo?
Niente affatto. Voleva bene a Crispo, anche solo per il fatto che era il figlio di Minervina, e l'unico legame che gli fosse rimasto con lei. E anche perch era stato il suo tutore, o meglio, una specie di secondo padre. Ma la sua eccessiva abilit stava rovinando tutti i suoi piani.
Buon Osio, ti chiedo di rimanere ancora un po' con me, gi che ci siamo, lo ferm Crispo mentre varcava la soglia per uscire. Dimmi di mia madre.
La domanda a bruciapelo spiazz il vescovo. Si volt e disse: Tua madre. Me lo hai gi chiesto altre volte quando eri piccolo.
Ridimmelo, ribad il giovane, con una voce molto pi determinata.
Non c' molto da sapere, rispose con ostentata noncuranza. Era una concubina che Costantino ha messo incinta, e che poi  morta quando tu avevi tre anni.
Curioso: io ho sentito un'altra storia, che ti riguarda molto pi da vicino.
Che storia?
Che era tua moglie, che  ancora viva e che tu sai dov'....
Osio sent le gambe cedere all'improvviso, e per un istante temette di finire sul pavimento. Dovette appoggiarsi a una madia, e sperare che il suo atteggiamento colpevole non fosse troppo evidente, agli occhi del giovane. Perch... Perch mi dici queste assurdit? Chi mi ha calunniato in questo modo?
 vero, Osio?
Ma come puoi pensare....
Ho detto:  vero?.
Osio tacque per qualche istante. No, disse infine. Te lo ha detto qualcuno che mi vuole male, e vuole mettermi in cattiva luce presso di te. Qualcuno che vuole seminare discordia tra noi. E poteva anche immaginare chi fosse stato: aveva avuto notizia che Crispo era andato con i fratellastri a fare visita a Sesto Martiniano. Ma gliel'avrebbe fatta pagare, a quel viscido pretoriano.
Crispo annu, chiaramente poco convinto. Vedremo, si limit a dire, poi abbass la testa e torn a volgere la propria attenzione ai documenti che stava studiando, sancendo cos la conclusione della conversazione.
Osio usc sconvolto: quel giovane stava diventando sempre pi fastidioso. Era tempo di mettere ancor pi pressione su Fausta perch lo ricattasse con pi impegno. Lei era una donnetta meschina e avrebbe saputo gestirla; quel giovane minacciava di essere fin troppo autonomo, e presto Crispo sarebbe potuto anche arrivare a screditarlo presso il padre, rovinando il lavoro di una vita. Si precipit da Elena, come faceva ogni volta che si trovava in difficolt.
Costantino sta sempre pi delegando a Crispo l'amministrazione dello Stato, esord non appena lei lo ricevette. Non  augusto solo di nome, ma anche di fatto. E Fausta non ha ancora fatto nulla per bloccarne l'ambizione. Inoltre, sa di mia moglie, adesso, e ce l'ha con me per averglielo taciuto. Si limit a dire queste poche parole, nella consapevolezza che a Elena bastasse un quadro generale della situazione per farsi un'idea lucida su come procedere.
La donna, infatti, non perse la calma e annu lentamente, soppesando le notizie di cui era stata appena messa a parte. Anche lei voleva bene a Crispo, ma non approvava lo spazio che Costantino gli aveva concesso, nella convinzione che affidare l'impero a un bastardo, per giunta con la presenza di tre eredi legittimi, avrebbe messo in pericolo l'eredit del figlio. Sai chi ha informato Crispo?, chiese infine.
Posso presumere che sia stato Sesto Martiniano.
Allora uccidilo subito. Gli racconter tutto, e Crispo finir per odiarti.
Non posso. Ormai ho stabilito con tuo figlio di usarlo per l'esecuzione di Licinio e Liciniano. Non sarebbe saggio indurre l'imperatore a cambiare idea.
No, infatti, hai ragione, convenne Elena. Allora dobbiamo far leva su Fausta. Ci penso io, non ti preoccupare....
Parlami di mia madre, esord Crispo non appena entr di nuovo nella cella di Sesto Martiniano.
Questi lo guard incuriosito. C'era fierezza nei suoi occhi, a dispetto della condizione umiliante in cui era relegato. Gli piaceva, quell'uomo, e non solo perch non lo aveva ucciso quando ne aveva avuta la possibilit. E neppure perch aveva amato la madre; era un comandante che avrebbe seguito ciecamente in battaglia, cos come aveva fatto col padre. Erano due uomini di eguale spessore, divisi probabilmente da obiettivi e mentalit diverse.
Osio non te ne ha parlato?, chiese con un sorriso beffardo.
Crispo tacque.
Sesto sospir. In fin dei conti, era contento di poter parlare di Minervina a qualcuno che vi fosse interessato quanto lui. L'ho conosciuta da bambina, tanti anni fa, disse. Io ero un giovanissimo soldato, fresco di reclutamento, durante la guerra civile che opponeva Diocleziano a Carino. Lei, la figlia del primo ministro di Carino. Vedemmo uccidere i nostri padri nello stesso momento. E ne fu Osio, allora generale di Diocleziano, il responsabile.
Un inizio devastante, per il giovane, se ne rese conto. Dovette fermarsi e lasciare che Crispo assorbisse l'enorme peso delle sue parole.
Osio?, riusc solo a dire.
Guardati da quell'uomo.
Lo sto gi facendo. Mio padre gli ha dato fin troppo potere, e dovr contenerlo, se voglio governare in autonomia, in futuro, specific il giovane.
Bene, approv Sesto. Riguardo tua madre, non la vedevo da tanto tempo, quando la incontrai di nuovo in Britannia, undici anni dopo il nostro primo incontro. Osio ne aveva assunto la tutela e l'aveva data in sposa ad Alletto, il ministro delle finanze dell'usurpatore Carausio, che poi si fece imperatore dopo la morte del suo sovrano.
Conosco la storia. Solo, non sapevo che mia madre fosse la moglie dell'usurpatore..., balbett Crispo, sempre pi meravigliato.
Lo  stata per poco. Tuo nonno invase l'isola e il regno di Alletto ebbe termine. Noi ci incontrammo e ci innamorammo subito; in quella campagna mi ero distinto, e speravo che Costanzo Cloro esaudisse il mio desiderio di sposarla. Ma Osio riusc a rendersi prezioso ai suoi occhi e non solo se la cav, nonostante fosse stato il maggior sostenitore, anzi il promotore, dell'usurpazione, ma ottenne Minervina per s.
Per gli di,  un uomo molto abile e pericoloso, comment Crispo, sconcertato.
Non sai quanto. Di sicuro, qualcuno gli riferir del nostro incontro, quindi parla molto piano. Non puoi fidarti di nessuno.
Il giovane annu. Continua, disse in tono pi sommesso.
Insomma, tuo nonno esaud almeno il mio desiderio di diventare pretoriano. Li avevo visti all'opera in battaglia e volevo con tutte le mie forze far parte del loro corpo. Cos mi trasferii a Roma, dove si trovavano anche Osio e tua madre. E non trascorse molto tempo che diventammo amanti.
Crispo si limit a inarcare un sopracciglio.
Fu il periodo pi esaltante e sereno della mia vita. Nonostante ci vedessimo sempre in modo clandestino e fugacemente, i nostri incontri erano sempre memorabili, e continuo a essere convinto che, come per me, anche per lei, quei momenti siano rimasti insuperati per intensit, sentimento, complicit e fusione di due corpi e due anime.
E Osio? Non si accorgeva di nulla?, chiese Crispo.
Io pensavo fosse cos, ma poi mi ha detto di averlo sempre saputo e di averla lasciata fare, almeno in un primo momento, per timore di perderla, spieg. A suo modo, le voleva bene anche lui. Minervina era una donna che, una volta, sapeva farsi amare. Ma poi pass al contrattacco: io ho sempre pensato che a separare me e tua madre fosse stata la fede cristiana, cui lei ader con convinzione, sentendosi poi in colpa per il suo adulterio. Ma la verit era che i nostri sentimenti erano cos puri che non potevano essere in contrasto con alcun precetto religioso. Fu Osio, con le sue solite armi della calunnia, a seminare discordia tra noi e a farle credere che non l'amassi; me l'ha detto solo pochi giorni fa. Cos lei si stacc progressivamente da me e, quando Costantino capit a Roma, si innamor perdutamente di lui.
Ed  stato allora che sono nato io?
No. In qualche modo, tua madre deve essere stata oggetto di scambio: lei  partita con tuo padre alla volta della Gallia, per diventare la sua concubina, e Osio  diventato il suo collaboratore pi stretto, ricevendone in cambio benefici sempre pi consistenti.
Crispo annu gravemente. Osio  stato anche il mio tutore. Gli devo molto.  difficile credere che sia stato tanto spregiudicato, dichiar.
Credi quello che vuoi, per quanto mi riguarda posso fermarmi qui, allora.
No, continua, lo esort il giovane.
Ebbene, fu allora che nascesti tu. Ma poi Costantino si stuf di lei, anche perch trov pi opportuno sposare Fausta: allora gli era molto utile l'alleanza con l'ex augusto Massimiano. Cos, la mand via senza tanti complimenti, a Roma, intimandole di non tornare mai pi. E Osio la riprese con s, avendo cura che Minervina non tornasse in Gallia per vederti. Allora non era ancora vescovo, ma un influente senatore dell'Urbe, stretto collaboratore, almeno sulla carta, di Massenzio.
E mia madre non cerc mai di tornare da me?
Era disperata per averti dovuto lasciare. E anche per aver perso l'amore di Costantino, che amava ancora, nonostante l'evidente disinteresse di tuo padre nei suoi confronti. Ma Osio e Costantino le impedirono qualunque iniziativa. Cos, si lasci andare e fece molte cose discutibili, in quel periodo. Fu allora che Osio si avvicin a me e mi chiese di riportarla sulla retta via. Era come impazzita. Ma poi arriv Costantino a Roma, sconfisse Massenzio e divenne il signore dell'Italia, ricompensando subito Osio per i suoi servigi. Minervina ne approfitt per cercare di avvicinarlo, ma lui rifiut anche di parlarle, e solo allora lei scelse di nuovo me. A quel punto, Osio favor la nostra fuga in Oriente: io ero un pretoriano e un esponente di primo piano nel regime di Massenzio, e dovevo sottrarmi alla vendetta di tuo padre. I soli gesti altruistici che Osio ha compiuto nella sua vita sono stati a favore di Minervina.
E poi? Cos' successo dopo? Sei finito a combattere per Licinio, ovviamente. E lei?
La nostra fuga in Oriente, in realt, non fu facile. Avemmo due gemelli e ce la cavammo per un pelo, e Minervina attribu la nostra salvezza a un intervento divino. Cos, si consacr al suo dio in modo completo, diventando l'equivalente di un prete. Non voleva pi farsi neppure toccare da me, asserendo di aver fatto un voto. Da allora, ci siamo distaccati sempre di pi, e non siamo pi stati una coppia.
E cosa le  capitato?
Durante l'ultima guerra, i nostri figli furono rapiti da un mio avversario politico. Venni a sapere dov'erano e, non potendo pensarci io mentre ero sul campo di battaglia, assegnai il compito di salvarli a un mio fidato collaboratore, che accompagn Minervina a Bisanzio. Da allora, non ho saputo pi nulla.
Ma Osio sa, invece.
Cos dice. Ma pu darsi che menta, per indurmi a fare ci che vuole. Quell'uomo non  mai limpido.
Crispo assunse un'espressione assorta e si mise a riflettere. Finora mi hai raccontato la vostra storia. Ma ora dimmi, Sesto Martiniano: com'era mia madre?, chiese.
Sesto gli fu grato della domanda. Minervina era... una donna unica. Nel bene e nel male, non c' mai stata e non ce ne sar mai una come lei, tent di spiegare. Era...  ingenua, terribilmente ingenua e sprovveduta: una bambina che ha sempre bisogno che qualcuno prenda decisioni per lei. E l'et non  valsa a farla maturare. Ma  anche una donna completa e passionale, capace di trasmettere gioia con un semplice sorriso, un piacere inestinguibile con il suo trasporto fisico, e una felicit inaudita con il suo amore. Se ti ama,  come trovarsi sempre sotto un incantesimo e vivere senza che ti importi di altro, per quanto sa renderti importante; ma se non ti ama, pu essere un tormento inaudito, e neppure si rende conto di quanto pu farti soffrire.
Crispo tacque, guardandolo intensamente con gli stessi occhi di Minervina. Infine disse: Sei un uomo notevole, Sesto Martiniano. E se ami ancora tanto mia madre, nonostante quello che ti ha fatto, deve essere una gran donna anche lei, fu la sua conclusione.
E Sesto pens che non avrebbe mai immaginato di godere di una simile soddisfazione proprio in prossimit della propria morte.

28.

Signori, l'imperatore!. Costantino sent l'araldo annunciare il suo ingresso. Allora fece cenno alle guardie del corpo di attendere in anticamera e avanz verso la sala principale del palazzo imperiale di Nicea. Aveva affrontato mille prove in battaglia, rischiato tante volte la vita in prima fila, costruito un impero, eppure si sentiva emozionato e titubante, di fronte a ci che lo attendeva. Fino ad allora, aveva sempre operato in campi di cui aveva una piena conoscenza, in cui si sentiva il pi bravo; adesso, invece, avrebbe dovuto dominare un uditorio composto da oltre seicento persone che ne sapevano pi di lui, su argomenti sui quali pretendeva di imporre la sua volont.
Ma anche quello era il dovere di un imperatore. I cristiani, sul cui appoggio aveva fondato la propria ascesa e il suo potere, non andavano d'accordo tra loro, quindi spettava a lui comporre i dissidi. Possibilmente, con garbo e rispetto di tutte le parti in causa: non dimenticava che i sostenitori degli di tradizionali erano sempre pronti a denigrarlo e ad approfittare di una sua eventuale debolezza per recuperare influenza, pertanto aveva bisogno di rimanere il punto di riferimento indiscusso di tutte le gerarchie cristiane.
Guard per un istante Osio, che si era molto adoperato per organizzare il concilio e per preparare il suo imperatore a guidarlo. E sper che il discorso che aveva preparato con lui facesse presa sui prelati presenti, pronti a scannarsi tra loro, senza un arbitro che gli facesse capire quanto fosse importante, per la fede che professavano, conformarsi per il bene comune.
Entr nella sala sperando che anche i suoi indumenti ottenessero l'effetto sperato: la sua veste, adorna delle luci abbaglianti dell'oro e delle pietre preziose, rifulgeva dei raggi fiammeggianti della porpora. Secondo Osio, doveva apparire come un angelo del Signore, circonfuso da un'aura di divino che lo avrebbe dovuto far apparire come un essere disceso direttamente dal cielo, inviato da Dio a mettere pace tra gli uomini.
Ed era quello che era venuto a fare, in effetti. Avrebbe dovuto procedere con lo sguardo fisso in avanti, ieratico e maestoso, ma non resistette alla tentazione e guard di fianco, prima a destra poi a sinistra: gli scranni sistemati sui lati lunghi della sala erano gremiti, con i trecento vescovi in prima fila, i presbiteri e i diaconi in quelle superiori. Tutti erano in piedi e lo osservavano in un rispettoso silenzio; not che molti erano pi anziani di lui, e sicuramente godevano di grande rispetto nelle comunit di cui erano a capo. Non c'era Silvestro, il vescovo di Roma, afflitto da problemi di salute, ma dall'Urbe erano giunti un presbitero e un diacono che, gli aveva assicurato Osio, erano tra i pi pronti a sostenerlo nelle sue deliberazioni.
Arriv davanti al suo seggio d'oro massiccio, posto al centro della sala, sul lato corto opposto all'ingresso. Fece per sedersi, ma prima si volt, lev le braccia a mezz'aria e fece cenno ai presenti di sistemarsi a loro volta. Solo quando tutti furono sui rispettivi scranni prese posto anche lui. Osio si and a sedere nel posto che si era riservato, il primo della fila di destra. Ma subito dopo si alz e, come convenuto, pronunci il discorso di saluto. Costantino vi fece poco caso, concentrandosi piuttosto sul ripasso di quello che doveva tenere lui subito dopo. Ripet a se stesso per l'ennesima volta i concetti cardine, sperando che le parole sarebbero venute da sole, come diceva Catone il Censore. E si forz a ricordare che dalla sua capacit di persuasione dipendeva la stabilit dell'impero, ma non solo: in quei giorni, sotto la sua direzione, si decideva il destino di una religione che aveva fatto in modo diventasse la pi importante nella storia futura, quella che avrebbe determinato il corso degli eventi a venire e influenzato l'esistenza e la mentalit di generazioni, popoli e imperi. Stava a lui darle coesione e coerenza per farla sopravvivere al logorio provocato dal tempo, dalle pressioni di altre religioni, dalle contraddizioni interne.
Quando venne il suo turno, si alz in piedi, si schiar la voce e inizi a parlare. E le parole uscirono spontanee, come se fossero ispirate direttamente da Dio.
Ci che ci stava pi a cuore, amici, era di avere la gioia di assistere a questo vostro raduno, e avendola ottenuta, siamo pienamente consapevoli di dover manifestare la nostra gratitudine al Signore dell'universo, poich, oltre a tutto il resto, ci ha anche concesso di assistere a questo evento, che  pi importante di qualsiasi altro beneficio, ossia vedervi tutti qui riuniti a condividere insieme una sola e unanime opinione, esord.
Che un nemico invidioso non danneggi i nostri beni e che il demonio, amico del male, non copra di bestemmie la legge di Dio con altri mezzi, adesso che, grazie alla potenza divina,  stata completamente debellata la guerra suscitata dai tiranni contro la religione. Noi consideriamo le sedizioni intestine della Chiesa di Dio pi penose di qualsiasi guerra o spaventosa battaglia, e questi avvenimenti ci appaiono tanto pi dolorosi di tutto ci che si pu verificare all'esterno della Chiesa. Quando infatti, grazie all'approvazione e all'aiuto dell'Onnipotente, riportammo le vittorie sui nemici, credevamo che non restasse altro da fare se non rendere grazie a Dio ed esultare insieme a quanti erano stati resi liberi da Lui attraverso la nostra opera. Nel momento in cui fummo per informati, in modo del tutto inaspettato, del vostro dissidio, non considerammo la notizia un fatto di secondaria importanza e, augurandoci che anche questo problema potesse essere oggetto delle nostre cure, senza alcun indugio mandammo a chiamare voi tutti.
Fece una piccola pausa per riprendere fiato, poi prosegu. E certo ci rallegriamo nel vedere questa vostra riunione, ma riteniamo che avremo agito in modo del tutto consono ai nostri voti solo allorch vi vedremo tutti accomunati nelle vostre anime da un'unica, comune e pacifica concordia che soprintenda su tutti e che sarebbe opportuno che proprio voi, che siete consacrati a Dio, diffondeste anche tra gli altri. Dunque, cari ministri di Dio e buoni servitori del Signore e salvatore di tutti noi, non indugiate a entrare nel merito della discussione sui motivi dei vostri dissensi e a sciogliere ogni nodo della disputa secondo le leggi della pace. In questo modo infatti, potrete fare cosa gradita a Dio onnipotente e farete un immenso favore anche a noi, che, come voi, siamo suoi servi, concluse, sperando che avessero compreso il messaggio.
Si rimise a sedere, soddisfatto della sua esposizione, mentre scrosciavano gli applausi. La sua parte l'aveva fatta, si disse: adesso toccava a loro. Osio esort il vescovo Alessandro di Alessandria a dare inizio al dibattito.
Fratelli in Cristo, dichiar il prelato che aveva dato luogo, in passato, a feroci lotte con Ario, mi unisco all'imperatore nel deplorare i dissidi che certe frange della nostra santa Chiesa hanno inteso suscitare per opera sicuramente di Satana, da cui sono certo ispirate....
Si alz il vescovo di Nicomedia, Eusebio, e lo interruppe: Ispirato da Satana  colui che fraintende gli insegnamenti di nostro Signore e attribuisce a Cristo delle caratteristiche che non ha e non pu avere!.
E chi sei, tu, per stabilire quali fossero le caratteristiche di Cristo?, intervenne anche un altro vegliardo, che Costantino riconobbe in Ignazio, vescovo di Antiochia. Ci sono le Sacre Scritture, per questo, e sono inequivocabili sulla sua divinit!.
Ma senti: parla proprio uno che celebra la sua Resurrezione in un periodo dell'anno in cui proprio non pu essere avvenuta!, dichiar un altro prelato in piedi, che l'imperatore annot essere Eusebio di Cesarea.
Costantino scosse la testa e fu tentato di mettersi le mani tra i capelli. Guard Osio e gli indic di provvedere a riportare la discussione su toni meno caotici. Il suo collaboratore fece cenno a uno degli usceri, che riapr la porta della sala. Subito dopo entr un drappello di soldati, e solo allora gli astanti, gi impegnati in un feroce diverbio, tacquero di colpo.
L'imperatore desidera informarvi che da questo momento in poi, chiunque osi interrompere l'intervento di un delegato, o chiunque sfori il tempo stabilito dalla clessidra per il suo intervento, sar accompagnato fuori, per non rientrare pi fino alla fine dei lavori. E adesso riprendi a parlare, vescovo Alessandro..., dichiar il vescovo di Cordova.
Il prelato pot riprendere senza essere pi interrotto fino al termine della sua relazione, e solo allora Osio diede la parola al vescovo di Nicomedia.
Costantino guard il suo collaboratore e annu compiaciuto. Adesso, avrebbe saputo cosa rispondere, a chi si fosse lamentato della mancanza di indipendenza della Chiesa...
Guarda! C' la nonna!, disse il piccolo Costantino al fratello minore Costanzo, subito dopo avergli spruzzato dell'acqua addosso. I due bambini si mossero verso il bordo della vasca del tepidarium, dove stavano giocando insieme al fratellino Costante e alla sorella Costantina; la sorella pi piccola, Elena, era invece in braccio alla nutrice, sotto l'attento sguardo della madre Fausta.
La madre dell'imperatore non manc di notare l'occhiataccia che le lanci di sfuggita l'imperatrice, ma non se ne cur e and incontro ai bambini con un ampio sorriso. Allora? Come stanno i miei ragazzi oggi? E tu, Costantina... diventi ogni giorno pi bella!, disse ai bambini, ignorando del tutto la madre.
Io starei meglio se non fossi costretto a giocare con questi qui, si affrett a rispondere Costantino, che aveva nove anni. Costanzo  una noia totale, e Costante  un moccioso... E io con le ragazzine non ci gioco, concluse, indicando la sorella.
Elena scosse la testa divertita. Talvolta dimenticava che i due bambini pi grandi erano praticamente coetanei; per bastava guardarli per ravvisare in entrambi i tratti del padre, ma solo nel minore quelli della madre. E non potevano essere pi diversi: Costantino era dedito a tutti i piaceri che la sua posizione di principe poteva offrire, ed evitava in ogni modo qualsiasi responsabilit. Voleva giocare e basta, gli piaceva fare dispetti ai fratelli e agli schiavi, si divertiva a eludere i suoi doveri e a tormentare gli animali domestici: il vero figlio degenere di una schiava, quale era davvero. Costanzo, invece, era un bambino estremamente posato, anche troppo per la sua et: era devoto al Signore almeno quanto il fratello era scarsamente interessato alla religione, si applicava con dedizione allo studio anche se non con brillanti risultati; non era una mente eccelsa, ma era estremamente coscienzioso, e dove non arrivava con l'intelletto sopperiva con l'impegno. Su Costante, era ancora troppo presto anticipare giudizi, mentre di Costantina poteva dire che fosse una bambina piuttosto perfida, nonostante i suoi cinque anni.
In generale, non era molto soddisfatta dei bambini; ma erano i suoi nipoti e gli eredi legittimi di suo figlio, e doveva fare di tutto per farli crescere degni del ruolo che avrebbero ricoperto. La madre non sembrava in grado di pensarci, lasciando che un bastardo soffiasse loro il posto che gli spettava di diritto, pertanto era fermamente decisa a pensarci lei; non aveva nulla contro Crispo, anzi, le pareva un ragazzo davvero portato per governare, e se fosse stato figlio dell'imperatrice avrebbe fatto di tutto per sostenere la sua posizione. Ma non lo era, e Costantino era troppo accecato dal proprio affetto per lui, per capire che consegnando l'impero a un figlio bastardo avrebbe finito per distruggere tutto ci che aveva creato. Perfino il piccolo Costantino, per quanto debosciato si stesse rivelando, aveva pi probabilit di essere accettato come imperatore, rispetto al pur meritevole Crispo.
Ragazzi, dovete avere pazienza e aspettare di crescere, rispose al piccolo Costantino. Poi, ciascuno di voi si sceglier le amicizie che vorr, e non sarete costretti a sopportarvi a vicenda. Anche perch ciascuno di voi avr prestigiosi incarichi che lo porteranno a essere impegnato lontano dai propri fratelli; e tu, Costantina, sposerai qualche illustre personaggio che ti porter lontano da qui.
Da come parli, sembrerebbe che sia tu a stabilire il destino dei miei figli..., intervenne Fausta in tono sarcastico. Gi che ci sei, perch non stabilisci pure quali ruoli avranno nell'impero i fratellastri dell'imperatore e i loro figli?.
Elena le lanci un'occhiata di disprezzo. Quello che spetta a Giulio Costanzo e a Flavio Dalmazio e ai loro figli riguarda Costantino, cos come ogni decisione relativa alla famiglia. Io sto solo ricordando ai tuoi figli i loro doveri, affinch si preparino al meglio alle alte responsabilit che li attendono. Mi preoccupo per loro, insomma, dato che non lo fai tu..., specific non senza malizia.
Ma cosa ne sai tu, di quello che faccio io..., rispose Fausta.
Be', se non altro, so cosa non fai.
Le due donne si guardarono con espressione di sfida per un istante, e poi Elena aggiunse: Se mi concedi un attimo, te lo dico io cosa dovresti fare.
Non mi interessa la tua opinione.
Dovrebbe interessarti, invece. Non si sa mai cosa potrebbe accadere.
Ancora silenzio. Anche i bambini ammutolirono, percependo la tensione aleggiante tra le due donne.
Infine Fausta annu, si alz e fece cenno alla suocera di seguirla. Raggiunse una stanza isolata, vi entr e chiuse la porta alle spalle di Elena. Allora? Cos' che non farei per i miei figli? Sentiamo..., chiese spazientita.
Elena si sent forte. Il solo fatto che la nuora avesse accettato di parlarle, invece di allontanarla in modo sprezzante, era indice delle sue difficolt. Non sei riuscita a ottenere da Crispo quello che volevi, vero?, le disse allora, decidendo di non girarci troppo intorno. L, in quel momento, si stava davvero facendo l'impero, mentre Costantino era impegnato solo a riformare la Chiesa cristiana.
Non capisco cosa intendi..., fu la risposta evasiva di Fausta, che assunse un atteggiamento pi che mai guardingo.
Lo sai benissimo. Quello che tu desideri e che Osio ti ha chiesto di fare: che Crispo si tiri fuori dalla corsa al trono e rinunci al ruolo di augusto... Hai in mano un'arma che pu distruggerlo. Non la usi perch lo ami ancora?.
I tratti del volto di Fausta si irrigidirono. Ma chi... chi ti ha detto una follia del genere?
Per me Osio non ha segreti, specific. Ma io ne ho per lui, e se anche non l'ha capito, io, per esempio, ritengo che il solo vero figlio di Costantino, tra i tuoi rampolli,  quello che lui si  fatto sfornare da una schiava. Non gliel'ho fatto notare, altrimenti ne farebbe uso e ti distruggerebbe subito, pur di spazzare via ogni ostacolo al suo potere. Ma io lo so, e lo sai anche tu: per questo, forse, non osi colpire Crispo, vero? Hai paura di rimetterci anche tu, e perfino di danneggiare i tuoi figli....
Fausta la guard, strinse le labbra e, infine, scoppi in un pianto dirotto, accasciandosi su una sedia.
Elena si sent in dovere di consolarla. Le si avvicin e l'abbracci, ostentando una comprensione, che di certo non provava, per una donnetta viziata e meschina come Fausta. Ma la nuora era debole, adesso, e conveniva approfittarne.
Io... ho iniziato con Crispo quando... quando tuo figlio scelse quella schiava per fare figli..., disse tra un singhiozzo e un altro. Mi sentivo cos umiliata... e dovevo dimostrare a me stessa che non ero io la causa della nostra sterilit.
Elena le accarezz la nuca. Lo capisco... Non approvo, ma lo capisco.
Per, adesso Costantino ha tanti eredi, legittimi e di sangue imperiale, grazie a me... Se non lo avessi fatto, adesso avrebbe solo figli bastardi.
Grazie a te e grazie a Crispo, che ne  il padre, precis Elena. Dubito che si possa considerare vantaggiosa una situazione del genere. Sicuramente, mio figlio non la considererebbe tale, se lo venisse a sapere....
Vuoi ricattarmi? Lo ha gi fatto Osio, come a quanto pare sai. La guard con i suoi occhi pesantemente cerchiati di nero: il trucco le si era sciolto con le lacrime, e adesso l'imperatrice sembrava una patetica maschera tragica, indifesa e alla sua merc.
E tu, con quanto impegno hai provato a ricattare Crispo?, replic Elena. Nessuno vuole creare una crisi familiare, e non  opportuno che mio figlio sappia la verit; ma se Crispo rinunciasse al suo ruolo di augusto e si accontentasse di qualche incarico di minore entit, come quello che avranno Flavio Dalmazio e Giulio Costanzo, l'impero sarebbe al sicuro da nuove guerre civili. Guarda cosa ha dovuto fare Costantino, da figlio bastardo qual era, per raggiungere il potere: ha provocato una guerra civile dietro l'altra. E adesso non si rende conto che dando tanta importanza a Crispo, scatener un inferno. Un padre non  mai sereno e obiettivo nel prendere decisioni del genere, quindi dobbiamo pensarci noi.  un nostro dovere ben preciso.
Ci ho provato. Ma Crispo  ambizioso, si giustific lei. Inoltre, ha paura di deludere il padre, che si aspetta molto da lui. E sa bene che se io parlassi, in qualunque forma, Costantino se la prenderebbe anche con me, e forse la verit verrebbe fuori al completo. Sa bene che ho bluffato, quando ho minacciato di parlare. Anche quando gli ho fatto capire che lo accuserei di stupro.
Io vorrei tanto che Crispo rinunciasse spontaneamente, ma a quanto mi dici non c' speranza. Oppure, non sei stata abbastanza decisa e convincente. Quindi dovremo usare le maniere forti, dichiar Elena.
E come? Credi che non sarei disposta a tutto per i miei figli?, continu a lamentarsi Fausta. Ma se io lo accuso di stupro, per esempio, lui dir la verit, e a quel punto sar la mia parola contro la sua. E a chi pensi che crederebbe Costantino? Lo tiene in palmo di mano, ogni giorno di pi.
Tu accusalo, e noi troveremo uno schiavo disposto a confermare la tua dichiarazione, rispose Elena. Vedrai che a quel punto Costantino ti creder. Crispo  troppo puro e leale per escogitare sistemi del genere. Anche per questo provocherebbe crisi dinastiche, se mantenesse il potere... Ci vuole ben altro, per mantenersi in sella; Costantino ce l'ha, la mancanza di scrupoli che serve, ma ama troppo il figlio per accorgersi che non  della stessa stoffa....
Crispo entr nel tablino del palazzo imperiale di Nicea con una certa apprensione. Costantino lo aveva convocato da Nicomedia per fare il punto su svariati temi amministrativi che aveva affidato a lui, e il giovane aveva dovuto attendere un momento di pausa dei lavori del concilio per essere ricevuto dal padre. Ma la sua agitazione non derivava dal costante esame cui l'imperatore sottoponeva la sua opera di amministratore; riguardava, piuttosto, ci di cui era intenzionato a parlargli.
La prese alla larga. Come sta andando il concilio, padre?, gli chiese, dopo aver affrontato le tematiche pi noiose.
Costantino sospir, alz gli occhi al cielo e si appoggi allo schienale della sedia. Questi qui non vanno d'accordo su nulla, figlio nostro, dichiar sconsolato. Alle volte pensiamo che ci vorrebbe una nuova persecuzione per compattarli... Eppure hanno avuto in pochi anni molto pi di ci che gli  stato negato per secoli.
Riuscirete a raggiungere una risoluzione univoca?, chiese, scarsamente interessato, in verit.
Dovremo.  necessario, per il bene dell'impero, spieg Costantino. Altrimenti, i conservatori riprenderanno il sopravvento e si torner al punto di prima. Il che significherebbe nuove guerre civili, perch adesso i cristiani sono potenti e non si lascerebbero discriminare facilmente. Dobbiamo riuscire a farli andare d'accordo. Il guaio di questa religione  che c' di mezzo non solo un dio astratto e intangibile, ma uno che  vissuto veramente, ma che per non ha lasciato un testo scritto. Lo hanno fatto in tantissimi, ma dopo la sua morte, e ciascuno a suo modo. Cos, col tempo, ciascuno ha finito per adottare una sua specifica variante della religione, magari sentendosi in diritto di interpretare il testo cui ha fatto riferimento. Alle volte, abbiamo l'impressione che quel Ges non intendesse fondare una nuova religione, ma che fosse solo un ebreo venuto a richiamare i conterranei ai propri doveri religiosi. Ma poi in molti si sono appropriati delle sue parole e del suo martirio, e ne hanno fatto un dio.
Ma tu ci credi? In Cristo, intendo, gli chiese a bruciapelo. E gli interessava davvero saperlo.
Costantino sospir di nuovo. Non pi di quanto creda agli altri di. Sono convinto che sia l'uomo l'artefice del proprio destino, gli rispose, abbandonando per una volta il plurale maiestatis. Sono sempre stato un uomo molto pragmatico, e ritengo di non poter credere a ci che non sono in grado di spiegare. Come faccio a dire se esiste il dio dei cristiani, il Sole Invitto, o Giove, o Mitra, se non li ho mai visti, e se ho constatato che le vicende umane sono il prodotto delle azioni degli uomini? Se io compio un atto, sono io a influenzare la vita di un mio suddito o di un mio rivale, non un dio. Le mie mosse, per, sono dettate da un dio, direbbero i sacerdoti e i preti; e cos ho dovuto dire al concilio: ma se cos fosse non avrei mai commesso errori, invece ne ho commessi eccome, come tutti.
E allora, perch hai scelto di sostenere il dio dei cristiani?
Perch i cristiani erano i pi determinati tra la popolazione dell'impero, i pi motivati, cos come i barbari sono tra i soldati pi determinati e motivati in campo militare. Sono linfa vitale per una struttura che abbiamo raccolto in pieno declino. Alla fin fine, tutte queste lotte tra di loro non fanno che attestare la loro vitalit, che se non altro li distingue dalla massa amorfa dei sostenitori dei valori tradizionali, ormai privi di ambizioni e di forze, impegnati solo a godersi il benessere costruito dai loro avi. E poi, il messaggio cristiano  potente: in teoria, il migliore di tutti, con la generosit disinteressata e la bont che trasuda da ogni parola.  in grado di fare pi adepti di qualsiasi altra religione, e quindi di restituire motivazioni anche a chi non ne ha pi, dando finalmente all'impero quella coesione che manca da tanto tempo.
Il discorso del padre offr a Crispo di introdurre l'argomento che voleva affrontare. Padre, non mi pare che gente come Sesto Martiniano sia rassegnata, si goda gli ozi del benessere e sia priva di determinazione e motivazioni....
Costantino si irrigid immediatamente, non appena ud quel nome. E apparve imbarazzato. L'eccezione che conferma la regola. E adesso che verr giustiziato, i conservatori non avranno pi un campione. Speriamo che tu non te ne sia fatto affascinare, solo perch ti ha risparmiato sul campo di battaglia. O perch l'hai visto in prigione, quando hai accompagnato i tuoi fratellastri..., disse a mezza bocca.
Non giustiziarlo, padre. Avete in comune molto pi di quanto credi. E penso che lo sappia anche tu; altrimenti lo avresti ucciso da tempo, disse.
Costantino si accigli. Allora  vero. Ti senti in debito con lui.
No. Ma ne faresti un martire, per il suo partito. Molto pi di Licinio.
Infatti,  per questo che non l'abbiamo fatto ancora giustiziare. Ed  per lo stesso motivo che lo faremo subito dopo che avr ucciso nostro cognato; a quel punto, avr smentito se stesso e deluso molti suoi sostenitori, spieg.
Era il momento, valut il giovane. Padre, Martiniano mi ha detto di mia madre. La verit, intendo: quella che mi avete sempre nascosto, azzard.
Costantino rimase spiazzato. E perch mai Sesto Martiniano dovrebbe sapere di tua madre?, chiese.
Perch  a lui che l'hai sottratta, non a Osio, rispose seccamente Crispo, certo che le sue parole avrebbero fatto effetto.
Costantino, infatti, apparve disorientato. Che vuoi dire?, lo aggred.
Che si amavano perdutamente, quando lei  caduta tra le tue braccia. E mentre tu ti sei stufato presto di lei, lui l'ha sempre amata. Anche per questo ti odia, sai?.
Costantino annu, visibilmente turbato.
E supponiamo che anche tu ci odi, adesso. Per non averti detto nulla e per essercene liberati. Ma dovresti conoscere la nostra versione dei fatti..., si giustific Costantino; ed era incredibile, pens Crispo, che un imperatore sentisse il dovere di farlo.
Hai dovuto sposare Fausta, e per me questa  una motivazione sufficiente, cerc di rassicurarlo Crispo. Anche mio nonno ha dovuto mettere da parte mia nonna, quando ha sposato per ragioni politiche l'altra figlia di Massimiano. So bene che  cos che funziona, e se mi far una concubina toccher anche a me lasciarla, un giorno; perfino se ci far un figlio. In effetti, non nutriva astio nei confronti del padre: Costantino non avrebbe potuto fare altrimenti, dal suo punto di vista. E forse anche lui si sarebbe comportato allo stesso modo, se fosse stato al suo posto, da imperatore. Soprattutto se non l'avesse amata... Ma poi tua madre  tornata ad avere influenza a corte, quando tu, il figlio, sei diventato imperatore, aggiunse. Anch'io, quindi, vorrei richiamarla a corte, adesso che sono cesare. O in futuro, quando sar augusto. Soprattutto adesso che ho saputo che forse  viva....
Tu non ti rendi conto, lo interruppe Costantino, stavolta con astio. Nostra madre  una donna astuta e capace, tua madre era... una sprovveduta, una persona semplice, che non sarebbe di nessun aiuto a corte. Andava bene solo per divertirsi, finch  stata giovane. Ma eravamo coetanei, e quando ci siamo sposati con Fausta, quindi, non era pi nel fiore degli anni. E di certo, anche se fosse ancora viva, l'imperatrice non accetterebbe la sua presenza.
Ma  mia madre!, reag con veemenza Crispo, senza riuscire a controllarsi. Potevi almeno controllare che stesse bene e passarle un vitalizio, non abbandonarla a se stessa! E potevi dirmela, la verit: cosa sarebbe cambiato?
Questo, sarebbe cambiato: che avresti voluto vederla. E non era possibile, replic Costantino. E comunque, era stata la moglie di Osio; abbiamo sempre dato per scontato che, se mai ci avesse dovuto pensare qualcuno, fosse lui, quindi non ce ne siamo pi occupati. Sai quante donne abbiamo avuto nella nostra vita? La sola differenza  che con lei  venuto fuori un figlio, che ci ha reso fieri... Fino ad adesso, almeno, aggiunse in tono minaccioso.
Be', allora almeno per questo dovresti esserle grato, ribatt Crispo, alzandosi e andandosene senza attendere di essere congedato. Se sei soddisfatto di me,  merito anche del sangue di mia madre....

29.

Osio contempl con orgoglio l'imperatore leggere le conclusioni del concilio. Costantino parl della consustanzialit, ponendo una volta per tutte fine al dibattito, mai acceso come in quei giorni, sulla natura divina di Cristo; sciorin i testi che da allora in poi le chiese cristiane avrebbero dovuto seguire, uniformando le loro regole; condann i giudei come responsabili inequivocabili dell'assassinio di Cristo, cancellando definitivamente ogni responsabilit dei romani; fece l'elenco dei vescovi deposti a seguito del loro rifiuto di uniformarsi, dichiar esiliati Ario e chiunque professasse la sua dottrina, poi fece una pausa, ricordando a tutti l'importanza di quel giorno: aveva voluto che la conclusione del sinodo coincidesse con la data di celebrazione dei suoi Vicennalia, i vent'anni del suo regno, iniziato quando si era fatto issare sugli scudi dagli ausiliari barbarici di suo padre in Britannia.
Ma aveva voluto anche che coincidesse con l'esecuzione pubblica di Licinio e di suo figlio Liciniano a Nicomedia, accusati di aver cospirato per rovesciarlo; da poco era stata resa nota una lettera dell'ex imperatore, che aveva cercato di allestire una congiura con l'aiuto di alcuni maggiorenti conservatori della prefettura orientale. E mentre si teneva quel discorso conclusivo dei lavori, a poche miglia di distanza, nella capitale, si consumava l'ultimo atto della lunga guerra civile. Osio si era assicurato personalmente che fosse Sesto Martiniano a decapitare i tiranni sul patibolo, per poi essere giustiziato a sua volta dal boia in attesa ai piedi della forca.
Tutto era andato secondo le previsioni. C'erano state molte resistenze, nel concilio, ma nulla che non fosse previsto e che non si potesse arginare. Quel che contava era che adesso ci fosse un'unica Chiesa cristiana; un unico, incontrastato imperatore; un unico, potente e coeso impero.
Quando lo vennero a prendere, Sesto non aveva ancora finito di pregare. Era in ginocchio, impegnato a chiedere perdono ad Apollo per non avergli offerto sacrifici a sufficienza, durante la propria esistenza. E altrettanto aveva fatto con le altre divinit pi importanti, a cominciare dal padre di tutti gli di. Non aveva manifestato una sufficiente devozione nei loro confronti, cos come tutti gli altri romani ancora attaccati ai costumi antichi e alla religione tradizionale, e il loro disinteresse aveva permesso al dio dei cristiani di prevalere. Oppure, gli di avevano abbandonato i romani al loro destino, cos come i romani si erano disinteressati di coloro che li avevano sempre protetti, in secoli di storia gloriosa e magnifica.
Eppure, si disse, se non era stato abbastanza devoto aveva combattuto per loro strenuamente, ne aveva difeso la fede, aveva fatto tutto il possibile perch l'impero si mantenesse cos come l'avevano concepito e voluto. E non pot impedirsi di versare qualche lacrima, mentre lo sollevavano di peso e lo portavano via. I suoi carcerieri risero: il grande e valoroso prigioniero, alla fin fine, se la faceva sotto dalla paura; ma Sesto non piangeva per la paura di morire.
No, le sue lacrime erano per il mondo che se ne andava via con lui. Il mondo che non aveva saputo difendere.
Gli legarono i polsi e lo misero su un carro. Non appena fu fuori dai sotterranei, la luce esterna che filtrava attraverso le ampie finestre gli fer gli occhi e lo indusse a rannicchiarsi su se stesso, e ci diede ancora una volta motivo ai suoi aguzzini di canzonarlo. Lo trascinarono fino all'ingresso, dove fu investito da una luce intensa che gli fece apparire come un doloroso ricordo la penombra in cui era vissuto per molti mesi. Il sole era gi alto nel cielo, la giornata era assolata, eppure si assisteva al tramonto di una civilt: con la morte di Licinio, del suo erede e la sua, se ne andavano gli ultimi ostacoli che si frapponevano tra Costantino e la realizzazione della sua idea di impero.
Cerc di strizzare gli occhi per non doversi riparare dai raggi solari, evitando cos di dover apparire privo di dignit. Sent un grande brusio davanti a s: doveva esserci una gran folla, intorno al palazzo imperiale.
Lo fecero attendere sulla soglia dell'edificio, e pian piano si abitu alla luce, finch non riusc perfino a socchiudere gli occhi. Per un istante, gli parve di incrociare lo sguardo di Minervina. Poi si rese conto che erano gli occhi di Crispo, che gli era accanto.
Ci sar tuo padre ad assistere?, gli chiese.
No.  impegnato altrove, rispose il giovane cesare.
Sesto fece una smorfia. Non gli aveva usato neppure quella cortesia, l'imperatore. Cesare, ti prego, trovala e veglia sui miei figli, disse allora. Dubito di poter contare su Osio.
Crispo annu. Non ti preoccupare: l'avrei fatto anche se non me lo avessi chiesto. Osio non me lo vuol dire, ma io ho gi spedito lettere presso tutte le principali comunit cristiane, per scoprire dove si trova, rispose.
Sesto si sent rassicurato: il cesare era la sua unica speranza, ormai, di morire con dignit. Crispo fece un segno di assenso con il capo verso dei soldati, che presero Sesto e lo trasferirono in un carro ai piedi della scalinata di accesso all'edificio. Due ali di legionari erano schierate ai lati del carro, per tenere a distanza la gente che si assiepava nei pressi. Sesto scrut gli uomini e le donne intorno a lui: alcuni lo fissavano accigliati, con disprezzo, lanciandogli insulti; altri, invece, gli sorridevano e gli gridavano i loro apprezzamenti.
Quando l'imperatore affront il tema della Pasqua, parlava gi da tempo. Ma l'attenzione dell'uditorio non era calata affatto: tutti sapevano che ogni sua parola sarebbe stata legge assoluta, da allora in poi.
Ora si deve considerare anche un altro problema, dichiar Costantino ai delegati, ossia che, in merito a una questione di tale entit e a una festivit cos importante per il nostro culto, sarebbe scellerato mantenere una divergenza di opinioni. Infatti uno solo  il giorno della nostra liberazione, e segnatamente quello della Santissima Passione, di cui il nostro Salvatore ci ha fatto dono, cos come ha voluto che una sola fosse la Sua Chiesa cattolica, che, bench sia divisa nelle sue membra in molti luoghi differenti, tuttavia  nutrita da un unico spirito, ossia la volont divina. La vostra santissima saggezza consideri inoltre che  intollerabile e sconveniente che, nei medesimi giorni, alcuni siano dediti al digiuno mentre altri sono impegnati in banchetti e che dopo i giorni della Pasqua alcuni si dedichino alle feste e al riposo e altri invece osservino i digiuni prescritti. Perci senza dubbio la divina provvidenza vuole che si provveda a una doverosa rettifica e che questa situazione sia ricondotta a un unico ordinamento, cosa di cui crediamo siate tutti convinti.
Pertanto, dal momento che era opportuno che la questione fosse ridefinita in modo tale che non esistesse pi nessuna consuetudine in comune con coloro che hanno ucciso il nostro Padre e Signore, e visto che l'ordinamento pi conveniente  quello che gi osservano tutte le Chiese delle regioni occidentali, meridionali e settentrionali dell'impero e anche alcune Chiese delle province orientali, per questo motivo tutti hanno ritenuto che nelle attuali circostanze questa fosse la soluzione migliore, e noi stessi l'abbiamo sottoposta alla vostra attenzione perch la approvaste. Considerate anche che non solo questa usanza  la pi diffusa, ma anche che la risoluzione pi santa che potreste deliberare in comune  proprio quella che un attento ragionamento sembra richiedere, oltre al fatto che non debba sussistere nessuna comunanza con lo spergiuro dei giudei.
Stando cos le cose, accogliete con gioia la grazia celeste e questo precetto veramente divino: infatti tutto ci che si delibera nei santi concili dei vescovi  da attribuirsi alla volont divina. Perci, sentitevi tenuti a rispettare l'osservanza del giorno santissimo, e a istituirlo secondo il computo appena menzionato, cos che quando ci recheremo a prendere visione della vostra circoscrizione, come desideriamo fare da tempo, potremo celebrare con voi la santa ricorrenza in un unico e medesimo giorno, e ci rallegreremo di tutto ci insieme a voi, nel vedere la crudelt del demonio distrutta dalla potenza divina attraverso il nostro operato, e nel vedere fiorire ovunque la pace e la concordia della nostra fede.
Sei un esempio per tutti noi!.
Muori, carogna, come meriti!.
Sei un eroe. Ho chiamato mio figlio Sesto!.
Persecutore! Aguzzino! Torturatore!.
Possano gli di accoglierti accanto a loro, novello Ercole!.
Nemico di Cristo! Nemico di Dio!.
A quanto pareva, la sua figura era in grado di suscitare in egual misura amore e odio. Sesto not che alcune persone si azzuffavano, altre avevano in mano della frutta e presto iniziarono a tirargliela. Ma il clamore che suscit la sua figura fu nulla, in confronto a quello che accadde quando Licinio e il figlio uscirono dal palazzo e presero posto accanto a lui. Salirono sul carro in mezzo a una selva di insulti, e tutte le arance, le uova marce e i carciofi destinati fino a quel momento all'ex pretoriano, investirono la coppia imperiale, definita soprattutto spergiura e traditrice.
Sesto incroci lo sguardo di Licinio e lo vide assente, come l'ultima volta che lo aveva incontrato, alla fine della guerra. In pi, era solo l'ombra dell'uomo robusto e possente che era stato: adesso appariva solo come un vecchio ingobbito e inoffensivo, sdentato e con pochi capelli in testa, che dava l'idea di non sapere neppure perch fosse l. No, non avrebbe mai creduto neppure per un momento che quella larva d'uomo era stata capace di organizzare una congiura, come sostenevano le accuse; semplicemente, Costantino doveva avere avuto in mente fin dal primo istante di eliminarlo, a dispetto di quel che aveva detto alla sorella.
Liciniano allung la mano e gli strinse la sua. Aveva un'espressione spaurita, e qualche lacrima solcava le sue gote. Noi... noi non abbiamo fatto niente di quello di cui ci accusano, mormor.
Lo so, disse Sesto, stringendogli a sua volta la mano, mentre il carro iniziava a muoversi tra due ali di folla tumultuante. Gli era sempre piaciuto quel ragazzino, venuto su proprio come avrebbe desiderato fossero i suoi figli. E si era affezionato a lui proprio come se fosse figlio suo. Licinio era stato un padre assente, e neppure adesso, nell'ora della loro morte, avrebbe potuto essergli d'aiuto. Toccava a lui fargli forza, e fare in modo che l'ultimo esponente di una dinastia coerente con i valori che avevano fatto grande Roma morisse con onore.
Perch devo morire?, gli chiese il bambino.
Perch non hai scelta, gli spieg, facendo fatica a farsi sentire in mezzo agli schiamazzi della folla. Per puoi scegliere come morire. Non hai fatto in tempo a compiere cose per le quali verrai ricordato, amico mio; eppure, il modo in cui verrai ricordato  ci che rester di te in eterno. Fa' s che sia con l'onore di chi sarebbe stato destinato a essere imperatore, se Roma fosse stata quella in cui sono cresciuto io alla tua et.
Silenzio!, gli intim una guardia, provocando un sussulto in Liciniano, che comunque annu, mostrando di aver capito. Sesto sper davvero che avesse compreso. Era tremendamente importante che avesse capito: dipendeva tutto da lui, adesso.
Arrivarono nella piazza centrale dopo un breve tragitto, e Sesto vide il patibolo, sopra il quale avevano disposto il ceppo dove avrebbe dovuto decapitare i due condannati, prima che qualcuno facesse lo stesso con lui. Guard intorno per vedere se c'era anche Costanza, ma senza troppo indugiare: era certo che Costantino avesse proibito alla sorella di assistere all'esecuzione del figlio. Chiss, anzi, dove l'aveva spedita; probabilmente, a consumarsi nello sconforto per essere stata tradita dal suo stesso fratello, dopo essere stata usata per anni e aver fatto da pedina di scambio per i giochi politici dell'imperatore. Era stato sul punto di amarla, anche se pi per bisogno d'amore, che per una reale attrazione.
Ma poi l'aveva tradito anche lei. E adesso, la sola persona del cui destino si rammaricava era Liciniano.
I soldati si serrarono intorno ai tre condannati, mentre Sesto not Crispo prendere posto nei pressi del palco, contornato da guardie del corpo. Il giovane aveva un'espressione amareggiata, e Sesto fu certo che non fosse della stessa pasta del padre: in lui c'era la forza e la fierezza di Costantino, ma anche l'ingenua bont di Minervina, che gli impediva di accettare quel che stava accadendo. Probabilmente, non sarebbe stato un imperatore abile quanto il padre, ma una persona migliore senza dubbio; e quindi, un sovrano pi giusto.
Li fecero salire tutti e tre sul patibolo. Solo Liciniano ebbe qualche esitazione ma poi, dopo aver incrociato lo sguardo con Sesto, si fece forza e percorse le scale. Licinio non oppose alcuna resistenza, solo perch non sembrava rendersi conto di quello che stava accadendo: era claudicante, si muoveva con difficolt, e dovettero sostenerlo in due per portarlo sul podio.
Adoperatevi dunque senza risparmio per mantenere la pace reciproca ed evitare i dissidi e le discordie, prosegu l'imperatore, dopo aver raccolto l'ennesimo applauso, non siate invidiosi se qualcuno dei vostri colleghi si distingue per sapienza, ma piuttosto, considerate la virt di uno solo come un patrimonio comune. E voi vescovi delle sedi pi importanti e potenti, non comportatevi in modo arrogante nei confronti dei pi umili: soltanto Dio possiede la facolt di giudicare chi veramente sia migliore, ed  inoltre necessario adattarsi alle esigenze dei pi deboli con un atteggiamento comprensivo, perch raramente si raggiunge la perfezione in ogni cosa. Per questo, bisogna che ci si conceda reciprocamente perdono quando si commettano errori di poco conto, e che ci si accosti con indulgenza alla debolezza propria della natura umana, e che tutti tengano nella pi alta considerazione l'armonia e la concordia, in modo tale da non offrire motivo di derisione, litigando gli uni con gli altri, a quanti sono pronti a bestemmiare la legge divina, che sono proprio coloro di cui bisogna occuparsi con maggiore impegno, in quanto possono essere salvati, a condizione che i nostri comportamenti appaiano loro degni di emulazione. Non bisogna infine avere dubbi sul fatto che non tutti si giovano dei vantaggi che provengono dai discorsi.
Alcuni infatti si accontentano di ricevere aiuto nel sostentamento quotidiano, altri sono soliti procurarsi protezione e tutela, altri apprezzano chi li tratta con bont e li accoglie amichevolmente, altri ancora amano essere onorati con doni ospitali; sono pochi invece coloro che amano i discorsi veritieri ed  raro chi va in cerca della verit. Occorre pertanto adattarsi a tutti, come il medico che somministra a ciascuno ci che giova alla salute, in modo che la dottrina salvifica sia celebrata da tutti in ogni suo aspetto.
Rivolgete dunque a Dio fervide preghiere per noi, affinch il nostro operato continui a essere ispirato dal Suo sostegno, permettendoci di amministrare sempre con lungimiranza e buon senso, rispetto per la verit e per la fede nel Signore, questo impero che tanto aveva bisogno di essere illuminato dalla Sua luce.
Una volta sistemati i condannati intorno al ceppo, con quattro soldati intorno e il boia accanto, un banditore diede lettura delle accuse e li boll come traditori. Sesto non cap come mai lo definissero tale: era rimasto sempre fedele a chiunque avesse servito, e negli ultimi mesi, quelli della presunta congiura, era stato segregato in una prigione senza contatti col mondo esterno.
La piazza era gremita, e qualcuno tra gli spettatori, una voce indefinita tra la folla, si permise di inneggiare a lui come a un eroe. No, non poteva deluderli, si disse; non poteva svilirsi ai loro occhi: come per Liciniano, il ricordo che loro avrebbero avuto di lui era tutto ci che gli rimaneva.
Il banditore annunci la procedura che Osio gli aveva descritto. Poi fecero inginocchiare Licinio con la testa sul ceppo, e il vecchio si lasci docilmente sistemare, tra fischi e lazzi del pubblico. Quindi sciolsero i lacci che stringevano i polsi di Sesto, e gli diedero una spada. I quattro soldati ai lati del palco serrarono le mani sulle aste delle lance, guardandolo minacciosi.
Sai cosa devi fare, sibil il boia, che lo spost accanto all'imperatore inginocchiato, per consentirgli di vibrare il colpo fatale. Si fece silenzio nella piazza, e gli spettatori cercarono di avvicinarsi al palco, ma un cordone di soldati li mantenne a distanza. Sesto fiss l'arma, la sua vittima, infine Liciniano, che era a un paio di passi da lui. Il giovane aveva smesso di versare lacrime. Bravo ragazzo!, esclam l'ex pretoriano, sorridendogli. Forse ce l'avrebbe fatta...
Sollev la spada, pronto a vibrare il colpo. Fiss ancora Licinio, poi di nuovo il figlio. Mai lever un'arma su un sovrano che ho servito! Ma tu puoi farlo!, grid, poi cal un fendente, ma non sulla testa di Licinio.
Tronc di netto la propria mano sinistra, che cadde sulla nuca del condannato e poi a terra, mentre uno spruzzo di sangue investiva in pieno viso il boia, appena oltre il ceppo. Quindi Sesto, stringendo i denti per il dolore, gett la spada con la lama vermiglia a Liciniano, gridandogli: Adesso!.
Il bambino la afferr con le due mani legate prima che potessero bloccarlo, la sollev e la cal con tutta la forza che aveva sul collo del padre, incidendoglielo in profondit ma senza riuscire a staccargli la testa. Uno zampillio sgorg dallo squarcio, andando ad allargare la pozza di sangue intorno al ceppo, sulla quale scivolarono il boia e il soldato che era stato pi rapido a muoversi per bloccare Liciniano. Poi il bambino rivolse la punta della spada verso il proprio stomaco, facendo sfilare la lama lungo i palmi delle sue mani legate ai polsi, e si gett in avanti, affiancando il padre.
Non appena il pomello tocc terra, la lama trapass l'esile corpo, fuoriuscendo sulla schiena con filamenti e viscere sulla punta. Liciniano emise un rantolo e cess di respirare...
Sesto lo guard con orgoglio. S, lui sarebbe stato un buon imperatore.
Costantino non si era mai sentito tanto a disagio in vita sua. Eppure, sapeva di doverlo fare: si sarebbe sentito peggio se non lo avesse fatto. Si sarebbe sentito sconfitto da quell'uomo demoniaco, se non lo avesse affrontato personalmente. E mentre scendeva nelle segrete del palazzo di Nicomedia, dopo un mese di indecisioni, recriminazioni e tormenti, giunse a rimpiangere il periodo passato a Nicea a barcamenarsi tra questioni teologiche e dogmatiche di cui non capiva nulla. Affrontare la sua nemesi gli pareva una sfida perfino pi ardua.
I carcerieri si stupirono di vederlo. Si prodigarono in ossequi, mentre lui li informava di ci che voleva. Lo condussero davanti alla cella del prigioniero e, quando lo vide dallo spioncino, si disse di non dover avere alcuna paura di un uomo ridotto in quello stato, con barba e capelli lunghi e bianchi, un fisico provato dagli stenti, e senza una mano.
Eppure, ricord a se stesso di non sottovalutarlo. Sesto Martiniano era stato capace di metterlo in ridicolo perfino durante la sua stessa esecuzione. Fosse stato per lui, lo avrebbe lasciato morire dissanguato, ma Crispo aveva fatto in modo che ricevesse delle pronte cure mediche, in mezzo al tripudio della folla, che era rimasta allibita e ammirata dalla sua determinazione. Il suo orgoglio, a quanto gli aveva detto il figlio, aveva unito, per una volta, cristiani e non cristiani.
Ci che lui aveva voluto realizzare per una vita intera, senza riuscire neppure a unire gli stessi cristiani tra loro, Martiniano era riuscito a farlo con un semplice gesto.
Avrebbe dovuto farlo uccidere subito dopo, naturalmente. Ma adesso pi che mai ne avrebbe fatto un martire. E poi, era consapevole dell'esistenza di altri motivi, che lo inducevano ad avere paura di ucciderlo. Sarebbe stato come ammazzare una parte di se stesso. Tenerlo in vita, gi prima dell'esecuzione di Licinio, gli era servito a ricordare l'enorme peso della tradizione che intendeva spazzare via per permettere all'impero di sopravvivere. Martiniano era una sorta di icona di tutto ci contro cui aveva sempre combattuto; eliminarlo, sarebbe stato come eliminare quasi la ragione stessa della sua esistenza. Anche per questo non aveva mai osato andarlo a trovare in prigione, fino ad allora: aveva timore di perdere la forza per odiarlo quanto era necessario; l'ex pretoriano gli faceva apparire meno spregevole ci che cercava di cancellare, e aveva paura di farsene influenzare, deviando dalla via che aveva scelto di seguire con coerenza. Forse aveva ragione Crispo: avevano in comune molte pi cose di quanto pensasse.
Si fece aprire dopo averlo a lungo studiato, poi entr senza dire una parola e aspettandosi di essere riconosciuto. Lo fiss dall'alto in basso, lui in piedi e l'altro seduto, ma vide che il prigioniero ricambiava i suoi sguardi senza alcuna soggezione, studiandolo. E per la prima volta nella sua vita, non ebbe l'impressione di sentirsi superiore.
Attese che fosse lui a parlare. Doveva essere lui. Almeno questo: sarebbe stata una magra consolazione, ma rappresentava pur sempre un'ammissione della sua condizione di inferiorit.
Ma Sesto tacque. Sapeva di aver gi vinto, ormai, a dispetto delle sue condizioni di uomo sconfitto su tutta la linea, senza imperatore, senza una causa, senza averi e senza la sua donna. Ma dopo quel giorno sulla pubblica piazza, qualunque cosa Costantino gli avesse fatto, sarebbe stata solo una meschina rivalsa, e lui lo sapeva.
E l'imperatore biasim se stesso e Osio, per aver offerto a quel demone un palcoscenico che lo aveva reso intoccabile.
Continu ad attendere, inutilmente, che Martiniano gli parlasse. E si chiese quale dio lo proteggesse con tanto zelo. Erano dodici anni che lo affrontava sui campi di battaglia e, nonostante le continue sconfitte che avevano subito gli eserciti di cui aveva fatto parte, l'ex pretoriano era sempre riuscito a distinguersi in prima fila e a scamparla. E adesso che sapeva che era stato anche l'uomo di Minervina, era certo che una divinit lo avesse messo sulla sua strada, per obbligarlo a guardarsi continuamente a uno specchio. Sesto era tutto ci che lui avrebbe potuto essere, se non fosse nato figlio bastardo di un imperatore. Per giunta, di un imperatore appartenente a una famiglia senza illustri natali.
Sesto aveva solo difeso il suo mondo, e lo aveva fatto nel migliore dei modi; anche se era stato sconfitto, era il campione di quel mondo, pi dei tanti imperatori che si erano susseguiti negli ultimi decenni per preservarlo.
Decise di fargli vincere almeno questa battaglia e gli concesse di parlare per secondo. Forse ti sei conquistato una tua gloria personale, col tuo gesto teatrale in piazza, pretoriano, disse infine. Ma sappiamo bene che  solo un ripiego, per te: quello che ti interessava era di salvare il tuo mondo senescente. E non ci sei riuscito. Ci sar una nuova Roma, con una capitale, Bisanzio, che far dimenticare quella vecchia; un dio e una religione che col tempo spazzeranno via ogni residua credenza dei nostri avi; nuovi soldati con il sangue di razze pi giovani e marziali, come lo erano i romani quando si sono imposti sugli altri popoli italici; una nuova burocrazia che far funzionare le cose in modo efficiente, cancellando le velleit dei senatori, che pensano solo a preservare i loro latifondi. E l'impero sopravvivr, grazie a tutto questo. La gente come te lo avrebbe condannato all'estinzione, anzi, a una lenta e penosa morte, un'agonia per consunzione.
Sesto continu a guardarlo. Infine, si abbandon a un sorriso. Tu invece, lo hai ucciso in pochi anni. Quello che stai costruendo non  Roma, dichiar con fierezza.  un altro impero:  come se i persiani o un altro popolo ci avessero conquistato e imposto i loro costumi. E se l'uomo ha il diritto di nascere, crescere, invecchiare e morire di vecchiaia, ebbene, sono convinto che ce l'abbia anche l'impero romano, che dell'uomo  stata la pi compiuta creazione. Pu darsi che tu abbia ragione: Roma stava morendo di vecchiaia. E dopo un millennio, poteva anche starci che mostrasse segni di declino. Vuol dire che io ho combattuto per il diritto di Roma di godersi una meritata vecchiaia e di morire serenamente nel proprio letto, invece di essere soppressa solo perch troppo vecchia, come hai fatto tu.
Tu proprio non capisci. Voi conservatori non capite, replic Costantino. Siete cos ottusamente abbarbicati alle vostre tradizioni che non vedete come ci che funziona in un'epoca non pu funzionare in un'altra. Erano cos i senatori che Giulio Cesare e Augusto hanno combattuto, e ai quali hanno imposto le loro riforme: fosse stato per il Senato, Roma sarebbe morta gi tre secoli fa, dilaniata da guerre civili. Invece, Cesare e Augusto hanno saputo individuare le soluzioni per salvarla, anche se ne hanno dovuto modificare drasticamente l'ordinamento costituzionale. La gente come te uccide Roma, quella come loro due e come noi la salva e le restituisce la potenza che merita. Siete troppo prevenuti contro ogni novit, troppo limitati per capire il valore di nuove idee come il cristianesimo, e di nuovo capitale umano come i barbari. Siete gretti, con un orgoglio sterile che nasconde solo la volont di salvaguardare non Roma, ma i vostri privilegi.
Il solo privilegio che considero di aver avuto io  stato di amare Minervina, che tu mi hai portato via, ribatt inaspettatamente Martiniano. Per te era solo una nuova conquista passeggera, ma per me era tutto. Ed  questo che sei: un uomo che sbandiera degli ideali di progresso solo per agguantare e consolidare il proprio potere. Sono sicuro che tu non credi in nulla: non credi in quel Cristo che tanto sostieni, come non hai creduto nell'amore che Minervina nutriva per te; cos come saresti pronto a sacrificare i tuoi barbari, che consideri carne da macello, per un tuo personale vantaggio. Credi solo nella tua ambizione e usi tutto e tutti. Io almeno credo profondamente in tutto quello che ho fatto: nei miei sentimenti per lei, nel mondo che ho difeso, negli di che venero, negli imperatori che ho servito. Sono stato sempre sincero e leale, due parole che nessuno potrebbe mai attribuirti. E adesso che finalmente mi hai dato l'occasione per un faccia a faccia, posso finalmente dirti che sono un uomo migliore di te; peraltro, l'ho dimostrato anche sul campo di battaglia: ringrazia quel dio che usi come strumento, se sei scampato alla mia spada....
Costantino apr la bocca per ribattere, ma non trov le parole. E si accorse che la vittoria di Martiniano era andata ben oltre quella che gli aveva concesso, permettendogli di parlare per secondo. Sent montare dentro di s un'ira incontenibile, e pose mano alla spada che teneva nel fodero al fianco. Era ora di farla finita con lui, e non importava se lo avrebbe reso un martire: avrebbe fatto diffondere la voce che era marcito in prigione e morto di vecchiaia.
Mio signore, dovresti venire su.  richiesta la tua presenza. Una guardia palatina entr nella cella proprio mentre estraeva l'arma.
Dopo, si limit a rispondere, continuando a fissare Sesto, che non mostrava alcun turbamento alla vista della lama sguainata, e continuava a ricambiare il suo sguardo.
 molto urgente, mio signore, insist il soldato con il suo accento barbarico. L'imperatrice... Devi proprio venire subito, aggiunse imbarazzato.
Costantino lanci un'occhiata stizzita a Martiniano e abbandon la cella, chiedendosi cosa si fossero inventati stavolta gli di per salvargli la pelle.

30.

Osio era consapevole di essere a un punto di svolta del regno di Costantino i. Ed era molto ansioso di conoscere la reazione dell'imperatore. Guard Elena sedersi accanto a Fausta e abbracciarla per consolarla, mentre copiose lacrime sgorgavano dagli occhi dell'imperatrice, che pareva recitare bene la sua parte. L'ancella di Fausta si disperava, l'altro testimone si mordeva le labbra per l'imbarazzo, ma entrambi celavano a stento la soddisfazione per i soldi che gli erano stati promessi: sper solo che fossero convincenti.
I rampolli imperiali erano stati mandati in un'altra stanza con la nutrice, per evitare loro di assistere a quella penosa rivelazione, e tutti erano in trepidante attesa dell'arrivo dell'imperatore. Osio aveva saputo che era disceso nelle segrete del palazzo, per la prima volta da quando Sesto Martiniano era stato fatto prigioniero, in quasi un anno, e aveva paura: paura che l'ex pretoriano, gi in grado di destabilizzare il rapporto tra Crispo e il padre - il che tornava tutto a suo vantaggio, tutto sommato - incidesse anche su quello tra lui e Costantino. L'imperatore aveva commesso l'errore di non giustiziarlo subito dopo la cattura, e adesso si trovava una bella patata bollente tra le mani: i conservatori non avrebbero gradito una sua esecuzione dopo quello che era successo a Nicomedia un mese prima, ed era probabile che ne sarebbero nati nuovi tumulti.
E gi ce n'erano abbastanza tra i cristiani, di tumulti. Le decisioni del concilio, infatti, non li avevano resi pi malleabili: soprattutto gli ariani, e specialmente in Egitto, inscenavano manifestazioni quotidiane, che spesso si concludevano in zuffe con i cattolici, soffocate talvolta nel sangue dalle autorit, rinnovando i tempi delle persecuzioni; anche se adesso il bersaglio erano gli eretici. E inoltre, c'era gente che cominciava a scagliarsi contro i giudei, bruciando sinagoghe e assassinando a sangue freddo qualche esponente delle comunit ebraiche, senza che gli autori venissero perseguiti da governatori fin troppo ligi alle direttive imperiali. E a loro volta, i giudei reagivano con spedizioni punitive ai danni di chi ne ritenevano responsabile.
Raggiungere l'unit della Chiesa sembrava un obiettivo pi difficile di quanto lui e Costantino avessero previsto.
Allora? Non diteci che c' qualche altra grana in Egitto... Ne abbiamo abbastanza di quei facinorosi di ariani..., dichiar l'imperatore non appena mise piede nel tablino. Ma poi si avvide dello stato di Fausta, che accentu la sua disperazione, mentre Elena, con aria di sdegno, la stringeva pi forte a s. Costantino osserv gli altri presenti e poi guard Osio; ci confort il vescovo: era pur sempre a lui che l'imperatore si rivolgeva.
Mio signore,  accaduto un fatto davvero increscioso all'imperatrice, che per un mese intero si  tenuta dentro un peso terribile, sperando di contribuire a mantenere la serenit familiare e della vita di corte, gli spieg Osio. Ma poi  crollata: era un peso davvero troppo grande per non condividerlo con qualcuno. E lo ha fatto con la sua amata suocera.
Ma insomma, cosa  successo?, fece Costantino, gi spazientito.
Fausta si sforz di parlare, ma fece mostra di non riuscirci: i singhiozzi erano pi frequenti e pi forti delle parole. Parler io per lei, dichiar Elena, accigliata. Sappi, figlio mio, che il nostro Crispo sottoponeva da tempo tua moglie a focose attenzioni. Alla fine, un mese fa, subito dopo l'esecuzione di Licinio,  andato nel suo cubicolo e....
E?, la incalz Costantino, sbigottito.
E l'ha stuprata.
L'imperatore guard la madre, poi Fausta, che per teneva il capo chino, continuando a singhiozzare. Si avvicin alla moglie, si inginocchi, le sollev il mento e le chiese:  vero?.
Fausta, il viso deformato dal trucco disciolto, si limit ad annuire.
Costantino si rialz. Non ci crediamo. Non nostro figlio. Non  possibile, dichiar scuotendo il capo.
Mio signore, ho reagito nello stesso modo, quando tua madre mi ha informato, stamattina. Ma Fausta ci ha detto che ci sono due testimoni, e mi sono permesso di farli convocare, intervenne Osio.
Due testimoni?. Costantino fiss i due schiavi. Sentiamo. Parlate!, intim loro.
La prima a raccontare fu l'ancella. Ebbene, il cesare  entrato mezzo ubriaco nella stanza della domina quando l'avevo appena messa a letto, dichiar tra un sussulto di pianto e l'altro. Mi ha scostato mentre uscivo e ha fatto irruzione dentro, chiudendo la porta dietro di s. Poi ho sentito delle urla e dei lamenti. Infine dei pianti. I gemiti del cesare si sono fatti sempre pi forti, finch... finch non ha urlato di piacere. Allora, sono andata a chiamare lui. E indic l'altro schiavo.
Quando sono arrivato, prosegu l'uomo, ho sentito che l'imperatrice e il cesare discutevano. Il cesare la minacciava ad alta voce di non parlare, poi  uscito improvvisamente dalla stanza e noi ci siamo nascosti dietro un armadio. Quando  scomparso, ci siamo precipitati nel cubicolo. L'imperatrice piangeva, aveva la veste da notte strappata e dei segni sui polsi.
Costantino era pallido in volto. Osio non lo aveva mai visto cos. La sua massiccia figura sembr vacillare per qualche istante, e lo schiavo che aveva appena parlato si affrett a farlo sedere su una sedia. Poi l'imperatore guard ancora Fausta. Confermi tutto?, disse.
Fausta annu. So quanto gli vuoi bene, disse l'imperatrice singhiozzando ancora. E ho cercato di tenermelo per me, anche perch temevo che non mi avresti creduto... Ha anche minacciato di far male ai miei bambini, se avessi parlato. Non sapevo cosa fare! Ho dovuto confidarmi con qualcuno, alla fine: non ce la facevo pi, e avevo paura che lui si approfittasse di nuovo di me.  un mese che mi guardo le spalle e che non riesco a dormire la notte, nel timore che irrompa di nuovo nella mia stanza. E vedo sempre la sua imponente figura che incombe su di me... e ride, ride, ride!.
Costantino guard il pavimento, scuotendo il capo con espressione sconvolta. Uno sfregio... Di sicuro uno sfregio perch volevamo uccidergli il suo idolo, Martiniano, mormor. E perch gli abbiamo tenuto nascosto di sua madre... Da quando ha conosciuto quell'uomo e appreso di sua madre, il nostro rapporto non  pi lo stesso. Sia maledetto quel demone, per aver provocato tutti questi guai, nonostante sia rinchiuso in una cella!.
Osio decise che era il caso di smorzare i toni. In quella stanza nessuno aveva interesse che Crispo permanesse al potere, ma non potevano gioire con troppa evidenza delle sue disgrazie. Mio signore, il giovane  confuso, in questo momento. Sono certo che si sar reso conto del suo misfatto, sugger. Ma conosceva bene il carattere irruento di Costantino, le sue sfuriate e la sua mancanza di controllo, e poteva gi prevedere la sua reazione.
Non a caso, l'imperatore si alz in piedi e fece qualche passo verso di lui, i lineamenti deformati dall'ira. Per un istante, Osio temette anche che volesse menarlo. Misfatto? Ha stuprato nostra moglie, l'imperatrice, la sua matrigna, la madre dei suoi fratellastri, grid. Quel ragazzo ci odia, ormai, per quello che ritiene gli abbiamo fatto! E il suo non  un misfatto,  un crimine, un crimine di lesa maest!.
Osio sapeva bene a cosa portava quell'accusa. Ci non toglie che dovremmo dargli la possibilit di giustificarsi....
Ah s? Per qualunque altro crimine forse, ma per questo, proprio no. Dove si trova, ora?, reag Costantino.
Non lo sappiamo con certezza; in qualche punto della Via Egnatia, suppongo, rispose con cautela.  partito tre giorni fa verso occidente. Mi ha detto, con aria di sfida, che andava a cercare sua madre: era venuto a sapere che si trova a Roma.
Costantino sbuff. Ecco, vedi? Se n' andato senza neppure informarci, si lament. Ormai  in rotta. Diciamo pure che la sua  una ribellione vera e propria. E se non reagiamo subito, ci ritroveremo di nuovo alle prese con una guerra civile in famiglia. Organizza un drappello di cavalieri. Che lo raggiungano e si faccia quello che va fatto, senza tanto clamore, dichiar.
Nessuno os contraddirlo. E sulla stanza scese un silenzio carico di significati. Tutti, dal vescovo ai due schiavi, si rendevano conto delle prospettive che apriva quella impulsiva quanto inappellabile decisione.
Fausta usc dal tablino di Costantino scuotendo la testa, ma in realt era contenta. Molto contenta. Adesso era lei ad avere in mano le redini del potere, almeno finch Costantino non si fosse ripreso. And a passo spedito verso l'ufficio di Osio e si fece annunciare dal segretario, senza riuscire a frenare l'impazienza. C'era il rischio che il vescovo stesse facendo gli stessi calcoli, e doveva affrettarsi a mettere le cose in chiaro: lei era l'imperatrice.
Osio la ricevette con aria infastidita: era seduto allo scrittoio, immerso in pile di documenti che quasi gli coprivano il volto, e sollev appena la testa, facendole un vago cenno di accomodarsi sulla sedia davanti a lui.
Non andava bene. Non andava bene per niente.
Hai parlato con l'imperatore, gli chiese Fausta. O meglio, sei riuscito a parlarci? Perch io no, francamente.
Scusami un attimo, la interruppe Osio, devo completare questi calcoli sulla ripartizione dei flussi granari tra Roma e Bisanzio, o meglio, Costantinopoli. Come saprai - e calc sull'espressione, come per farle notare che non sapeva nulla di quegli argomenti - adesso che la nuova Roma diventer la capitale dell'impero e la sede del nostro imperatore, parte dell'approvvigionamento granario destinato alle altre citt dovr confluire l. I suoi abitanti dovranno sentirsi dei privilegiati, come quelli romani. Questo era il volere di tuo marito. E disse tutto questo senza alzare gli occhi verso di lei.
Irritante. Molto irritante.
Fausta dovette rimanere in silenzio, ad attendere che Osio terminasse le proprie incombenze, per un periodo di tempo che trov interminabile. Era chiaro che lo stava facendo apposta, per farle capire che non la considerava una degna interlocutrice istituzionale. Ma lo avrebbe fatto ricredere. Tuttavia si sent umiliata, e quando finalmente il vescovo si degn di chiudere il fascicolo e di alzare la testa, fu certa di odiarlo.
Ebbene, cosa mi volevi dire, mia signora?, chiese con tono condiscendente.
La tua imperatrice ti ha chiesto se sei riuscito ad avere direttive precise dal tuo sovrano, in questi giorni, replic.
Non proprio, lo confesso, ammise Osio congiungendo le mani e facendo una smorfia. L'imperatore  molto avvilito per quanto successo, e in questo momento non sembra molto presente a se stesso....
Io direi che  come impazzito dal dolore, tagli corto Fausta. Non mangia, non beve, e non svolge le sue funzioni di sovrano. Deve essere stata davvero una grande delusione, per lui, apprendere di Crispo. Doveva amarlo tanto, aggiunse, con una punta di amarezza.
Proprio cos. Lo amava troppo, per essere un figlio bastardo. Hai agito per il meglio. Per il bene dell'impero, la consol Osio.
Esatto. Per il bene dell'impero. Non per il tuo, afferm recisamente.
Osio serr gli occhi e la fiss. Cosa vuoi dire, con esattezza?
Lo hai capito benissimo, replic lei, ben decisa a salvaguardare le proprie prerogative. Che se l'imperatore non  in grado di esercitare le sue funzioni,  l'imperatrice a sostituirlo, non certo tu. Quindi, adesso tu prendi ordini da me, e dovrai riferirmi tutto ci che riguarda la pubblica amministrazione, attendendo le mie disposizioni in ogni circostanza, finch mio marito non decider di tornare tra noi.
Osio fece un ghigno inquietante. Sei sicura di volerti interessare di faccende tanto noiose, mia signora?, replic con un tono beffardo. Quell'uomo l'aveva sempre considerata una stupida.
 mio dovere. E un mio diritto, andare a vedere dove va a finire il denaro e come utilizzarlo, replic testarda.
Osio spost alcune pile di documenti, estraendone alcuni. Quindi, vorresti controllare tutte queste pergamene, a una a una, prima di farmi procedere con l'ordinaria amministrazione. Chi pensi ti debba spiegare queste cifre e le abituali ripartizioni, per esempio?. E le mise sotto il naso un documento che riportava una tabella con una serie di numeri; da una parte, i proventi della raccolta delle tasse di una provincia, la Bitinia, dall'altra le percentuali in cui dovevano essere ripartiti, voce per voce, dalla manutenzione delle strade a quella degli edifici pubblici, dagli uffici della burocrazia statale agli emolumenti per la Chiesa cristiana.
Una noia mortale. E assai poco comprensibile, per chi non vi fosse abituato. Ma non poteva dare ragione a Osio; sarebbe stato come autorizzarlo a fare il bello e il cattivo tempo col denaro pubblico. D'ora in poi, dichiar perentoria, detrarrai il dieci per cento di queste tasse per i festeggiamenti pubblici. Anzi, mi farai il favore di decurtare la voce relativa ai donativi per la Chiesa cristiana del cinquanta per cento: non c' ragione che i cristiani ricevano pi di quanto hanno gi avuto. L'imperatore ha ottenuto successo su tutti i fronti, ed  bene che i suoi sudditi gioiscano delle sue vittorie e le sentano come loro. Organizziamo un mese di festeggiamenti in tutte le citt dell'impero, con spettacoli nelle arene e nei teatri. Facciamo venire le fiere dall'Africa e animali esotici da ovunque ve ne siano. Sono certa che tutto questo risollever anche il morale di Costantino, e far passare sotto silenzio l'uscita di scena di Crispo.
Osio scosse la testa. Perdonami, mia signora, ma tutto questo lo abbatterebbe ancora di pi, perch porterebbe l'impero al dissesto, spieg Osio, rivolgendosi a lei come se stesse parlando a una bambina. Stiamo facendo tutto il possibile per sollevarlo dalla crisi economica in cui ha languito per anni, e non possiamo certo permetterci di scialacquare soldi in festeggiamenti che, peraltro, verrebbero subito dopo quelli per i Vicennalia. Hai visto tu stessa che l'imperatore ha voluto che il suo ventennale di regno si celebrasse in tono minore, nonostante avesse moltissimi motivi per festeggiarlo nel modo pi trionfale possibile; ma la lunga guerra ha dissanguato le finanze di entrambe le parti dell'impero, e la costruzione di Costantinopoli richiede gi forti investimenti. Infine, sottrarre fondi alla Chiesa cristiana sarebbe un errore imperdonabile:  il maggiore sostegno dell'imperatore, attualmente; se togliamo ai singoli vescovi la possibilit di fruire di ingenti somme di denaro per fare opere di carit, costruire edifici sacri e, non da ultimo, arricchire se stessi, tuo marito vedrebbe destabilizzata la base stessa del suo potere. E noi non vogliamo questo, giusto?.
Fausta detestava il tono con cui Osio si rivolgeva a lei. Non era quello di un suddito che si rivolgeva alla sua imperatrice. E non le interessava se avesse ragione o torto: doveva affermare il proprio ruolo, e doveva farlo fin d'ora, perch l'influenza del vescovo non la schiacciasse.
Sono dettagli, disse infine. Abbiamo un consistente esercito, no? E in gran parte, adesso,  acquartierato presso le citt, con le truppe comitatensi. Se ci saranno disordini, useremo immediatamente il pugno di ferro. Quindi, la tua imperatrice ti ordina di procedere come stabilito. Subito.
Osio la guard senza parlare. Per un istante Fausta temette di aver esagerato; il vescovo era un uomo pericoloso, lo aveva dimostrato tante volte. Ma anche se sapeva la verit sulla sua relazione con Crispo, non poteva danneggiarla senza danneggiare anche se stesso, per aver taciuto per anni pur sapendo.
Usc dalla stanza senza salutarlo. Il ministro non poteva far altro che agire come lei gli aveva ordinato.
E vuoi farlo adesso?. Osio guard Elena costernato. Se non lo avesse conosciuto fin troppo bene, la madre dell'imperatore avrebbe detto di trovarsi di fronte a un uomo impaurito. Ma il vescovo, lo sapeva bene, non lo era affatto: semplicemente, era ben contento che fosse lei a prendersi la responsabilit di quello stava inevitabilmente per accadere.
Certo. Adesso; il prima possibile, afferm decisa. Non dobbiamo lasciarle libert di azione: non possiamo sapere cosa sar capace di fare. Non hai visto quanto  stupida? E le stupide sono imprevedibili....
In effetti, mai avrei pensato che iniziasse a dettar legge fin da subito, e con quella protervia. Senza alcuna cautela, poi..., ammise Osio.
Proprio cos, dichiar la donna. Ma io l'avevo ben previsto:  una donna che non conosce la moderazione n la sobriet. Appena ha avuto un barlume di potere, non ha esitato ad abusarne.
Il problema  che adesso l'imperatore non  molto lucido....
Non ci serve la sua lucidit. Ci serve la sua ira. La stessa che ha usato contro Crispo. E non ho dubbi che sapr suscitarla, replic sicura Elena. Tu pensa solo a far cambiare versione ai due schiavi che hanno testimoniato.
Osio annu.  per il bene dell'impero. Fausta rischia di provocare danni che faticheremmo anni ad aggiustare.
 per il bene dell'impero, s, gli fece eco la donna, che lo esort ad andare a fare quello che gli aveva suggerito. Dovette attendere poco tempo, prima che Osio gli facesse giungere un messaggio che la informava di come avesse gi provveduto. Pochi istanti dopo era davanti al cubicolo dell'imperatore, fermamente intenzionata a farsi ricevere. Disse allo schiavo personale di Costantino di annunciarla, e l'uomo le anticip che non sapeva se suo figlio ne avrebbe avuto voglia: non riceveva nessuno, in quei giorni, specific.
Digli che  questione della massima urgenza, precis lei.
Quando il servo le permise di entrare, Elena trov Costantino ridotto in un modo in cui non l'aveva mai visto. Era sdraiato sul letto, la barba incolta di giorni, i capelli unti e spettinati, lo sguardo spento, l'espressione sofferente.
Aveva proprio l'aria di un uomo cui fosse crollato il mondo addosso.
In parte, le dispiacque dovergli dare un ulteriore colpo. Ma era certa che solo toccando il fondo, il figlio sarebbe potuto risorgere.
Figlio mio, sono qui a darti una notizia, se possibile, ancora peggiore di quella che ti ha fatto sprofondare in questa prostrazione. Ti chiedo di essere forte come hai dimostrato di essere in ogni circostanza.  accaduta un'altra cosa terribile..., disse, soppesando ogni parola.
Il figlio, finalmente, la fiss come se si fosse accorto solo allora della sua presenza. Cosa pu esserci di pi terribile di quello che  successo?, chiese con la voce impastata, e solo allora Elena not l'otre di vino che teneva accanto al letto.
Il fatto che non sia successo. O meglio, che non sia successo come l'ha raccontata Fausta, rispose.
Costantino sorrise amareggiato.  successo, eccome, biascic. Ed  colpa, e merito, di quel demone di Sesto Martiniano, se  venuto tutto alla luce. Se non avesse influenzato nostro figlio, Crispo non si sarebbe rivoltato contro di noi arrivando a farci quell'affronto. Ma vuol dire che aveva gi del rancore verso di noi, se  arrivato a questo.
L'imperatore la guard con una luce di consapevolezza negli occhi, ed Elena fu certa di avere tutta la sua attenzione. Sesto Martiniano non c'entra niente, figlio mio. A quanto pare,  stata Fausta a sedurre Crispo, e tanti anni fa, quando era ancora un ragazzino. La loro relazione  andata avanti per anni, e forse i frutti del ventre dell'imperatrice non sono tutti tuoi, dichiar.
Lasci a Costantino il tempo di assorbire quella orribile rivelazione. Il figlio non fu in grado di profferire parola. Si guardava intorno smarrito, ed Elena ebbe compassione di lui. Ma non poteva permettersi di essere indulgente. Prosegu: Crescendo, Crispo si  sentito sempre pi a disagio e in colpa, ma Fausta ha esercitato sempre una forma di ricatto su di lui. E quando lo hai fatto cesare ha avuto paura che questo danneggiasse i suoi figli. Ha preteso che lui rinunciasse alla carica, ma Crispo ha rifiutato, e lei si  inventata tutta la storia, nella certezza che l'avresti punito.
Come... come sei venuta a sapere queste cose?, mormor l'imperatore, sempre pi disorientato. Ma i tratti del suo volto si stavano indurendo vistosamente: Elena fu certa che l'ira stava montando. E doveva fare in modo che raggiungesse livelli insostenibili quando era ancora stordito dall'effetto del vino: c'era il pericolo che Fausta reagisse con dichiarazioni che avrebbero potuto anche mettere nei guai lei e Osio.
Uno dei due schiavi che avevano reso testimonianza  crollato e si  confessato con Osio, spieg, secondo quanto le aveva scritto il vescovo. E allora anche l'altra ha confessato che sono stati minacciati e corrotti da Fausta perch attestassero la sua versione: ma erano le due persone pi vicine all'imperatrice, e negli anni si erano accorte della sua relazione con Crispo. Hanno confermato che era quasi sempre lei ad andarlo a trovare nei suoi appartamenti. Lo ha davvero concupito e sedotto. E lo ha usato per farsi dare i figli che voi due insieme non riuscivate a fare... Quel povero ragazzo deve aver passato momenti terribili: aveva una tale ammirazione per te, quindi pensa come deve aver sofferto.  stata Fausta a fargli violenza ripetutamente, non il contrario. Sper di averlo indignato a sufficienza: apprendere che la moglie lo aveva indotto a uccidere il figlio preferito, e che i suoi altri figli potevano non essere figli suoi, avrebbe sconvolto un uomo ben pi dotato di autocontrollo di quanto fosse capace Costantino.
L'imperatore giacque nel letto ancora qualche istante, immobile. Gli occhi gli si iniettarono di sangue, poi di lacrime, e ancora di sangue, e di nuovo di lacrime. Si alz all'improvviso, la veste sgualcita e sporca, e disse: Che sia mandato subito un corriere a occidente per bloccare il drappello che abbiamo mandato da Crispo. Subito, prima che sia troppo tardi. Quanto a Fausta.... Procedette verso la soglia, spostando con la sua sagoma massiccia la madre, senza accorgersi di averla quasi fatta cadere a terra.
Ma a Elena non import, quando lo vide scomparire. Sapeva dove stava andando e voleva che accadesse.
Non appena l'acqua calda lo avvolse, Crispo tir un sospiro di sollievo. Appoggi la nuca sul bordo della vasca, chiuse gli occhi e si rilass. Dopo tante miglia macinate a ritmo sostenuto da un capo all'altro dell'impero, una bella sosta alle terme era quello che ci voleva. Lo aveva deciso fin da quando era giunto in vista di Pola, che distava poche miglia dai confini italici. Presto sarebbe entrato nella penisola, ed era certo che avrebbe coperto con sollecitudine maggiore la distanza che ancora lo separava da Roma.
Si chiese come avrebbe reagito il padre. Di certo era adirato con lui per averlo messo di fronte al fatto compiuto. Ma aveva avuto cura di specificare, con Osio, che non intendeva portare sua madre a corte, se ci offendeva la sensibilit della coppia imperiale. Non era cos ingenuo da non capire cosa avrebbe rappresentato la presenza a Nicomedia di una donna tanto scomoda: Minervina, infatti, non era stata solo la concubina del sovrano, ma anche e soprattutto la madre di colui che era stato designato augusto a scapito dei figli di secondo letto, ma legittimi.
Ma per lui era importante incontrarla, parlarle, scoprire chi era e cosa pensava, e magari anche conoscere gli altri suoi fratellastri. Poi, al ritorno nella capitale ci sarebbe stato tempo per spiegare al padre quali motivazioni lo avevano spinto a quel gesto. In fin dei conti, non condizionavano in alcun modo i rapporti tra lui e l'imperatore, e sarebbe stato puerile, da parte di Costantino, biasimarlo per aver solo voluto conoscere la propria madre, una volta appreso che era viva. Lui non gli aveva fatto una colpa per averglielo taciuto, ed era certo che l'imperatore non gliel'avrebbe fatta per la sua legittima iniziativa.
Adesso che sapeva di sua madre, era pi sereno. Le cose potevano andare bene. Fausta non avrebbe mai avuto il coraggio di denunciarlo, ormai ne era sicuro: altrimenti, lo avrebbe gi fatto. Sapeva bene che ci avrebbe rimesso anche lei. E poi, godeva della fiducia del padre, e aveva dimostrato di esserne degno. C'erano state delle divergenze, era vero, ma Crispo si era convinto che mostrare un po' di carattere gli avrebbe consentito di essere apprezzato ancora di pi, col tempo. Costantino stesso aveva una volont granitica, e alla lunga non avrebbe approvato un erede privo di forza interiore.
Fausta contempl i suoi ragazzi con orgoglio. Be', non erano tutti suoi: Costantino era il rampollo di una schiava, e si vedeva, dal padre aveva preso solo i difetti, e dalla madre la sua rozzezza. Ma ci sarebbe stato tempo per provvedere: se nel corso degli anni gli fosse capitato qualche incidente, ora che Crispo era fuori gioco, all'imperatore non sarebbe dispiaciuto perdere un altro bastardo a favore degli altri eredi legittimi, Costanzo e Costante. Anzi, magari avrebbe provveduto lui stesso, senza bisogno di farselo suggerire da lei.
Erano tutti e cinque nel triclino, Costantina intorno a una mensa con lei, la nutrice ed Elena, i tre maschietti intorno a un'altra, ciascuno su un divanetto. Stavano tutti finendo di mangiare il dolce, la patina di pere che piaceva tanto a Costanzo ma che sollevava sempre lamentele in Costante, a causa della spolveratina di pepe che prevedeva la ricetta; per le occasioni pi importanti i cuochi ne cuocevano una versione a beneficio del pi piccolo, per evitare di sentirlo frignare, ma non era questo il caso. E se Costanzo mangiava in santa pace, Costantino, il solito, perfido Costantino, lo prendeva in giro, facendogli notare le lacrimucce che gli scendevano dagli occhi mentre tentava di mandar gi un boccone troppo piccante per lui.
Un giorno, forse, quando fossero stati grandi, glielo avrebbe detto. Li avrebbe informati di quello che aveva fatto, permettendogli di diventare imperatori, e li avrebbe indotti a detestare la memoria del padre, che aveva scelto invece un figlio bastardo. Si sarebbe conquistata la loro gratitudine eterna e avrebbe governato tramite loro, come Agrippina aveva fatto dapprima con Claudio, poi con Nerone. E sarebbe rimasta una vera imperatrice, non solo un'imperatrice-madre, fino alla sua morte. I romani l'avrebbero ricordata come la donna pi potente nella storia dell'Urbe; pi di Livia, che non aveva mai governato da sola, senza marito, n era stata troppo influente durante il regno di suo figlio Tiberio; e pi delle donne della dinastia dei Severi, che avevano dovuto fare sempre i conti con figli volitivi e con l'influenza dei pretoriani. Ma adesso che, grazie a Costantino, l'esercito era composto in massima parte da barbari, non aveva da temere che i soldati, in futuro, la sostituissero al governo con un uomo: i barbari eseguivano gli ordini di chi li pagava, e lei li avrebbe pagati profumatamente, anche a scapito degli stessi cittadini dell'impero.
E quel futuro radioso lo vedeva molto vicino. Costantino aveva patito moltissimo il tradimento di Crispo, e probabilmente non sarebbe pi tornato l'uomo di prima. Aveva in mente l'espressione vacua di Licinio nelle ultime settimane prima della sua morte, e si immagin che anche suo marito si stesse avviando verso quella condizione semivegetativa. Perlomeno, era quello che lasciava intendere il suo atteggiamento di quei giorni, a giudicare da quanto riferivano gli schiavi che avevano tentato di indurlo a reagire, o anche solo di convincerlo a nutrirsi.
Crispo era pi che mai contento della possibilit di governare l'impero insieme al padre, e non aveva alcuna fretta di rimanere solo; anche perch, per allora, avrebbe dovuto stabilire cosa fare dei suoi tre fratelli e dei suoi due cugini, cui spettavano cariche comunque di prestigio. Stava scoprendo, giorno dopo giorno, di saper gestire la pressione e l'immenso carico di lavoro che comportava l'amministrazione dell'impero, che Costantino aveva voluto affidargli in prima persona. Col tempo, forse, avrebbe potuto dispensare Osio dai tanti, troppi compiti che ancora il vescovo deteneva, e assumerli sulle sue spalle, che si stavano rivelando molto larghe. Il vescovo aveva un'et in cui un ministro sarebbe dovuto andare in pensione, e non poteva pretendere di potersi valere delle sue facolt in eterno; conveniva dunque che imparasse il pi possibile, per potergli consentire il meritato riposo.
Quell'uomo era stato un prezioso sostegno per la costruzione del regime del padre, non poteva negarlo. Ma pi approfondiva le questioni amministrative, e pi si rendeva conto che Osio aveva tratto anche grandi vantaggi personali dalla gestione degli affari pubblici. Certi conti non tornavano del tutto, nei registri, ed era difficile non pensare che il denaro mancante non fosse finito nelle sue tasche. Non gliene aveva mai parlato direttamente, n ne aveva accennato al padre, perch c'erano ancora troppi campi di cui il ministro aveva una conoscenza e una gestione quasi esclusive, e ci lo rendeva indispensabile; ma non appena avesse acquisito le competenze necessarie, lo avrebbe indotto a farsi da parte, senza clamore e senza suscitare scandalo.
Perse la cognizione del tempo, godendosi il calore dell'acqua in cui era immerso fino al collo, lasciando che il suo corpo sudasse copiosamente per espellere tutte le tensioni accumulate nell'ultimo periodo, e cerc di immaginarsi sua madre. A quanto pareva, doveva essere una bellissima donna di cinquant'anni, e fu contento che Martiniano l'avesse descritta come ingenua: a corte, nessuno si poteva definire tale, e talvolta era infastidito, perfino nauseato dalle brame di potere di chiunque bazzicasse l'ambiente imperiale. Per questo preferiva i campi di battaglia, dove tutti dovevano mostrare le proprie doti faccia a faccia col nemico, senza dissimulare. Cos, Minervina poteva rappresentare una bella boccata d'aria fresca, una ventata di purezza che lo avrebbe fatto tornare pi sereno a Nicomedia.
E fu l'immagine di lei che si era disegnato nella propria mente, seguendo la descrizione di Martiniano, che lo accompagn quando sent un laccio avvolgergli il collo e stringere sempre pi forte, impedendogli di reagire, finch le sue facolt non si affievolirono, fino a renderlo incapace dapprima di capire cosa stesse accadendo, poi di respirare. Ebbe un ultimo istante di consapevolezza, prima di perdere conoscenza.
E cap che nulla di tutto ci che si era immaginato si sarebbe mai realizzato. Finiva tutto l, ora.
Fausta aveva sempre pi l'impressione di poter diventare la suprema dominatrice dell'impero molto prima di quanto avesse mai osato sperare. Tutto era andato anche meglio di come aveva pianificato. Costantino aveva tolto di mezzo tutti gli ostacoli che avrebbero potuto limitare il potere suo e dei suoi figli, da Licinio a Liciniano, fino allo stesso Crispo. Aveva unificato l'impero e si poteva dire che glielo avesse offerto su un piatto d'argento. E Osio ed Elena non avrebbero potuto far altro che adeguarsi ai suoi voleri: non avevano n i mezzi n l'et per contrastarla. Erano due vecchi ormai fiacchi, cos prossimi alla morte che, volendo, la si sarebbe anche potuta affrettare.
Era stato facile, tutto sommato. Quando era finita in sposa a Costantino, era stata la ragazzina pi felice del mondo. Era innamorata di suo marito, e considerava la condizione di moglie di un ambizioso cesare il massimo che la vita potesse offrirle; anzi, le era parso che gli di l'avessero gratificata perfino oltre le sue capacit e i suoi meriti. Ma adesso, dopo tanti anni di vita di corte, riteneva di aver acquisito un'esperienza e una propensione all'intrigo che la mettevano in condizione di raggiungere qualsiasi obiettivo si fosse posta. E si era scoperta pi ambiziosa di quanto pensasse, anche perch gli obiettivi sembravano sempre pi a portata di mano. Ci che un tempo riteneva impossibile, adesso diventava non solo possibile, ma anche probabile. Bastava volerlo, e lei lo voleva fortemente, ormai.
Voleva tutto.
Si stup quando la porta si apr e sulla soglia comparve Costantino, lo sguardo allucinato, gli occhi pervasi d'odio. Il marito non bad neppure ai ragazzi. Si avvent su di lei, mentre ancora Fausta si domandava cosa lo avesse indotto a ridestarsi dal suo torpore, e le mise le mani al collo. Troppo stupita per reagire, sent i polpastrelli di Costantino serrarsi intorno alla sua gola, ma il dolore che prov si affievol presto, grazie a uno stato di stordimento che subentr in lei per la mancanza d'aria. Sent quasi in lontananza le grida dei suoi figli, vide come da lontano il volto deformato dal livore del marito, poi ebbe difficolt a capire chi le stava serrando il collo e chi ci fosse nella stanza; infine, non cap pi dove si trovasse, e si chiese se stava morendo.
Non fece in tempo a darsi una risposta.
Sesto si chiese cosa stesse aspettando Costantino. Aveva sentito i suoi carcerieri parlare della morte di Crispo e di quella dell'imperatrice. Discutevano di una congiura che madre e figliastro avevano ordito ai danni dell'imperatore, e per questo erano stati giustiziati in fretta e furia, senza processo pubblico e senza troppe indagini per scovare eventuali complici. E gli era parso tutto assurdo, inverosimile e inconcepibile. Come potevano andare d'accordo il figlio di Minervina, un illegittimo che era stato fatto sorprendentemente erede dal padre, e la madre dei figli legittimi, cui quel titolo sarebbe spettato di diritto? Avevano interessi cos divergenti che mai avrebbero potuto avere obiettivi in comune.
Immagin quanto potesse soffrire Minervina nell'apprendere la notizia della morte del figlio. Ammesso che fosse ancora viva, beninteso. Non lo aveva visto crescere, e adesso le era stata strappata anche la possibilit di rivederlo, una volta o l'altra. Magari si era immaginata di andarlo a scrutare di nascosto in qualche occasione pubblica, quando Crispo fosse divenuto imperatore, dopo la morte del padre, e di presentarsi come sua madre, col rischio di essere definita una vecchia pazza. Ma s, Minervina era capace di fantasie del genere. Ma adesso non avrebbe potuto pi farlo.
Se Crispo e Fausta erano stati eliminati, Sesto non dubit che presto sarebbe toccato a lui. L'imperatore stava per farlo, quando era stata messa in moto quella catena di eventi che, lo aveva scoperto dopo, aveva portato all'esecuzione dei due personaggi pi vicini a Costantino. E se il suo antagonista di una vita, il suo rivale in idee, mentalit e amore, aveva avuto remore a giustiziarlo fino a quel momento, non si sarebbe fatto certo degli scrupoli adesso, dopo essere stato capace di cancellare dalla faccia della terra i suoi stessi familiari.
Scopr, con sua grande sorpresa, di non essere preoccupato, n impaurito. Si sentiva sereno, in pace con se stesso, nonostante tutto. L'ultima chiacchierata con Costantino gli era servita a fargli capire che aveva agito con rettitudine e coerenza, e pi il suo interlocutore aveva sostenuto le sue tesi, pi si era convinto che era di uomini come lui che Roma aveva bisogno, e non di gente spregiudicata come l'imperatore. Guardando indietro alla sua vita, aveva capito di essere stato molto pi vicino all'utopico messaggio di bont diffuso da quel Cristo, che Minervina gli aveva tanto rimproverato di non rispettare, di quanto non avesse fatto il suo rivale, che pure si era battuto a lungo per la causa cristiana. Era un paradosso incredibile, e gli sarebbe piaciuto farlo presente alla stessa Minervina, se fosse stato possibile. Perfino lei, che era stata sempre poco obiettiva nei confronti del suo imperatore, avrebbe dovuto ammettere quanto strana potesse essere la vita.
Quando sent i carcerieri salutare Costantino e, subito dopo, vide apparire i suoi occhi al di l dello spioncino, seppe che la sua ora era giunta. Si alz in piedi, per non farsi trovare prostrato dagli stenti nel momento della morte, umiliato e mortificato dalla sua condizione, e per poter affrontare l'imperatore guardandolo negli occhi da pari a pari, con l'orgoglio della coscienza pulita.
Il cigolio della porta che si apriva fu pi sinistro che mai, un fosco rollio di morte. Costantino entr, con la sua spada al fianco, e lo guard di nuovo negli occhi senza parlare, come in precedenza.
Sei venuto a finire quello che hai iniziato l'altra volta, imperatore?, gli chiese Sesto, cercando di mantenere un tono saldo.
Siamo venuti a parlare con te, Sesto Martiniano. Vogliamo raccontarti quello che ci  accaduto. Ne abbiamo bisogno, rispose l'imperatore, mettendosi a sedere a gambe incrociate sul nudo pavimento.

EPILOGO.

Bisogno qualcosa, mio signore?, disse nel suo latino approssimativo la guardia palatina di etnia germanica, che aveva scortato nella sala delle udienze del nuovo palazzo imperiale di Costantinopoli la delegazione degli ecclesiastici venuti da Alessandria a rendere conto del proprio operato all'imperatore.
Costantino aveva ancora in testa le interminabili recriminazioni di vescovo, presbiteri e diaconi che lo avevano afflitto fino a pochi istanti prima, dandogli conferma di ci che aveva sempre temuto: il concilio di Nicea non era stata la fine di un processo di aggregazione della Chiesa cristiana, ma solo l'inizio. Le dispute continuavano con la stessa intensit di prima, ma adesso, almeno, si sapeva che c'era un canone cui uniformarsi, e tutto il resto era da considerarsi eresia. Peccato che i cosiddetti eretici non lo avessero ancora capito e proseguissero nel cercare di affermare le loro tesi; e peccato che molte comunit dessero loro retta.
No. Non abbiamo bisogno di niente, gli rispose Costantino, facendogli un cenno della mano per congedarlo.
Oggi pomeriggio, vescovo di Antiochia per protesta contro vescovo Roma, ricorda, mio signore, disse ancora il barbaro prima di varcare la soglia.
Costantino sospir. Quello, che se lo sorbisca Osio. Oggi pomeriggio abbiamo bisogno di pensare ad altro, replic seccamente. E sapeva gi a quale argomento.
La guerra.
Aveva voglia di tornare a combattere. Ne aveva bisogno, per evadere da quella soffocante banalit quotidiana, fatta di sterili dispute dottrinali, di questioni burocratiche, di sguardi terrorizzati dei figli, che lo avevano visto strangolare la madre, e di solitudine. Che se la sbrigasse Osio, con tutto. Il vescovo era un uomo troppo razionale, calcolatore, controllato, indecifrabile, per essere un suo amico; ma era stato e continuava a essere il suo pi prezioso collaboratore. Sarebbe potuto essere amico di Sesto Martiniano, cui si sentiva vicino non per idee ma per temperamento; ma l'amicizia con l'ex pretoriano era un lusso che non si sarebbe mai potuto permettere senza smentire se stesso. E non voleva rischiare anche di perdere la strada che gli era costata cos tanto percorrere.
Poi ci ripens e richiam la guardia. Portati via questa roba, gli disse, indicando la pila di atti e documenti sul suo scrittoio. E d'ora in poi, non fatemela neppure vedere: che vada direttamente nel tablino del vescovo di Cordova.
Ogni giorno arrivavano lettere, petizioni, preghiere, da parte di una comunit o dell'altra, che lamentavano la violazione delle loro consuetudini o riaffermavano il valore dei testi sacri che avevano utilizzato fino ad allora, implorandolo di ripristinare ci che il concilio di Nicea aveva abolito. Sciorinavano citazioni, passi dei loro vangeli, che secondo loro dimostravano, al di l di ogni dubbio, che quelle parole erano state ispirate direttamente da Dio; ma a lui non sembrava mai che avessero pi valore di altre.
E poi, piovevano denunce. Contro chiunque potesse essere considerato eretico: un prete che aveva pronunciato una predica non conforme alla linea ufficiale proclamata al sinodo, o un laico che non aveva compiuto il suo dovere di cristiano e magari continuava a valersi dei testi aboliti. E contro i giudei. Costantino si era sorpreso della quantit di crimini di cui avevano iniziato a essere accusati gli ebrei da quando il concilio li aveva indicati ufficialmente come gli assassini di Cristo. Fino a un attimo prima, i giudei se ne stavano in pace nei settori delle citt in cui erano cresciuti da generazioni, trafficando e commerciando con cristiani e non, senza particolari frizioni. Adesso, chiunque si sentiva in diritto di accusarli di ogni nefandezza, dalle frodi fino ai delitti sui bambini, che qualcuno sosteneva uccidessero nei loro riti demoniaci.
A quanto pareva, aveva creato un nemico da un giorno all'altro, contro cui i cristiani riversavano un livore pari a quello di cui erano stati oggetto per secoli a opera dei sostenitori degli di tradizionali. L'auspicio di Osio era che i cristiani convogliassero verso i giudei la loro conflittualit, abbandonando progressivamente i dissidi intestini. Ma al momento, sembrava un risultato molto al di l dal venire.
Ancor pi missive, poi, arrivavano dalla burocrazia. Adesso che l'impero era finalmente riunito, si era dovuta creare dall'oggi al domani una pletora di funzionari di Stato. Negli auspici di Osio e della corte essi avrebbero dovuto, in progresso di tempo, snellire tutte le procedure e assolvere a funzioni che, in precedenza, si era dovuta sobbarcare l'amministrazione centrale, con l'inevitabile scarsa efficienza e lentezza che ci comportava. Ma anche questo era un obiettivo di lunga scadenza; per il momento, tutti quei burocrati succhiavano una quantit esorbitante di denaro all'erario, coi loro stipendi, provocando un aumento ulteriore delle tasse sulle province.
Si spost verso la finestra e si mise a contemplare l'enorme cantiere che era diventato la citt conosciuta una volta come Bisanzio. Fiss il magnifico scenario sul Bosforo, le navi dalle pi svariate forme che percorrevano lo stretto in entrambi i versi, con un traffico perfino superiore a quello che aveva visto tra il porto di Roma e l'Urbe, a testimonianza del ruolo di baricentro del mondo che la futura capitale rappresentava: di fronte a lui si estendevano le sterminate terre asiatiche, con le province che andavano dalla Bitinia alla Siria, e poi l'impero sassanide, e infine la Cina e l'India, che il grande Alessandro aveva lambito. Forse un giorno lo avrebbe fatto anche lui; adesso che aveva realizzato i suoi obiettivi e aveva visto quanto gli erano costati, desiderava tuffarsi nell'oblio che solo la guerra e la conquista potevano dargli; e se anche gli obiettivi raggiunti erano ancora da perfezionare, ci avrebbero pensato i suoi eredi, o gli eredi di Crispo, o chiunque fossero quelli che il popolo vedeva come i suoi naturali successori.
Alle sue spalle, invece, c'erano territori che conosceva fin troppo bene, per averli amministrati per anni, per aver corso avanti e indietro lungo i confini, sul Reno per ricacciare indietro i barbari, sul Danubio per sfidare Licinio. Anche l c'erano motivi di guerra, con i germani e i sarmati sempre in fibrillazione, sempre pronti ad approfittare di un momento di distrazione o di debolezza dell'impero per rinnovare le loro razzie.
Le occasioni di oblio non mancavano, ed era ci che pi lo interessava, ormai.
Scrut le impalcature che rivestivano il suo palazzo ancora incompiuto. Aveva voluto che fosse la prima costruzione a essere edificata nella futura Costantinopoli, perch desiderava che tutti iniziassero fin da subito a considerarla al pari di Roma, una capitale morale, come ormai era ridotta a essere l'Urbe da almeno un secolo, e una capitale reale, grazie alla sua straordinaria posizione geografica. Le maestranze lavoravano e bivaccavano scrutando con invidia i funzionari di corte che andavano e venivano, con i loro vestiti di ostentata eleganza e la loro aria di superiorit.
Estendendo lo sguardo oltre il recinto del palazzo, lo spettacolo era il medesimo: ovunque c'erano cantieri, dalle numerose chiese per quella che doveva essere anche la Roma cristiana, in contrapposizione a quella capitolina, alle eleganti e sfarzose domus costruite dai senatori invitati a trasferirsi a Costantinopoli, dopo che lo Stato aveva espropriato e raso al suolo interi quartieri di case popolari.
Individu, poco oltre il palazzo, una pattuglia di ausiliari barbarici. Una delle tante che aveva distribuito in citt, e non solo a Costantinopoli, per mantenere l'ordine e sedare sul nascere qualsiasi tumulto tra fazioni religiose. La gente li guardava con diffidenza, pi spesso con disprezzo, ma i ragazzi e i bambini tendevano a imitare il loro abbigliamento, indossando fin da piccoli i pantaloni in luogo della tunica, e lasciandosi crescere barba e capelli non appena potevano farlo.
Era un mondo davvero diverso da quello in cui era cresciuto. E l'aveva creato lui. Ma adesso che non era pi solo un'idea, ma si stava trasformando in realt, non era pi cos sicuro che avrebbe funzionato. Si sorprese a trovarsi d'accordo con alcuni dei rimpianti di Sesto Martiniano. La Roma di Augusto era stata quella perfetta, forse, e non era possibile non vagheggiarla con un senso di nostalgia, anche da parte di chi l'aveva conosciuta solo nei testi. Ma l'errore di Martiniano era stato quello di essere rimasto attaccato a un ideale: dopo tre secoli dalle riforme del primo imperatore, Roma non era pi neppure lontanamente simile a quella plasmata da Augusto e dai cesari che lo avevano seguito nei decenni successivi. Martiniano credeva di salvare quella Roma, che per era rimasta solo nelle sue fantasie; nella realt, senza rendersene conto combatteva per una Roma deformata dalla decadenza di valori e costumi, ovvero proprio per ci che affermava di avversare. Era un povero, patetico illuso, che poteva solo prolungare un'agonia irreversibile.
Ma la forza interiore di quell'uomo, la sua sincera convinzione, gli avevano fatto vivere come un fallimento anche i suoi stessi sforzi per cambiare il corso della storia dell'impero. E adesso che guardava la sua creazione era consumato dal dubbio di essere stato un patetico illuso egli stesso. La sua vita privata, d'altronde, lo spingeva a pensarlo: aveva perso il suo figlio preferito, l'erede che aveva sempre sognato, e quelli che gli erano rimasti, forse, non erano neppure i suoi figli, e in ogni caso lo odiavano, per quello che aveva fatto.
Si impose di non parlare pi con l'ex pretoriano. Che se ne stesse seppellito nelle segrete, segregato da chiunque potesse influenzare col suo spirito indomito. Non poteva farne un martire, ma non era neppure obbligato a dargli importanza.
Mio signore. Le sue riflessioni furono interrotte dalla voce di Osio. Fece una smorfia di fastidio, sperando che il vescovo non la notasse: la sua presenza lo richiamava sempre ai suoi doveri, e non aveva pi voglia di assolverli, almeno per quel giorno. Mio signore, c' una persona che vuole vederti.
Dille che non siamo disponibili. Oggi non siamo pi disponibili per nessuno, rispose secco.
Le ho spiegato che non avresti avuto piacere di rivederla. Ma non vuole sentire ragioni. Ed  la sola persona al mondo cui non riesco a dire di no, mio signore, insist Osio.
Costantino si meravigli: non erano parole che si sarebbe aspettato dal vescovo. Fece uno stanco cenno di assenso, e dovette ammettere di essere incuriosito. Se non altro, si prospettava un evento capace di rompere il tedio quotidiano.
Si rimise a sedere dietro lo scrittoio, pensando a un incontro formale, quando sulla soglia comparve una piacevole donna matura, che gli parve familiare. La scrut, mentre lei rimaneva in silenzio facendo qualche timido passo avanti. E quando gli fu pi vicina, la riconobbe.
Minervina! Noi... non ci saremmo mai aspettati di rivederti, riusc solo a dire, accorgendosi subito dopo di quanto fosse stato banale.
La donna abbozz uno stanco sorriso. Anch'io. Al Ponte Milvio, quattordici anni fa, non mi lasciasti speranze, dichiar. Ma ora hai ucciso mio figlio. Nostro figlio, oltre che una moglie, un suocero, un cognato e un nipote. E questo, nonostante tu abbia fatto tanto per la causa del Signore, del quale ti proclami difensore, mi ha spinto a cercarti. Mi sono detta che hai bisogno, se non di me, di qualcuno che ti indichi la strada tracciata da Cristo, che evidentemente hai smarrito.
Non si pu smarrire ci che non si  mai veramente cercato o avuto, rispose.
E allora non cacciarmi via, stavolta, te ne prego, lo implor Minervina. Permettimi di darti finalmente quella fede in nome della quale hai costruito la tua carriera. Solo cos potrai essere felice e non fare pi del male alle persone che ti hanno voluto bene. Solo in questo modo riuscirai a salvarti. Perch solo cos potrai dare un senso a tutto quello che hai fatto, a quello che hai distrutto, come a quello che hai costruito. Perch sono sicura che ti stai chiedendo che senso abbia, tutto questo, concluse, indicando fuori dalla finestra.
Costantino si accorse di sorridere.
Ed era la prima volta che accadeva, da molto tempo.
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FINE.
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POSTFAZIONE DELL'AUTORE.
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L'enorme valenza religiosa che  stata data alla battaglia di Ponte Milvio e al confronto tra Costantino e Massenzio ha fatto passare in secondo piano, fin quasi a confinarlo nel dimenticatoio, il conflitto ben pi lungo e impegnativo che il primo imperatore cristiano dovette sostenere contro Licinio. Una guerra civile, questa, che vide impegnate centinaia di migliaia di uomini, e che dur tra alterne vicende ben otto anni, sviluppandosi in almeno cinque grandi battaglie campali o navali, rispetto alla guerra-lampo di tre mesi che il nostro protagonista aveva condotto per sconfiggere Massenzio; un conflitto, inoltre, che gli permise di impossessarsi dell'impero nella sua completezza, e non solo di un terzo, come dopo Ponte Milvio, dandogli modo di impiantare una dinastia, peraltro particolarmente sfortunata.
 pur vero che di questa guerra tanto importante non si sa molto. Ne parla soprattutto Zosimo, che comunque fornisce notizie sufficienti a imbastire il racconto dei principali scontri campali. Ma di quale, tra gli eventi degli ultimi secoli dell'impero romano, siamo in possesso di fonti sufficienti a ricostruirlo in dettaglio, a parte, forse, il pezzo di storia narrato da Ammiano Marcellino? Anche di un episodio cardine della storia della Chiesa, come il concilio di Nicea, non sono rimasti particolari resoconti; disponiamo solo delle opere di Eusebio di Cesarea, che fu presente all'evento e, in quanto ariano, dovette poi procacciarsi la benevolenza dell'imperatore, dipingendolo quindi a tinte entusiastiche; almeno quanto Zosimo, pagano convinto, lo raffigura come un mostro...
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Tuttavia, il discorso introduttivo e quello di commiato sono tratti, quasi parola per parola, da ci che Eusebio scrisse nella sua Vita di Costantino. Il vescovo mette anche in evidenza la disputa sulla data della Pasqua, ma certamente fu allora che si cerc di dare forma a un canone che uniformasse i testi sacri e desse un indirizzo unitario alla religione che era stata da poco dichiarata licita. Di scontri tra fazioni tra cristiani abbiamo ampie notizie dallo stesso Eusebio e dalle cronache del tempo, e passer ancora molto dopo Costantino, prima che la Chiesa trovi un indirizzo unitario.
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Ho cercato di dare una risposta ai tanti interrogativi lasciati aperti dalla vita di Costantino, oggetto, da parte dei contemporanei, tanto di elogi quanto di improperi, ma non di un'analisi oggettiva, per gli ovvi motivi legati alla sua presa di posizione a favore di una religione fino ad allora spesso perseguitata. Si tratta di interrogativi che offrono ampio materiale di riflessione a uno storico, ma ancor pi stimoli a un romanziere, che pu sbizzarrirsi a dare delle risposte plausibili ma che offrano al lettore una bella storia, intensa e avvincente. Spero di esserci riuscito, anche se ho dovuto operare qualche forzatura, attribuendo a Senecione una carica che non ha rivestito (ma, nel caso qualcuno se lo sia chiesto, Sesto Martiniano fu davvero il cesare di Licinio, dopo la sconfitta di Adrianopoli), o ignorando la notizia di Zosimo, secondo cui Liciniano aveva la stessa et di Crispo; oppure di carattere cronologico, rendendo sequenziali, per esempio, gli avvenimenti legati al concilio di Nicea, che si svolse nel 325, e quelli dell'anno successivo, definito annus horribilis, che vide il tracollo della vita familiare dell'imperatore. Sulla data del martirio di Sebastia, invece, non v' certezza, sebbene lo si individui sotto il regno di Licinio; ci mi ha consentito di collocarlo dove mi faceva pi comodo, ovvero come introduzione all'ultima guerra tra i due antagonisti.
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Tra i pi grandi quesiti tuttora inevasi c', oltre a quello relativo alla sincerit della fede di Costantino, la questione dell'esecuzione improvvisa della moglie e soprattutto del figlio Crispo, fino all'anno prima tenuto in palmo di mano, tanto da essere stato proclamato cesare e secondo in comando nella guerra contro Licinio. Le malelingue di allora riferiscono qualche elemento su cui ho basato la mia interpretazione, ovvero il presunto stupro che Fausta avrebbe denunciato, e che avrebbe spinto Costantino a giustiziare Crispo, e la successiva scoperta della menzogna, che poi provoc la morte della stessa imperatrice. Come anche, ho cercato di dare una logica al fatto che Costantino ii e Costanzo siano nati, secondo le fonti, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, tanto da indurre alcuni storici a supporre che fossero figli di donne diverse.
Sono ipotesi, niente di pi. Ma soprattutto, questo  un romanzo; e in un romanzo, come in amore, tutto  lecito (o quasi...).
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Andrea Frediani.
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FINE.